giovedì, 28 Maggio, 2020
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    Verona Città Transfemminista:
    un anno dopo

    Pubblicare un dossier incentrato sull’eredità politica di Verona Città Transfemminista a un anno dal suo successo, potrebbe sembrare in questo momento poco attuale. Come è noto, a Verona come nel resto d’Italia, di cose ne sono successe parecchie soprattutto nelle ultime settimane: come tutti e tutte (o quasi) ce ne stiamo anche noi nelle nostre abitazioni ad aspettare che il peggio passi in un clima che, quando nemmeno un paio di mesi fa guardavamo le foto di Wuhan, ci sembrava così “fantascientifico”. Le foto e le riflessioni contenute nel dossier ci riportano invece a una dimensione di “quotidianità politica” che oggi ci è preclusa, ma che presto speriamo di poter riprendere, e che comunque abbiamo deciso di non rinunciare a interrogare: non vogliamo infatti che quello che c’è stato fino a ieri venga dimenticato, consci e consce del fatto che non scomparirà insieme – ci auguriamo – all’emergenza coronavirus, ma anzi, probabilmente, riemergerà in forme che sarà fondamentale al momento opportuno saper riconoscere. Ci sembrava quindi importante, nonostante tutto, proporre ai lettori e alle lettrici un dossier che, attraverso una serie di contributi di natura diversa, ritorna su Verona Città transfemminista per raccontarne le potenzialità politiche e soprattutto per analizzare quale è stata la risposta del mondo pro-life e della destra veronese a questo evento.

    Se infatti questi ambienti, aiutati dalle istituzioni veronesi, riuscirono nel marzo 2019 a portare a Verona il 13° World Congress of Families, come scrive Alessandra Montalbano, docente di Italian Studies all’università dell’Alabama, a diventare visibile al mondo in quei giorni fu la “Città Transfemminista” organizzata da Non una di Meno, a tal punto che persino l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini, dopo aver convintamente partecipato al congresso, dovette dichiararsi pubblicamente a favore dell’esistenza della legge 194 che regola l’aborto. L’estratto dell’articolo di Montalbano da noi tradotto insiste sulla vittoria non solo numerica ma anche politica della tre giorni organizzata da Non una di Meno e partecipata da tantissime cittadine e cittadini, nonché da numerose associazioni, partiti, gruppi, collettivi femministi, LGBTQ+, studenteschi e della sinistra. Secondo l’autrice, al modello lobbista del WCF basato su comitati di raccolta fondi e pressione politica, Non una di Meno ha infatti saputo opporre e proporre un modello di attivismo basato sulla solidarietà e sull’impegno attivo della cittadinanza. Contro un convegno che radunava in Gran Guardia esponenti politici e religiosi provenienti da tutto il mondo per discutere disegni di legge atti a imporre la cosiddetta “famiglia naturale” (in realtà, patriarcale, eterosessuale e bianca) e a contrastare la libertà delle donne e delle minoranze sessuali, Non una di Meno ha dato forma a uno spazio cittadino fondato sui saperi delle donne, delle lesbiche, delle soggettività trans, transfemminista proprio perché fondato sull’alleanza di queste soggettività; uno spazio cittadino animato da momenti di dibattito pubblico e attraversato da pratiche politiche femministe e intersezionali, ovvero basate sulla condivisione dei vissuti e attente ai molteplici livelli dell’oppressione. Come Montalbano mette bene in luce nella sua analisi, il risultato è stato una città trasformata, anche se solo per tre giorni, rispetto alla sua grigia quotidianità segnata dal profitto economico, una città eccentrica, meticcia, gaia e piena di anticorpi contro ogni possibile deriva filoautoritaria.

    Giulia Siviero, giornalista e tra le organizzatrici della tre giorni, racconta, invece, in collaborazione con Non una di Meno Verona, cosa è successo a Verona dopo la Città transfemminista. Il suo contributo si sofferma in particolare sulla «grottesca» strategia messa in atto dalla destra locale per riappropriarsi in chiave securitaria del tema della violenza sulle donne. Se la strategia intercetta linee di tendenza delle destre globali, essa è definita grottesca dall’autrice perché, chiaramente, “di facciata”: all’approvazione di una mozione per attivare un’applicazione telefonica per «dare aiuto alle vittime», a presenze istituzionali a eventi contro la violenza sulle donne, la destra veronese ha fatto seguire le “solite” politiche anti-femministe di concessione di spazi ai movimenti pro-life. A queste azioni, sulla scia del senso politico di città transfemminista, Non una di meno Verona ha risposto moltiplicando gli spazi di libertà, in particolare dando forma allo sportello legale contro violenze e discriminazioni “Io ti credo”.

