domenica, 5 Luglio, 2020
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    Ventotene, l’isola che guarda oltre.
    Intervista a Wu Ming 1

    a cura di Luigi Alessandro

    Abbiamo parlato con Wu Ming 1 del suo ultimo romanzo “La macchina del vento” durante la presentazione del volume presso l’associazione culturale La Sobilla: una storia corale, ambientata tra il 1939 e il 1943, che racconta della colonia carceraria fascista di Ventotene. Dove tra antifascisti, divinità greche e accelerazioni temporali, si gettano le basi per il futuro. Nel discorso con l’autore emergono le diverse facce di un romanzo che va oltre la narrazione storica, giocando a mescolare i piani del reale e del fantastico, allenando così ad una lettura critica non solo del racconto, ma anche del reale. Una realtà che a Ventotene non potrebbe apparire più nera, ma “La macchina del vento” ci mette in guardia, allora come oggi, dal temere il buio (o la Malora) del presente, perché quando la notte è più scura l’alba si avvicina.


    Una cosa che colpisce de “La macchina del vento” è che, a differenza di quello che accade oggi, nel tuo romanzo tante realtà diverse, tante persone provenienti da percorsi politici diversi – tranne gli stalinisti – interagiscono fra loro. È successo perché i confinati dovevano stare a contatto forzato in un luogo ristretto o ci sono altri motivi che portano a questa interazione?

    Sicuramente il regime fa una sorta di errore di calcolo nel concentrare così tanti antifascisti su uno scoglio minuscolo del tirreno. Loro pensano di relegarli in un luogo marginale, difficilmente raggiungibile, isolato; ma in realtà il paradosso che si produce con la mossa di fare di Ventotene la colonia confinaria più grande, è che si concentra una intelligenza collettiva che, molto probabilmente, non ha eguali in tutta Europa. Si concentra la crème di almeno un paio di generazioni del mondo politico, sindacale, e anche accademico, perché ci sono professori, intellettuali, economisti, filosofi, chiaramente di diversa estrazione.

    Insomma, concentrarli tutti quanti in un posto così piccolo, in un minuscolo angolino, probabilmente produce una reazione, che io cerco di descrivere con la metafora del “vedere avanti nel tempo”. C’è da dire che a Ventotene molte cose sono state capite prima che altrove. Ad esempio che ci sarebbe stata la Resistenza (mentre nel resto del Paese nel 1940-41 nessuno poteva averne la minima idea) anche con l’unità d’intenti, l’unità strategica e la partecipazione di tutti.

    Lì a Ventotene lo capiscono. Non si spiegherebbe altrimenti perché dal 1941 in avanti iniziano a fare corsi di strategia militare: vuol dire che pensi che prima o poi la dovrai applicare, quindi pensi che la situazione muterà e che avrai un ruolo attivo.

    Questo col senno di poi si può ricostruire, però col senno di prima è del tutto sorprendente. Allora anche l’idea che il fascismo andrà combattuto con comunità d’intenti, tutti assieme, inizia ad affacciarsi dal 1941 in avanti, perché finalmente si sblocca la situazione del PCI: quando, con l’attacco tedesco all’Unione Sovietica, si libera dall’imbarazzo del “patto Molotov-Ribbentrop”.

    Quindi probabilmente sì, è a Ventotene che si crea una sorta di genius loci; però è anche, per dirla con Marx, un general intellect, una intelligenza collettiva al lavoro, che fa capire prima molte cose, una delle quali è anche che per fare la guerra di liberazione bisognerà essere tutti dalla stessa parte.

    Colpisce la sinergia tra Sandro Pertini e Giovanni Domaschi, per quello che ciascuno rappresenta… e anche perché Domaschi è di Verona. Hai voluto rappresentare qualcosa di particolare con questo rapporto oppure sei stato sul dato storico?

    Pertini e Domaschi, di fatto, facevano tutti e due parte della delegazione che all’indomani della caduta di Mussolini andò in direzione da Marcello Guida a reclamare e esigere: la presa di controllo dell’isola da parte dei confinati, la fine della sorveglianza da parte delle camicie nere, la fine delle imposizioni del libretto rosso, la libertà di poter girare anche di sera e di poter uscire dai limiti della colonia confinaria. Se guardiamo bene quella delegazione di confinati, vediamo che dentro ci sono tutti: c’è GL, ci sono Socialisti, Comunisti, Anarchici e internati stranieri (due jugoslavi). Altro non è che un embrione di CLN.

