venerdì, 17 Settembre, 2021
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    Per che cosa vale la pena lottare

    di Alessandro Foladori

    Data l’oggettiva gravità della situazione pandemica, e considerata la quantità impressionante di discorsi prodotti attorno alla Covid-19, Malora ha pensato di inaugurare un cantiere di pensiero che ponga l’attenzione sui mutamenti politici ed esistenziali che questa crisi rivela, in modo da aiutare a fare pulizia dei toxic frames e approntare uno strumentario di riflessioni lucide.

     

    Come purtroppo spesso accade, un’improvvisa situazione di crisi finisce per evidenziare i profili di angoscianti contraddizioni che stringono le nostre vite in una morsa, ma che preferivamo non vedere. Purtroppo, perché sembra che si mostrino solo nei momenti in cui non siamo pronti per affrontarle, e perché dimentichiamo troppo volentieri, a crisi finita, quello che per un istante si era riusciti a scorgere. Qui non si intende parlare della Covid-19, né del patogeno virale che provoca tale malattia, sembra più importante, in piena crisi, installarsi nel punto di analisi che la situazione attuale apre, e provare a tirare le somme prima che sia troppo tardi, prima cioè che passi l’attimo di pericolo e che ci si senta in salvo. A torto: quelle contraddizioni esistono anche se non sono viste. Cercare di compiere un’operazione simile espone al rischio di un’assoluta ignoranza, perché implica mettere in discussione dei punti fermi su cui ci si è basati fino a quel momento, e perché le informazioni che possiamo davvero ottenere sembreranno sempre parziali e raccogliticce. Di conseguenza quanto segue non vuole essere niente di più che l’inizio di un cantiere di pensiero teorico e pratico per i tempi a venire, deciso ad accogliere i muscoli di ogni braccio che abbia voglia di lavorare.

    Nessuno di noi può dire di sapere cosa stia accadendo in questi giorni e cosa accadrà prossimamente. Ogni notiziario ci bombarda di informazioni talvolta incoerenti e di curve con dati che non siamo in grado di leggere al di là della conta dei contagiati, dei guariti, dei morti. Non sappiamo cosa questo significhi, e preda del terrore ci rivolgiamo quindi a qualcosa che invece conosciamo bene: la nostra esperienza diretta, i nostri affetti. Si apre così una prima frattura radicale: da un lato cerchiamo di capire quanto sia davvero problematico il dato che leggiamo, dall’altro non abbiamo modo di applicarlo alle nostre vite, perché le nostre vite non vi somigliano. Cinquemila, o anche diecimila morti non sono tanti da un punto di vista statistico, ma sono inaccettabili se lì dentro si contano i nostri cari, o noi stessi. La scelta è quindi sempre e comunque tra il terrore puro e la relativizzazione del pericolo: è una scelta perché viviamo nella perfetta ignoranza, e in ogni caso sentiamo con angoscia l’insufficienza delle nostre scelte. Probabilmente è anche per questo che abbiamo salutato con sollievo e quasi all’unanimità la scelta che il governo Conte ha preso al posto nostro: chiudere tutto, stare a casa, limitare i contagi, cercare di regolare il flusso di malati verso gli ospedali e impedire la scelta, ugualmente drammatica, tra chi curare e chi no. Questa è una contraddizione importante: ovunque la si blocchi, tende a replicarsi spostata un poco più in là.

    Per quanto disumano possa sembrare, il dispositivo di sapere statistico che produce senza sosta curve di pericolo è uno strumento importante in base al quale i governi prendono delle decisioni. Lo rilevava molto bene Michel Foucault in un suo corso intitolato Sicurezza, territorio, popolazione. Si tratta di un passaggio di svolta importante nella sua ricerca, giacché mostra la transizione tra le società securitarie e quelle governamentali. Se le prime sono caratterizzate dal controllo capillare e singolare degli Stati sugli individui, le seconde cercano di regolare l’andatura generale della vita e della morte basandosi sull’analisi di fattori di rischio. In questi giorni sono state dette e scritte tonnellate di parole che richiamano la filosofia di Foucault nel tentativo di spiegare la crisi, talvolta con buoni spunti di riflessione, più spesso in modo ingenuo. Così le curve dei contagi sono chiaramente un dispositivo di regolamentazione biopolitica, mentre la serrata nazionale voluta da Conte è un strumento securitario della peggior specie. Sì, può essere che sia così, ma la cosa importante è che questi due fenomeni si diano insieme.

