domenica, 5 Luglio, 2020
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    Almirante e non solo. La toponomastica a Verona

    di Cristiano Bordin

    La toponomastica rivela molto di una città, la sua storia e i suoi personaggi, svelandone il clima culturale e la tradizione politica. Verona, in questo senso, non fa eccezione: città laboratorio per le destre che per anni hanno lavorato in profondità costruendo consenso ed immaginario anche grazie ad essa. 


    È di qualche mese fa la proposta della giunta comunale di intitolare una strada a Giorgio Almirante. La proposta è stata fatta contemporaneamente al conferimento della cittadinanza onoraria a Liliana Segre: un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma. Un gioco troppo scoperto e troppo smaccato perché la senatrice potesse accettare. E infatti, prima di accettare la cittadinanza onoraria, ha posto la condizione, ovvia, che fosse cancellata la proposta di intitolazione della via ad Almirante. Troppo, per una giunta che ha solide radici nel mondo del neofascismo cittadino. Ma del resto come avrebbe potuto una donna con la sua storia accettare di essere messa sullo stesso piano di Almirante?

    La carriera del segretario del Movimento Sociale Italiano inizia proprio con il periodo più buio della nostra storia: quello del fascismo e della repubblica sociale italiana. A quell’epoca Almirante era un giovane fascista che entrava nella redazione della rivista “La difesa della razza”, diretta da Telesio Interlandi; rivista che fu tra i principali megafoni della propaganda razzista del regime e ovviamente tra le sostenitrici più accese delle legge razziali. «Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti – scriveva il giovane Almirante su “La difesa della razza” nel 1942 – altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei». Dopo l’8 settembre lo troviamo capo di gabinetto del ministero della cultura popolare della Repubblica di Salò e firmatario di un manifesto, affisso in provincia di Grosseto, che intima “agli sbandati” di consegnare le armi ai tedeschi o ai fascisti, pena la fucilazione. Nel dopoguerra è in parlamento e per lunghi anni segretario del Movimento Sociale Italiano. Per arrivare alla segreteria, alla fine degli anni Sessanta, fa sponda con l’area uscita da Ordine Nuovo. Vie intitolate a lui ne troviamo purtroppo anche altrove ma a Verona è un tassello in più su un mosaico costruito negli ultimi decenni dalle varie amministrazioni che si sono succedute a guidare la città.

    Verona è stata la sede, lo scorso anno, del Congresso Mondiale della Famiglie, happening anti abortista e spot per la famiglia “naturale”, sponsorizzato dal governo dell’epoca insieme al sindaco e al vescovo di Verona. Al convegno hanno partecipato Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Lorenzo Fontana, che lasciò il posto di vice sindaco di Verona per diventare ministro della famiglia. E in una città dove l’integralismo cattolico ha sempre avuto spazio e visibilità, adiacente Castelvecchio, troviamo Piazza delle pasque veronesi. Cosa c’entra una insurrezione cittadina antinapoleonica del 1797 con l’integralismo cattolico?  Il cattolicesimo integralista e anticonciliare è da sempre una specialità veronese. Qui si è formato il comitato contro il bicentenario della Rivoluzione francese insieme ad altre associazioni di stampo reazionario cresciute all’ombra della Lega. Il loro peso, a dispetto dei numeri, diventa però sempre più consistente e il salto di qualità lo dà proprio il recupero di questa vicenda cittadina che permette di unire cattolicesimo integralista, orgoglio cittadino e orgoglio veneto in quanto la celebrazione avviene il giorno di San Marco. Che però è anche il 25 aprile, festa della liberazione dall’occupazione nazi-fascista. E quindi la connotazione reazionaria e la data diventano una specie di richiamo della foresta per tutte le destre cittadine. Da quelle post Msi a quelle più estreme, Forza Nuova su tutte.  La contrapposizione con la festa della Liberazione fa diventare un episodio insurrezionale anti francese un fatto identitario cittadino. Ma anche una vera e propria festa della reazione in cui c’è posto per il gonfalone di San Marco, la rievocazione storica, gli stendardi sui monumenti in pieno centro, le divise, il corteo cittadino ma pure la “rivincita” sul 25 aprile. Integralismo cattolico, venetismo e neofascismo trovano comodo riparo sotto l’ombrello della Lega che prima con Tosi e poi con l’attuale amministrazione continua a finanziare questo avvenimento e a concedere spazi a chi lo organizza. 