    Sottolineare il fatto che lo stalinismo rimane chiuso fuori, diciamo i comunisti fino al 1941…

    Fino al 1941 perché, in poche parole, la politica estera di Stalin era un tantino furfantesca.

    Questo è un limite dell’identitarismo in sé o dell’identitarismo comunista?

    Gli stalinisti presentano una forma estrema d’identirarismo, intruppata, che erroneamente credono machiavellica; c’è un fondo clericale che probabilmente viene fuori, c’è il fondo duro dell’ideologia che permea gli stalinisti in profondità… ci sono tante cose. Però gli stalinisti presentano in forma accentuata dei difetti che tutti noi possiamo avere. Questo intruppamento si presenta in vari momenti, nelle fasi dei movimenti, e poi il settarismo non è certo una prerogativa degli stalinisti. Sono delle tare che loro presentano in forma particolarmente estrema, talmente estrema da portare al gulag, e anche in forme meno estreme, dannose, ma non a quel livello; io penso che nessuna corrente storica del movimento operaio, comunista, socialista anche anarchico, sia mai stata del tutto immune da questo tipo di derive.

    Tornando al libro, che ruolo ha l’immaginazione e l’aver immaginato qualcosa?

    L’immaginazione è un’ancora di salvezza, è una strategia di resistenza, è un modo di smuovere le acque torbide in cui a volte si pensa di essere. Lì ci sono due immaginazioni, due insiemi di fantasticherie a confronto: quella di Giacomo e quella di Erminio. Quest’ultima è di stampo umanistico e classico: lui vede gli dei e li vede in azione nella storia, nelle tragedie contemporanee vede l’impronta di scontri che appartengono al canone del mito greco-romano mediterraneo. Un po’ un approccio che in quegli anni, mutatis mutandis, poteva avere un Cesare Pavese: il fatto di andare a trovare le corrispondenze tra quello che sta succedendo oggi e il mito, “il nocciolo mitologico”. Invece l’immaginazione di Giacomo è di stampo scientifico, e tra l’altro avanzatissimo per l’epoca, perché le sue fantasticherie si nutrono di tutte le più recenti scoperte scientifiche, fatte negli ultimi trent’anni, quindi Einstein, Einsenberg, Niusbor, Fermi, il gruppo di via Panisberna… Il cozzare di questi due flussi immaginativi dà qualcosa a entrambi, fa andare avanti la vicenda del romanzo, però poi si vede che per entrambi queste reverie, come vengono chiamate, sono fondamentali per resistere. Sono delle forme di resistenza umana, non solo per resistere, ma anche per capire meglio il proprio ruolo negli eventi.

     Possiamo dunque affermare che l’immaginazione è un “motore politico”?

    Anche il fantastico stesso. Noi, come Wu Ming, ci stiamo muovendo sempre di più nella direzione del fantastico: fantascientifico, horror, con delle forme, con degli stilemi che erano sempre stati presenti in modo latente nei nostri romanzi, ma che adesso stanno venendo fuori in modo più marcato e deciso.

    Stiamo facendo proprio sperimentazioni su quello, sul perturbante, a volte anche sull’indecidibile: ci sono molte scene de “La macchina del vento” in cui non si può dire se le cose stanno succedendo davvero o sono immaginate. Questa cosa non viene risolta e il lettore deve camminare su quella corda, con la pertica in mano. Anche in Proletkult è così, perché se tu pensi che Denni sia davvero un’extraterrestre, allora le scene hanno un senso, se tu pensi che creda di essere un’extraterrestre, allora le scene hanno un altro senso; ma noi autori non ti diciamo se è così o nell’altro modo, sta a te…

    Questo induce una lettura critica e vigile, almeno noi speriamo sia così. Chi legge si fa delle domande leggendo e credo che riesca lo stesso a godersi il libro dal punto di vista narrativo, poetico ecc., ma allo stesso tempo si pone degli interrogativi mentre legge, che fanno sì che, per noi, sia un tipo di lettura critica. E questo in piccolo, è quello che secondo noi dovrebbe avvenire su scala più vasta.

