sabato, 19 Settembre, 2020
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    Prudenza e rabbia: il nostro ricordo di Nicola Tommasoli

    di Angela Adami e Oreste Veronesi

    Sono passati dodici anni dall’aggressione neofascista che ha portato alla morte di Nicola Tommasoli. Da allora la memoria di quell’evento è stata plasmata sulle esigenze delle amministrazioni veronesi, che hanno tratto vantaggio dal continuare a raccontare questo omicidio come una triste casualità. Ripercorriamo la trasformazione, anche urbanistica, della città fondata sul ricordo fazioso degli eventi e sulla battaglia per il decoro: una storia di sottrazione di ricordi e di beni comuni alla cittadinanza che prosegue tuttora, sebbene in forme diverse.

     

    È il 31 maggio 2007, un giovedì di primavera, quando la giunta del sindaco Flavio Tosi, eletto con il 60% delle preferenze, si insedia a palazzo Barbieri, dove resterà per i successivi dieci anni. Per Verona è l’inizio di un’epoca: dieci anni in cui la città si trasforma, anticipando tendenze politiche poi esplose a livello nazionale, grazie all’operato di uno dei padri fondatori della nuova Lega, la cui metamorfosi si sarebbe mostrata al pubblico nazionale solo anni più tardi. 

    La lista delle promesse della campagna elettorale del sindaco leghista, che annovera le panchine anti-clochard, lo sgombero del campo rom di Boscomantico e del centro sociale La Chimica, lascia presagire che le nubi scure annidate sopra la città non saranno solo di passaggio. Si tratta di una serie di misure tutte dirette alla trasformazione politica dello spazio: mettendo in campo la retorica del decoro l’amministrazione si muoverà veloce per distinguere la cittadinanza buona da quella cattiva, e per colpire quest’ultima sulla base di parametri presentati come estetico-morali (brutti e cattivi), ma che hanno in realtà una malcelata natura politica. Lo spazio pubblico sarà dunque accessibile solo a chi rispetta i parametri definiti dall’élite cittadina: i clochards, i rom, la sinistra, ne saranno esclusi. Una retorica utile a schivare, colpevolizzandole, delle esigenze sociali legittime, quali il diritto alla casa, la tutela delle minoranze, la vivibilità degli spazi pubblici come beni comuni oltre che a colpire la sinistra cittadina, a partire dai suoi luoghi di socializzazione. Senza lasciare spazio a dubbi, a meno di tre mesi dal suo insediamento, Flavio Tosi provvederà a far sgomberare e radere al suolo il centro sociale La Chimica, un ex-asilo. Se pubblicamente l’amministrazione rivendica il ripristino di una legalità violata – una proprietà pubblica occupata abusivamente – alla base di questo provvedimento vi è invece il tentativo evidente di cancellare il progetto politico che gli dà vita.

    Tuttavia la retorica del decoro utilizzata per celare la volontà politica di annichilire idee e modi di vivere diversi dai propri non è sufficiente a spiegare la dolorosa trasformazione di questo luogo. Circa tre anni più tardi, infatti, proprio sulle macerie della Chimica, sarà inaugurato il Centro di aggregazione sociale Nicola Tommasoli, costruito poco dopo l’uccisione del giovane veronese. L’amministrazione ne racconterà l’edificazione come la restituzione di uno spazio pubblico alla cittadinanza. “Era doveroso” affermerà Flavio Tosi al taglio del nastro, “il ricordo di Nicola Tommasoli”. 

    A quale ricordo si riferisce l’ex-sindaco?

    La notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2008, in piazza corticella Leoni, Nicola è aggredito da cinque ragazzi tra i 18 e i 20 anni e lasciato esanime a terra. Saranno i suoi amici, anche loro malconci, a chiamare i soccorsi. Nicola morirà 72 ore dopo, a causa dell’emorragia cerebrale che gli era stata procurata dai calci e dai pugni che lo avevano tramortito. Dopo quattro giorni uno degli aggressori si costituirà, mentre gli altri quattro ragazzi saranno riconosciuti e fermati nei giorni successivi. La frequentazione degli ambienti ultras della curva dell’Hellas, i legami con il Blocco Studentesco e con Forza Nuova, spingeranno il procuratore Guido Papalia a parlare di un’aggressione di “matrice nazifascista”. Anche la sinistra veronese denuncerà il fatto organizzando, nelle settimane successive, una manifestazione antifascista.

