domenica, 5 Luglio, 2020
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    Le Pasque Veronesi e l’uso politico della Storia

    intervista a Renzo Vendrasco
    di Francesco Marchi e Oreste Veronesi

    Da un paio di decenni la Pasqua a Verona viene strumentalizzata dalla destra tradizionalista e cattolica. Commemorando l’episodio delle Pasque Veronesi vari gruppi indipendentisti e autonomisti veneti cercano di rafforzare una visione mitologica del passato in chiave identitaria, con l’aiuto diretto delle istituzioni comunali e non solo. Intervista con Renzo Vendrasco, storico delle religioni e studioso dei movimenti indipendentisti, non solo italiani.

     

    Al centro di Piazza Erbe, una delle piazze più antiche e più note della città scaligera, è possibile veder sventolare una particolare bandiera di San Marco, issata il 6 ottobre 2019 durante la giornata commemorativa dell’anniversario della Battaglia di Lepanto. Tra i saluti dell’assessore allo sport e al tempo libero Filippo Rando, e al grido di “Viva San Marco” e “Verona Fidelis”, il comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi, organizzatore della manifestazione, ha innalzato sul pennone centrale della piazza la cosiddetta bandiera contarina. Si tratta di un vessillo di San Marco utilizzato dal Doge Domenico II Contarini dal 1659 al 1675, «eroe della guerra di Candia, contro i Turchi» – come lo definisce Pierantonio Braggio. La particolarità di questo vessillo, rispetto al classico leone veneziano, sta nella numerosa presenza di immagini sacre e rappresentazioni di santi, nonché “dei prigionieri maomettani in ginocchio e vinti, legati e aggiogati allo stemma Contarini”. 

    La portata simbolica di questo vessillo è enorme, anche guardando a chi ne ha patrocinato la rinascita: il Comitato per la Celebrazione delle Pasque Veronesi, il Comitato Veneto Indipendente (sul cui sito campeggia, oltre al leone marciano, lo stemma del Regno Lombardo-Veneto) e il Sindacato Libero di Verona, col supporto della Regione Veneto e il contributo delle municipalizzate veronesi AGSM e Amia

    La commemorazione della Battaglia di Lepanto e la riproduzione della bandiera contarina sono alcuni dei tasselli con cui il Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi sta da anni contribuendo al consolidamento di una memoria cattolica-reazionaria riconosciuta istituzionalmente a Verona.

    Ma cosa sono le cosiddette Pasque Veronesi di cui si fanno promotori e con cui si fanno riconoscere istituzionalmente anche per promuovere eventi come la Battaglia di Lepanto e la ricostruzione di un vecchio vessillo della Serenissima? 

    Quando parliamo di Pasque Veronesi ci riferiamo ad una rivolta popolare scoppiata a Verona la mattina del 16 Aprile 1796, domenica di Pasqua. L’episodio si inserisce nel contesto dell’uragano rivoluzionario proveniente dalla Francia, abbattutosi sul nord Italia sotto il comando di un giovane e rampante Napoleone Bonaparte.  L’avanzata dei Francesi e del loro motto “Liberté, egalité, fraternité aveva spinto sia contadini che intellettuali a ribellarsi alla stantìa nobiltà austriaca e veneta. In seguito, invece, fu chiaro che quella francese era una campagna militare in piena regola e che, quindi, l’esercito per il suo sostentamento faceva quello che ogni altro esercito aveva sempre fatto: saccheggiare. Accadde quindi che le rivolte, ormai iniziate, in molti casi cambiarono colore e si tinsero di antigiacobinismo.  Quella di Verona era una di queste rivolte.

    Secondo il Comitato per la celebrazioni delle Pasque Veronesi la ricorrenza è da datarsi 17 aprile e la rivolta è giustificata da un radicato sentimento antigiacobino e cattolico nella popolazione locale.

    Storicamente la vicenda è chiara. La rivolta si accese dopo la messa domenicale del 16 Aprile e si sviluppò con violenza contro il ghetto ebraico, considerato, come ricorda lo storico Gianpaolo Romagnani, “un covo di giacobini”. In questo non c’è nulla di strano, l’antisemitismo era molto diffuso in Europa da secoli, non fu inventato improvvisamente dai nazisti negli anni Trenta. Ma alla causa identitaria non giova questo episodio e pertanto viene omesso totalmente dalla narrazione. Anche per quello che riguarda le cause della rivolta, è storicamente accertato che essa fu scatenata dalle conseguenze esasperanti di una guerra che opprimeva gli abitanti della città. In Lombardia si combattevano Francesi e Austriaci. Napoleone, comandante dell’Armée d’Italie, ottenne dalla Serenissima l’accesso ai suoi territori, pertanto le zone di confine come Verona divennero dei grandi ospedali da campo per l’esercito francese. La situazione nella città ad un certo punto era insostenibile per gli abitanti, come per i contadini nelle campagne, colpiti da razzie e privazioni. Dopo alcuni mesi, Napoleone comprese l’importanza strategica di Verona. Non potendo occuparla deliberatamente, escogitò uno stratagemma: affiggere in città un falso proclama del provveditore di terra veneziano, che incitava alla rivolta contro i Francesi. La popolazione, stremata, cadde nell’inganno e si ribellò, sotto la guida di chi era più colpito dal sequestro di beni, ovvero esponenti della nobiltà cittadina e del clero.