    Per cui il ruolo dell’immaginazione, il fantastico, ti permette di fare quelle che vengono chiamate ipotesi controfattuali: cosa sarebbe successo se quel giorno fosse successa un’altra cosa? Chiaramente non ha un valore documentale, perché ti allontani dalle fonti, anzi ti immagini un corso degli eventi diverso da quello che raccontano le fonti; questo però ti serve per guardare a quello che è successo davvero da un’altra angolatura e può essere utile da quel punto di vista lì. Inoltre ti può servire a capire se gli eventi hanno davvero un ruolo nella storia, perché spesso ci si chiede “ma se l’arciduca Ferdinando non fosse stato ucciso a Sarajevo, quel giorno lì da Gavilo Prinzip, la guerra mondiale sarebbe scoppiata lo stesso?”. Secondo me sì, ovviamente, perché c’erano delle cause ben più strutturali. Però ponendoti questa domanda, indaghi le risposte possibili. Se vai a vedere cosa stava succedendo in Europa in quella fase, capisci che quello è stato solo un pretesto.

    È uno dei bubboni che potevano esplodere…

    Esattamente. Se uno scrive un romanzo in cui l’attentato di Sarajevo non va a buon fine, ma la guerra scoppia, allora vedi che l’ipotesi controfattuale è utile, è interessante.

    Un simile ragionamento è presente per esempio nel libro di Dick “La svastica sul sole!? Cosa ne pensi?

    L’uomo nell’alto castello”? Quella è una ucronia, è un sottogenere della fantascienza, che immagina un corso degli eventi che crea una realtà parallela, ma da quella realtà parallela puoi guardare la nostra in un altro modo no? L’allegoria che fa Dick, ma non la fa solo lui (anche Thomas Harris in ‘Fatherland’ per esempio), ci serve a capire la nostra realtà. Ci dà in dotazione uno sguardo alternativo sugli eventi.

    Ad esempio, il fatto che la serie tv tratta da “L’uomo nell’alto castello” sia su Amazon Prime, secondo me crea un cortocircuito interessante. Perché credo che Amazon sia attualmente la cosa che più assomiglia alla macchina totalitaria nazista. Più soft naturalmente, ma se uno va a vedere che questo qui sta prendendo il monopolio del pianeta e ambisce al controllo di tutto… è una forma di totalitarismo anche culturale. Però su Amazon puoi vedere un telefilm dove è mostrato in forma incubo-allegorica un mondo d’oggi con svastiche dappertutto, perché si finge che i nazisti abbiano vinto la guerra. Però appunto lo vedi: se guardi solo quello che c’è dentro la cornice dici “ah però pensa se fosse successo”, poi guardi fuori dalla cornice: “minchia però forse è quasi successo”.

    A questo proposito, una cosa interessante è che i fatti possono accadere più facilmente di come ci si possa aspettare, mentre si tende a guardare a eventi e persone come delle eccezioni, dei casi rari. Un esempio è lo sdoganamento dei simboli, delle retoriche e delle idee neofasciste. Secondo te, come si lega un fenomeno del genere al periodo che descrivi nel romanzo?

    Nel romanzo io calo i miei personaggi in un microclima dove avviene il contrario di quello che sta accadendo nel resto del paese. Perché nel resto paese si aveva la percezione che il fascismo sarebbe durato sempre, o comunque chissà ancora per quanti anni. Invece lì sembrava marcio, prossimo a cadere. Però per chi era cresciuto all’interno di quel dato ambiente, all’interno di quella cultura, sotto la dittatura (ad esempio ragazzini che facevano i balilla, poi gli avanguardisti e infine i GUF, quelli che facevano l’università), tutta la vita era stata dentro la dittatura. Loro avevano la percezione, in buona sostanza, che il fascismo fosse eterno, che ci fosse sempre stato e che ci sarebbe stato per sempre. In una forma di colonizzazione dell’immaginario che non aveva un esterno. Invece a Ventotene tutti sono convinti che il fascismo cadrà. Si preparavano già per il dopo: con le scuole clandestine, i partiti, i corsi di strategia militare clandestini, Maovatz che leggeva tra le righe di tutti gli articoli di giornale per cogliere i segni del decorso della malattia. Quindi loro sono in un microclima dove avviene, in buona sostanza, l’opposto di ciò che avviene altrove.

