sabato, 19 Settembre, 2020
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    Di femminismi e furti

    di Giulia Siviero
    in collaborazione con Non Una di Meno Verona

    Il contributo analizza la reazione della destra veronese al successo della tre giorni transfemminista e racconta le risposte messe in campo dall’attivismo femminista.

     

    Non è casuale che contro il Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona abbia innanzitutto e in modo potente preso parola il movimento femminista. Non è casuale nemmeno che, da lì in poi, le destre legate all’amministrazione comunale abbiano tentato – in modo rozzo e strumentale, ma comunque insidioso – di misurarsi con alcune questioni che hanno a che fare con le “politiche di genere”. E non è casuale, infine, che a un anno dall’organizzazione di Città Transfemminista il nodo veronese di Non Una Di Meno sia riuscito ad aprire uno spazio femminista in città e a mantenere vive le tensioni che guidano il movimento stesso: quella locale, nazionale e internazionale.

    Un grido altissimo e feroce

    Il Congresso Mondiale delle Famiglie – che ha ramificazioni globali, che è trasversale, influente e ben finanziato – è nato con un chiaro intento antifemminista indicando fin da subito e in modo esplicito nella liberazione sessuale e nel movimento delle donne la principale causa di un presunto calo demografico. Il tasso di fertilità delle “donne della nazione”, la donna intesa non come individuo ma come costruzione ideale votata alla riproduzione, e la famiglia come centro della comunità sono da sempre al centro degli interessi della destra.

    Quel che è accaduto a Verona lo scorso anno – alla presenza di associazioni, capi di stato ed esponenti politici della destra radicale, cristiana e integralista da tutto il mondo, ma anche di tre ministri del precedente governo italiano – è stata una cerimonia formale per celebrare tutto questo: la mistica della maternità e il contestuale attacco alle libertà sessuali e all’autodeterminazione delle donne; l’istituzione della famiglia cosiddetta naturale e la legittimazione, al suo interno, di violenze e oppressioni; le gerarchie e le identità con la conseguente stigmatizzazione dei saperi e delle pratiche che, le gerarchie e le identità, le mettono in discussione.

    Molti osservatori e media internazionali, in occasione dell’evento veronese, hanno raccontato l’agenda politica del Congresso usando espressioni come “ritorno al passato” o “ritorno al Medioevo”, come se si trattasse semplicemente di muoversi avanti o indietro sulla linea del tempo. Non una di Meno l’ha invece spiegato bene: abbiamo assistito a un’ondata reazionaria intesa come diretta conseguenza della potente e globale sollevazione delle donne.

    I femminismi che riempiono oggi le strade del mondo promettono di scardinare il reale facendo saltare, ovunque, un ordine basato su sfruttamenti, coercizioni e ordinamenti. Non descrivono il patriarcato solo come un inciampo culturale o come una devianza da raddrizzare sulla via del progresso, ma ne vedono chiaramente la connotazione strutturale e le connessioni con le politiche neoliberiste. Intersecano con consapevolezza le diverse rette delle oppressioni allargando il campo e lavorando sulle alleanze. Escono dalle accademie, infine, diventando accessibili e riconoscendo come leve i desideri, le resistenze e le pratiche minute e quotidiane di ciascuna e ciascuno. Un femminismo di strada, o del 99 per cento, come ha ben detto qualcuna, il cui grido, in occasione del marzo scorso, è stato altissimo e feroce.

    Furti

    Nel corso degli anni, la strategia comunicativa dei gruppi e dei partiti legati al Congresso Mondiale delle Famiglie si è modificata. Ha cioè via via volutamente sottratto linguaggi, temi e campagne ai movimenti femministi e ai movimenti che lavorano a favore dei diritti. Senza tradire lo storico antifemminismo che li regge, da un certo punto in poi questi gruppi e partiti – che hanno avuto un’ondata di successi nelle elezioni a partire dal 2014 – hanno inserito tra i loro temi la parità, l’emancipazione delle donne e la violenza di genere.