    fotografia di Ilenia Arangiaro: https://www.instagram.com/novilunio.analog/

    Si apre qui un’altra frattura, su un piano più alto, l’abisso di un’altra contraddizione. Assistiamo come se fosse normale all’incrocio di due paradigmi opposti: da un lato un paradigma globalizzante che tende a una comunicazione pressoché istantanea e apre alla possibilità della circolazione dei corpi e delle merci in assoluta libertà; dall’altro un paradigma securitario che pretende di controllare le condotte singolari di ogni membro della propria popolazione, in modo da governarne direttamente la forma di vita. Non Foucault, bensì Deleuze e Guattari, con L’anti-Edipo del 1972, avevano spiegato come la cosa potesse funzionare soltanto in un regime capitalista o neoliberista. Secondo i due filosofi ogni nuova ristrutturazione radicale del tessuto sociale e dei dispositivi politici si serve dei rottami delle strutture precedenti per i propri fini: ad esempio la libera circolazione di flusso di lavoro nudo e di flusso di denaro, benché sia molto più ampia dei confini statuali, deve poter essere regolamentata da apparati di Stato, altrimenti rischia di far esplodere il sistema. Una parodia di sovranità nazionale è quindi necessaria. Nelle parole di Deleuze e Guattari, si tratta di un gioco continuo tra la “schizofrenia”, la tendenza centrifuga delle energie e la possibilità di creazione del nuovo, e la “paranoia”, l’angoscia accentratrice del controllo. Questa macchina funziona alla perfezione, al prezzo di guastare continuamente le sue componenti: crisi di sovrapproduzione, masse di disoccupati da gestire, tagli di spesa ai settori non direttamente coinvolti  nell’aumento e la circolazione di capitali. Può sembrare un discorso astratto, ma all’atto pratico oggi si vede bene cosa significhi: enormi tagli di spesa alla ricerca e alla sanità nel tentativo di sanare altri bilanci hanno reso impossibile gestire l’emergenza attuale, e a quel punto la risposta non poteva che essere securitaria. Possiamo anche concordare con il fatto che grossi sacrifici debbano essere fatti per contenere una crisi imprevedibile, ma non si può soprassedere su un altro fatto: tale risposta è insufficiente, ha generato e continuerà a generare un collasso economico grave, mostrando il limite di modelli di lavoro precario – o “flessibile”, se si preferisce – e, più in generale, di tutta la retorica sull’auto-imprenditoria. Tali modelli, necessari al neoliberismo, esistono solo sullo sfondo della messa in mora completa delle politiche di welfare e di giustizia sociale. Qualsiasi risposta securitaria che pretenda di mettere una pezza a un problema senza prendere in carico il panorama più ampio su cui esso si staglia non può che essere inadeguata, e infine rilanciare ed esacerbare delle situazioni che, quando non sono patogene, restano di vera e propria angoscia esistenziale. È il volto più brutale e più sconsolante di quanto Mark Fisher chiamava Realismo capitalista: sembra che qualsiasi altro profilo di risposta sia interdetto, non è né pensabile né immaginabile. L’alternativa è tra il bloccare tutto, e vedere chi resta senza lavoro, come si fa in Italia, o il non fare nulla, e vedere chi resta in vita, come per giorni si è pensato di fare in Inghilterra. Senza nessun tipo di critica ad ampio raggio sul sistema che produce queste emergenze e queste risposte, è facile immaginare la progressiva moltiplicazione di casi simili. Non è detto che questo specifico virus si sia diffuso così, ma dissipando ecosistemi al ritmo in cui è richiesto dalla presente struttura sociale, altri patogeni per sopravvivere dovranno compiere un salto di specie, riproponendo ulteriori emergenze, a cui bisognerà mettere ulteriori pezze.