    Il contributo di Massimo Prearo, sociologo dell’università di Verona, torna invece ai giorni di Città transfemminista per raccontare la sua osservazione in prima persona dei lavori del World Congress of Families. Studioso dei movimenti anti-gender, Prearo riflette su ciò che il WCF ha rappresentato per il movimentismo integralista cattolico italiano: non solo un momento di investitura del suo leader «programmatico», Massimo Gandolfini, e dei suoi partner politici, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, ma anche, forse soprattutto, un’occasione per presentare la dimensione nazionale e la maturità organizzativa raggiunta dal movimento. Il WCF ha infatti consolidato la guadagnata posizione di forza in ambito religioso, movimentista e politico dell’attivismo orchestrato dal leader del Family Day. Un attivismo che, come Prearo non manca di sottolineare, ha radici ben piantate nel territorio veronese, nelle sue parrocchie, nelle sue associazioni e partiti di destra, anche estrema.

    Proprio al fine di indagare l’origine della commistione tra integralismo cattolico e gruppi di destra, abbiamo intervistato un suo attento osservatore di lungo corso, il veronese Emanuele Del Medico, autore di All’estrema destra del padre. Tradizionalismo cattolico e destra radicale (La Fiaccola, Milano 2004). L’intervista ripercorre alcuni fondamentali passaggi della storia dei movimenti veronesi nella creazione di questa saldatura e mostra come alcuni dei suoi temi forti, per esempio l’identitarismo in funzione anti-immigrazione e anti-LGBT, siano stati fatti propri prima dalla destra istituzionale veronese e poi da quella nazionale. Secondo la ricostruzione di Del Medico, quelli che prima erano temi appannaggio di frange estreme e radicali della destra veronese sono diventati oggi l’ossatura del dibattito pubblico delle destre italiane, a seguito di un processo di “normalizzazione” degli stessi, in cui, giustapponendo alle riflessioni di Del Medico quelle di Prearo, risulta evidente il ruolo svolto da Gandolfini e dalla sua equipe di “intellettuali”. Una normalizzazione che di fatto, aggiungiamo noi come spunto di riflessione, non ha avuto analoghi a sinistra per quanto riguarda invece i temi della sinistra radicale, o più semplicemente della sinistra.

    Da una riflessione intorno alla riattivazione degli archetipi psicopolitici fascisti nell’Italia contemporanea di Salvini prende avvio anche il libro di Lorenzo Bernini, Il sessuale politico (Edizioni ETS, Pisa 2019). Riservando una particolare attenzione all’attualità politica italiana dell’ultimo anno – tra cui, ovviamente anche il WCF –, l’autore utilizza Freud e gli strumenti delle teorie queer antisociali per provare a comprendere i processi psicopolitici che sostengono il successo del populismo sovranista in Italia come nel resto del mondo. La recensione di Marco Tabacchini insiste sul lavoro fatto dall’autore per riportare alla luce il tesoro nascosto nei testi di Freud, ovvero l’intuizione che il sessuale è una forza deviante e disturbante che segna l’esperienza non solo delle cosiddette minoranze, ma anche della maggioranza. Se nei riguardi di questa forza perturbante la politica non può che sviluppare una vocazione pedagogica – come Freud sa, essa è chiamata a sublimarla e non di rado succede che la indirizzi contro quegli altri individuati come capri espiatori della negatività del sessuale (“gli omosessuali”, “i neri”) –, Tabacchini, d’accordo con Bernini, sostiene che il compito dei movimenti sociali è continuare a pensarla, «non come attesa di assimilazione nella società, ma come occasione di trasformazione».

    Infine, abbiamo deciso di chiudere il dossier con una galleria di foto, a cura di Emanuele Zoccatelli, di alcuni dei cartelli più divertenti della manifestazione del 30 marzo 2019, convinte/i del fatto che anche l’ironia e l’autoironia ci aiuteranno a venir fuori da questa mala ora.


    Illustrazioni di
    Alberto Casagrande (Verona, 1987), graphic designer e illustratore. I suoi lavori sono caratterizzati da forme semplici, pochi colori brillanti e un uso espressivo del lettering e della tipografia. Nel 2019 ha pubblicato l’albo illustrato TRAM! (Lavieri) e il suo lavoro #Umani per Medici senza frontiere è stato scelto tra i finalisti di Premio Illustri. Vive e lavora a Milano.