    Tuttavia il racconto della vicenda da parte dell’amministrazione leghista non farà mai menzione alla matrice del pestaggio, preferendo ricordarlo come un tragico incidente che capita “una volta su un milione” o una banale lite per una sigaretta¹. Come se la narrazione edulcorata non bastasse, questo ricordo fazioso è stato poi incastonato nell’urbanistica della città, e non in un luogo casuale, ma proprio in quello che, fino a un paio d’anni prima, era uno degli spazi di riferimento per la sinistra di movimento, il Centro Sociale La Chimica, divenuto dopo lo sgombero Centro di Aggregazione Nicola Tommasoli.

    Ci sembra fondamentale riconoscere l’uso del ricordo di Tommasoli come un tentativo colpevole e consapevole di rimodellare la memoria politica della città. Una memoria  che è stata velocemente istituzionalizzata per essere più facilmente controllabile: mentre una parte dei fatti doveva essere cancellata quanto prima, l’altra veniva plasmata sulle esigenze del potere locale. Così, il Centro di Aggregazione Nicola Tommasoli è eretto a monumento cittadino in ricordo di un ragazzo aggredito da una barbarie senza nome e proprio sulle ceneri di chi quella barbarie nominava e denunciava già da tempo. Nicola Tommasoli non era più la vittima di un’aggressione neofascista, fermentata in anni di narrazioni e pratiche di odio, xenofobia, razzismo ma semplicemente un ragazzo sfortunato, “uno su un milione”. 

    L’omicidio di Nicola Tommasoli si allunga come un’ombra sulla città dell’amore, non solo a causa delle radici di quella violenza ma anche e soprattutto per i modi in cui è stata poi sotterrata, mascherata, plasmata ad uso e consumo di certi rappresentanti della politica istituzionale. Quella che raccontiamo è dunque una storia di sottrazione di ricordi e di beni comuni alla cittadinanza, che prosegue tuttora, sebbene in forme diverse. Nel febbraio 2019 e nel gennaio 2020 è stato negato l’uso del Centro Tommasoli a tre gruppi politici locali per una conferenza sulla storia del confine orientale. In particolare nella seconda occasione, è stata vietata in modo esplicito la possibilità di esprimere una narrazione storiografica diversa da quella stabilita e legittimata dall’amministrazione. La trasformazione che ha subito questo spazio della città ne restituisce una parte importante della sua storia recente. 

    Scrive Walter Benjamin che nemmeno i morti saranno al sicuro se il nemico vince, “e questo nemico non ha mai smesso di vincere”. I morti sono il passato, e il passato è in pericolo quando diventa uno strumento nelle mani di chi comanda. Per questo, continua Benjamin, sottrarre il ricordo da quelle mani è un lavoro incessante, ma è anche un atto che “ha il dono di accendere nel passato la favilla della speranza”. Nei primi momenti in cui è circolata la notizia del pestaggio di Nicola, quando ancora non volevamo credere alle nostre orecchie, è girato un messaggio che diceva “serve prudenza e rabbia”. Da allora prudenza e rabbia sono diventate due costanti con le quali abbiamo convissuto. La rabbia di chi ha visto nascere e crescere progetti politici che, a dispetto di tutto quello che viene raccontato dalla propaganda, hanno reso il territorio ogni giorno meno sicuro; la prudenza determinata di chi sa quanto sia importante trovare in quella rabbia la motivazione necessaria a costruire reti e spazi di solidarietà e di resistenza.

     


    ¹ Alcuni hanno suggerito che questa narrazione fosse più congeniale alle amicizie di lunga data di Tosi in ambienti naziskin, che peraltro continuano nell’attuale amministrazione, al punto da non fare quasi più notizia. Dossier: https://movimentandociaverona.files.wordpress.com/2018/03/dossier-verona-corretto.pdf


    Illustrazione di Edoardo Marconi
    https://www.instagram.com/radiocomandero