    Quali furono le conseguenze della rivolta?

    Su questo punto le versioni del comitato tutto sommato concordano con le ricostruzioni storiografiche. Napoleone inviò circa quindicimila uomini per reagire all’attacco “subìto”, cingendo la città d’assedio con i suoi cannoni. Ai Francesi restavano in mano ancora i forti attorno alla città, mentre i combattimenti all’interno delle mura proseguirono per giorni, sotto Castelvecchio, alle diverse porte d’accesso. Furono liberati prigionieri, tra cui dei soldati austriaci, che presero parte alla rivolta. Le truppe venete furono affiancate dalla popolazione, che gli diede man forte, diventando protagonista degli eventi. Tuttavia, nonostante la richiesta, non giunsero mai rinforzi da parte del governo veneziano, per nulla intenzionato a far partire uno scontro aperto con la Francia; la ribellione, ovviamente, era destinata a terminare con la vittoria napoleonica. La mattina del 25 Aprile la città si arrese. Seguì una durissima repressione, vennero fatti prigionieri, le chiese furono saccheggiate dei loro beni (tra cui alcune opere d’arte esposte oggi al Louvre) e vennero eseguite alcune condanne a morte. Nottetempo, i magistrati veneziani erano fuggiti, mentre Napoleone si trovava già in Austria in gran segreto, per concordare i termini preliminari di una pace che prevedeva la fine della Repubblica di Venezia.

    Come nasce e come si articola l’uso strumentale di questa vicenda da parte dei comitati indipendentisti e integralisti?

    L’utilizzo dell’evento in chiave identitaria iniziò negli anni Ottanta, in concomitanza con il bicentenario della Rivoluzione Francese. Era un’epoca di grandi cambiamenti degli equilibri politici mondiali, dato che era appena crollato il muro di Berlino e l’Unione Sovietica era al collasso. Nacque infatti un Comitato anti-89 all’interno dell’ambiente cattolico-reazionario, che raccontava l’episodio utilizzando una retorica improntata sul conflitto tra la tradizione cattolica del “popolo veneto” e le idee proto-comuniste dei Rivoluzionari Francesi. Venne riesumata ed incensata la figura di Luigi XVI, descritto come una vittima dei Rivoluzionari senza Dio e pertanto come un martire, in quanto “legittimo sovrano” di Francia. L’anticlericalismo dei Giacobini viene visto quasi come ingiustificato, quando invece era frutto di secoli di corruzione, soprusi e collaborazione del clero francese con l’assolutismo monarchico francese.

     In tutto questo, vengono attribuite delle caratteristiche alla popolazione veronese dell’epoca in maniera assolutamente arbitraria, tralasciando le cause effettive della rivolta, riscontrabili perlopiù in difficoltà economiche dovute alla presenza dell’esercito francese. L’esistenza di un ideologia anti-rivoluzionaria tra il popolo è però irreale, poiché spesso ci si dimentica che a quel tempo le informazioni sugli eventi “esteri” erano parziali ed estremamente difficili da reperire, soprattutto da parte di una popolazione in gran parte analfabeta. Era molto più facile, invece, influenzare masse di illetterati privi di senso critico, giacché l’istruzione era appannaggio di pochi e ricchi, mettendogli in bocca semplici slogan. Sia chiaro, questa cosa funzionava per ogni parte politica, la differenza stava nel fine ultimo. 

    Un piccolo discorso lo merita anche l’universo nostalgico della Serenissima, che guarda a questo episodio come se fosse stata una grande riscossa del popolo veneto contro gli invasori. Fermo restando che il “popolo veneto” non ha dimostrato questo grande spirito di ribellione nei confronti degli Austriaci, invasori pure loro, l’attribuzione di tutte le colpe della caduta della Repubblica Veneziana a Napoleone e ai giacobini è una questione semplicistica e parziale. La Repubblica era già da tempo sull’orlo del baratro, rappresentante di un ordine politico vetusto e morente. I nostalgici la ricordano come un grande esempio di governo liberale, ma evidenzierei il fatto che nella “repubblica” il potere era posseduto ed esercitato dalle sole famiglie patrizie veneziane; non è un caso che si chiamasse Serenissima Repubblica di Venezia. 


    Illustrazione di Silvia Cucchihttps://www.instagram.com/cucksillustrations/