    Questa gigantesca contraddizione “funzionale” si ripercuote poi sulle risposte dei singoli. Ha qualcosa di impressionante e di inquietante il numero di commenti, di parole e di meme a tema coronavirus che hanno inondato la rete. Su tutto si staglia l’esasperante hashtag #iorestoacasa. Non si fraintenda, non è esasperante perché qui si stia sottovalutando la situazione, lo è perché sempre di più vale come parola d’ordine svincolata dal contesto che l’ha creata, e si pone come un assoluto da seguire ad ogni costo e da non discutere. Discutere nel senso pieno del termine, mettere in questione. È esasperante perché non è preceduto né seguito da alcuna riflessione, perché subdolamente impone di non pensare. Perché rischia di lasciare ognuno abbandonato al proprio dramma, sostituendo un tessuto sociale polverizzato da ben prima del virus con uno slogan condiviso, grazie al quale sentirsi accumunati. Questa potrebbe in realtà essere anche un’occasione, un modo per iniziare a lanciare degli effettivi movimenti di comunanza e solidarietà. Ma è pur vero che troppo spesso #iorestoacasa diventa anche l’urlo feroce da rivolgere tanto a chi per leggerezza non vuole o per altri motivi non può stare a casa, quanto a chi si permette di utilizzare tutto questo come elemento di riflessione. Così ognuno è chiamato a esercitare la libera facoltà della libera condanna verso chi, a gradi diversi, non si riconosce in questo appello o, pur vedendone una provvisoria necessità, tenta di problematizzarlo. Spiace dirlo, ma da un punto di vista strutturale è una rabbia che assomiglia molto a quella di un salviniano. Gli uni minacciati nella salute del corpo, gli altri in quella della nazione. Resta la differenza di non poco conto che il corpo sembra un concetto in grado di radunare molte più persone e molti più appelli. Si potrebbe dire che rappresenti qualche cosa di inevitabile, di estremamente concreto per tutti e in grado di produrre comunità e vicinanza, cosa che la nazione mostra sempre più di non essere. Il timore è che l’apertura di questo spazio di pensiero – il mio corpo minacciato uguale al tuo, i miei sacrifici simili ai tuoi – e della comunità che potrebbe indicare, si richiuda nella semplice ed esclusiva preoccupazione per ciò che è prossimo – il mio corpo, le mie rinunce. E così si rivendicano sacrifici forti per un’emergenza, non più leggeri, duraturi e condivisi per cambiare ciò che ha permesso l’emergenza. Si chiede più sicurezza, non più giustizia sociale. In fondo anche noi non immaginiamo più altri profili di risposta. Questa emergenza passerà, non presto e forse ne usciremo con tutte le ossa rotte, ma passerà. Ma poi ognuno dovrà fare i conti con la propria coscienza e scegliere come pensare quello che è accaduto, per che cosa vale la pena lottare, per che cosa vale la pena vivere. In quell’ora vorremo non essere da soli.


    Poiché si tratta di un tema in continuo sviluppo e mutamento, e poiché gli intenti sono quelli di aprire un cantiere di pensiero a lungo termine, seguono i link di alcuni degli articoli a nostro avviso più interessanti usciti nelle scorse settimane.

    Wolf Bukowski, La viralità del decoro. Controllo e autocontrollo sociale ai tempi del Covid-19 (prima puntata): https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/la-viralita-del-decoro/

    Wolf Bukowski, La viralità del decoro. Controllo e autocontrollo sociale ai tempi del Covid-19 (seconda puntata)https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/la-viralita-del-decoro-2/

    Sara Gandini, Covid-19: Rendere politica la rabbia: http://effimera.org/covid-19-rendere-politica-la-rabbia-di-sara-gandini/

    Andrea Perego, Cronache dal pronto soccorso (o della cecità): http://effimera.org/cronache-dal-pronto-soccorso-o-della-cecita-di-andrea-perego-andy/

    Marco Bersani, Rimaniamo a casa, ma non rimaniamo in silenzio: https://www.italia.attac.org/rimaniamo-a-casa-ma-non-rimaniamo-in-silenzio/

    Marco Bersani, Virus: scatta la colpevolizzazione dei cittadini: https://www.italia.attac.org/virus-scatta-la-colpevolizzazione-dei-cittadini/

    Niccolò Barca, Non c’è solidarietà senza conflitto: https://jacobinitalia.it/non-ce-solidarieta-senza-conflitto/

    Alessandro Brizzi, Apocalittici e messianici: https://jacobinitalia.it/apocalittici-e-messianici/

    Miguel Mellino, Restate a casa: anche voi, ma per sempre. Il decreto “Io resto a casa” e l’ennesimo volto del razzismo di stato: http://www.decoknow.net/restate-a-casa/

    Editoriale HOBO, Non esiste il tempo dell’attesa – Considerazioni incomplete sulla crisi epidemica in corso: http://hobo-bologna.info/2020/03/26/non-esiste-il-tempo-dellattesa-considerazioni-incomplete-sulla-crisi-epidemica-in-corso/

    Laurie Penny, Questa non è l’apocalisse che ci aspettavamo: https://www.internazionale.it/opinione/laurie-penny/2020/04/03/apocalisse-covid-mondo

    Ángel Luis Lara, Covid-19, non torniamo alla normalità. La normalità è il problema: https://ilmanifesto.it/covid-19-non-torniamo-alla-normalita-la-normalita-e-il-problema/