    Nella toponomastica, un posto di riguardo lo guadagna anche la chiesa nella sue componenti più vicine alla politica e agli affari. E infatti troviamo due giardini in due zone centrali della città: quelli intitolati ad Escrivà de Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei, non sono lontani dall’Arena, mentre per trovare quelli dedicati a don Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, bisogna spostarsi nella direzione opposta, verso Borgo Trento. Da una parte l’Opus Dei, importantissimo centro di potere finanziario, dall’altra Comunione e Liberazione, holding fondata a Milano ma onnipresente nel Veneto con la Compagnia delle Opere, il suo braccio economico soprattutto nel settore della sanità e dell’assistenza. Due percorsi speculari, i loro: Escrivà de Balaguer – santificato da papa Woityla – fonda l’Opus Dei nel 1930 e diventa stretto alleato di Franco nella guerra civile spagnola accrescendo dopo il suo peso politico ed economico anche fuori dalla Spagna e anche nel nostro paese. La chiave del successo dell’Opus Dei, organizzata secondo rigidissimi criteri quasi militari e con regole oppressive, è la santificazione attraverso il lavoro. Qualcosa di molto simile all’esperienza di don Giussani che con CL e la Compagnia delle opere vuole una presenza religiosa che accompagni qualsiasi spazio possibile della vita delle persone con particolare predilezione per quello lavorativo. Comunione e Liberazione conquista visibilità e presenza nelle università già alla fine degli anni Settanta contrapponendosi al movimento cresciuto in quegli anni e conquistando spazio nell’economia, come nella cultura, con il festival di Rimini, come nella politica, basti pensare a Roberto Formigoni, ex presidente della regione Lombardia, che proprio di Cl era leader.

    Ma Verona è stata negli anni Ottanta una delle più importanti piazze di spaccio del nord. Qui si è anche consumato uno dei tanti delitti di Ludwig, la banda neonazista formata da Wolfgang Abel e Marco Furlan: veronesi, figli di famiglie importanti della borghesia cittadina, che lasciarono una lunghissima scia di sangue, con 28 vittime, scelte tra categorie marginali, per essere poi catturati mentre stavano per fare una strage in una discoteca del mantovano piena per una festa di carnevale.  «La nostra fede è il nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia lo sterminio»: con queste parole rivendicavano i loro omicidi. E a Verona una delle loro vittime fu Luca Martinotti di 17 anni, ucciso, bruciato vivo, nella torretta di S. Giorgio, riparo per tossicodipendenti. Ma non ci sono targhe a ricordarlo.

    Finito il periodo dell’eroina è iniziato quello della “guerra alla droga”, altro filone della destra di ieri come di quella di oggi. Poteva mancare un omaggio a chi ha impersonificato le strategie più coercitive e securitarie nel recupero dei tossicodipendenti?  Via Vincenzo Muccioli, fondatore della comunità di San Patrignano, è appena fuori città, in direzione est. E se abbiamo cominciato il nostro percorso con Almirante non possiamo che concludere con quello che è considerato il personaggio simbolo del neofascismo locale, Nicola Pasetto. Una carriera tra stadio, scontri, leadership nel Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile del Msi, che lo porta prima in consiglio comunale e poi in parlamento, con Alleanza Nazionale. La sua vita si chiude con un incidente stradale. A lui hanno dedicato un lungadige, nonostante un’aggressione a colpi di cric contro militanti di sinistra che nel 1981 attaccavano manifesti contro la pena di morte, che in quel periodo era una delle proposte del partito di Almirante.

    Fascismo, integralismo cattolico, organizzazioni religiose attive e potenti nella società: questo racconta una parte della toponomastica cittadina. Toponomastica che potrebbe diventare, di qui a poco, ancora più lugubre: le prossime proposte già depositate sono per Ezra Pound e addirittura per Julius Evola, il personaggio più idolatrato dall’estrema destra dagli anni Cinquanta ad oggi. L’autore di “Rivolta contro il mondo moderno” fu invitato in Germania al tempo del nazismo, studiò e scrisse sull’India e sull’esoterismo e nel dopoguerra fu un punto di riferimento costante per il neofascismo dentro e fuori il Movimento Sociale Italiano, visti i rapporti che ebbe con Pino Rauti e con Ordine Nuovo. E vista l’importanza che ancora gli viene conferita negli ambienti di estrema destra.

    Ma se Verona è per tutti la città di Giulietta e Romeo è inutile cercare una via o una piazza dedicata a Shakespeare. La toponomastica veronese si è completamente dimenticata di lui.