    Oggi noi, qui uso il concetto di Mark Fisher, viviamo nel realismo capitalista, nel “there is no alternative”. Si ha la percezione che il mondo sia sempre stato capitalistico, quando invece è un sistema, un modo di produzione, un sistema socioeconomico, recentissimo. Non è neanche un millesimo del tempo di un battito di ciglia nella storia umana, il capitalismo industriale ha trecento anni di vita, a dir tanto. E si ha la percezione che durerà sempre. No, invece finirà, come sono finiti tutti i sistemi, tutte le formazioni sociali, tutti i modi di produzione. Bisognerà solo capire la transizione a cosa porterà, però che il capitalismo finirà è poco ma sicuro… Bisogna vedere se finirà prima il pianeta, nel senso che il capitalismo finirà perché finirà la vita sul pianeta; ma io penso che stiamo lavorando perché finisca prima il capitalismo. Ecco, il mio romanzo parla di questo, del fatto che, per usare un cliché, “quando la notte sembra più nera, l’alba è più vicina”.

    Vorrei tornare sulla questione di questo asfissiante clima di sdoganamento dei fascismi, dei sovranismi e del razzismo. È assolutamente vero e preoccupante, ma ci sono però anche dei controsegnali, delle controtendenze. Il protagonismo giovanile nei movimenti che ci sono stati negli ultimi tre, quattro anni è in netta discontinuità con quello che è successo negli anni zero. Nelle scuole superiori, in molte città, sono tornati a formarsi collettivi. “Non una di meno” ha radicalizzato migliaia e migliaia di ragazzine, ragazze di quattordici anni che oggi sono attiviste femministe. Poi l’attivismo per il clima. Ci sono rivolte in tutto il pianeta.

    Un feeling anti-capitalista si sta facendo strada. Tutto questo è in netta controtendenza con il fascismo e i suoi rigurgiti, per cui se noi vediamo solo questo, non cogliamo che la realtà è già in mutamento. Ci sta già slittando sotto i piedi, e questo è positivo. Quindi noi dobbiamo tenere monitorate le loro mosse, sicuramente dobbiamo contrastarli, combatterli nella maniera più netta, decostruire, disarticolare le loro retoriche. Ma perché facciamo questo? Perché pensiamo che sia utile, perché sappiamo che c’è già un altro mondo che si sta manifestando.

    Oggi proliferano attività che guardano oltre, che cercano ‘un altro mondo possibile’. Come evitare secondo te il rischio dell’identitarismo e dei tribalismi?

    Guardando a questi nuovi movimenti direi che questi tribalismi non si sono ancora manifestati, mi sembra che abbiano delle modalità organizzative e di mobilitazione che per ora hanno tenuto bada a questo tipo di tendenze. Spesso il tribalismo si associa a una figura di leader forte; questi movimenti non ce l’hanno al momento. In realtà dov’è che si è manifestata la figura odiosa del leaderino? Nelle Sardine. Che è un’altra roba, che non c’entra niente: lì sono sorti subito portavoce, leader, capi mediatizzati, sempre intervistati dappertutto. E non si capisce delegati da chi, a nome di chi. Invece nel mondo di “Non una di meno”, ad esempio, questo è completamente assente. È quasi impossibile trovare leader mediatici di tutte le rivolte in giro per il mondo, dal Cile a Hong Kong, anche perché poi giustamente si mascherano. Questo è efficace nel tenere a bada il pericolo dell’identitarismo, tribalismo ecc. e per ora sta funzionando, mi sembra. Anche nell’attivismo sul clima, c’è la figura simbolo di Greta Tunberg, ma non è il capo. Non è mai presentata come il capo, è semplicemente una testimonial, una figura simbolo, è quella che ha forato gli schermi per la prima volta. Però se vai nelle piazze di Fridays for Future, per esempio, nessuno la considera, non ha seguaci nel senso deteriore del termine.


    illustrazione di Margherita Tezza