    Naturalmente, il femminismo non è un puro atto linguistico, e le parole-del-femminismo hanno significati ben diversi se a pronunciarle è Olympe de Gouges o Napoleone. Come spiega Sara R. Farris nel suo libro “Femonazionalismo”, quando la destra parla di diritti delle donne, lo fa con un duplice obiettivo strumentale, che con le libertà delle donne ha ben poco a che fare. Lo fa per mettere il femminismo a servizio dei propri discorsi nazionalisti e razzisti (ponendo l’uguaglianza di genere come un valore fondamentale della società europea cristiana vista non solo come migliore, ma come anche l’unica possibile). E lo fa per promuovere, paradossalmente e allo stesso tempo, le politiche connesse ai classici interessi della destra, che incoraggiano securitarismo, identitarismo e rispetto dei ruoli tradizionali. Detto altrimenti: le destre stanno razzializzando le questioni del sessismo e della violenza di genere, per ridurle a uno scontro di civiltà e raffigurarle come domini esclusivi di uno spazio che non è il loro, ma che è abitato esclusivamente dall’Altro (non occidentale, preferibilmente musulmano, o migrante). Di fatto, con il “guadagno” di annientare tali questioni all’interno dei loro confini, e del loro contesto.

    Questa strategia ha trovato declinazioni e istituzionalizzazioni molto insidiose, facendosi strada – soprattutto dal Congresso Mondiale delle Famiglie in poi – anche nel contesto politico veronese, sebbene in modo evidentemente grottesco.

    Diversi esponenti della destra locale hanno ad esempio preso parola su alcuni casi di femminicidio, che coinvolgevano però nel ruolo di aggressore un uomo non percepito come loro simile. Nel frattempo, gli stessi organizzavano incontri con il patrocinio dell’assessorato alla Cultura in cui venivano candidamente pronunciate frasi quali «l’uomo è il muro e la donna è il pavimento». Mentre il consigliere comunale di Verona Andrea Bacciga, in occasione della Giornata globale contro la violenza maschile sulle donne, se ne andava in giro a parlare del Codice Rosso e di violenza di genere, in una circoscrizione della città si rinnovava, a canone agevolatissimo, la concessione pubblica a un consultorio privato e cattolico che ha come consulente etico un prete e come ginecologa un’obiettrice di coscienza. Mentre, infine, si approvava una mozione per realizzare un’applicazione telefonica per «contrastare la violenza sulle donne e dare aiuto alle vittime», si concedevano spazi al comitato No 194 o ai movimenti anti-scelta.

    Mettendosi dunque su una traiettoria già avviata a livello globale dai movimenti di estrema destra, anche a Verona i temi del femminismo sono stati utilizzati – rozzamente – dall’amministrazione locale per chiudere spazi di libertà.

    Aprire spazi di libertà

    A partire dallo slancio di Città Transfemminista, Non Una Di Meno Verona ha lavorato per aprire spazi di libertà e ha avviato, a un anno dal Congresso, il progetto “Io ti credo”: uno sportello legale contro violenze e discriminazioni.

    Sulla scia delle grandi intuizioni del femminismo degli anni Settanta, la scommessa di NUDM è quella di affiancare al supporto iniziale, alla consulenza e all’assistenza legale (gratuita e accessibile), i saperi e le pratiche femministe per favorire l’uscita dall’isolamento e i percorsi di autodeterminazione. Andando oltre le logiche tradizionali che caratterizzano i servizi ad oggi attivi, risignificando e reinventando forme di aiuto, sostegno e ascolto.

    Come molte femministe hanno fatto in passato, lo sportello vuole essere uno spazio collettivo dove personale e politico vengano rigiocati in una dimensione unica e inscindibile. “Se toccano una, toccano tutte”, si gridava in corteo durante Città Transfemminista: come a dire che la violenza sulle donne e di genere non sono solo un fatto privato, ma una questione politica e sociale che riguarda tutte e tutti. Se le violenze diventano non più solamente il tassello di una storia personale, ma parte di un percorso collettivo, ecco che anche le pratiche stesse di accompagnamento e sostegno assumono differenti declinazioni.

    Si tratta, in primo luogo, di non delegare unicamente alla persona né allo specialista (psicologo, legale e così via) la “gestione” e la “risoluzione” della situazione, ma di immaginare una presa in carico collettiva che possa essere di appoggio e di aiuto in situazioni in cui l’isolamento e l’auto-colpevolizzazione hanno corroso le risorse personali e le reti sociali. Ma “Io ti credo” nasce anche per proseguire il lavoro di Città Transfemminista, durante la quale il corteo è stato certamente il momento più visibile e raccontato, ma non il solo. Nasce, dunque, anche come spazio di informazione, formazione e autoformazione aperto a tutte e a tutti: per diffondere consapevolezza, saperi, pratiche e per ricordarci che le libertà – lungi dall’essere categorie retoriche – si costruiscono sempre a più voci, quotidianamente.


    Giulia Siviero è giornalista del Post.

    fotografo: Michele Lapini