sabato, 8 Agosto, 2020
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    Il futuro della razza nelle viscere dell’Europa

    di Francesco Marchi

    Critica della ragione negra (Ibis, Como-Pavia, 2019, trad. Guido Lagomarsino, Anna Spadolini e Giuseppe Valent) del filosofo camerunese Achille Mbembe è un testo che riflette attorno al tema della razza, delle sue origini storiche e dei motivi della sua persistenza nel mondo contemporaneo.


    Un libro denso, stratificato, pensato «come un fiume dai tanti affluenti». Un viaggio nel tempo che si interroga sulle implicazioni politiche dell’evento centrale della nostra epoca, quella provincializzazione dell’Europa iniziata con la fine degli imperi coloniali. È evidente che la comprensione del presente globale non possa che passare in rassegna questa questione, tanto fondamentale quanto complessa.
    Da dove cominciare dunque? In che modo sviscerare questo evento che non può mai terminare veramente? Proprio dalle oscure viscere dell’Europa parte e si articola Critica della Ragione Negra, volume dal titolo evocativo del filosofo Achille Mbembe. La sua uscita nel mercato italiano, a distanza di quasi sette anni dalla pubblicazione francese, colma un vuoto importante nella ricezione dell’opera di uno dei più influenti studiosi nel campo degli studi postcoloniali.

    Riprendendo analisi e tematiche ricorrenti nell’opera dell’autore, il testo, attraverso un registro che alterna analisi storica e potenti immagini metaforiche, si addentra all’interno del sottosuolo della modernità. È lì che dobbiamo volgere lo sguardo per provare a cogliere alcuni tratti del presente e del tempo che verrà. Indagare cioè il grande rimosso europeo, provare a guardarlo negli occhi. Un esercizio arduo, che spinge il lettore a confrontarsi anche con immagini limite di non immediata comprensione. Perché addentrarsi nel sottosuolo della modernità, quelle che Mbembe chiama efficacemente «le sue fonti battesimali», significa provare a delineare i contorni di uno spazio oscuro e fantasmatico: il mondo della razza, della sua creazione e istituzionalizzazione. Parlare di razza significa confrontarsi con la creazione del soggetto negro – «il primo soggetto di razza della storia»: un uomo fatto «merce, oggetto e denaro», un morto vivente costretto a guardarsi con gli occhi del suo aguzzino e a pensare la sua liberazione con lo stesso linguaggio che lo imprigiona e lo rende oggetto.

    È all’interno di questo paradosso, un labirinto delirante senza uscita, che ci porta e ci conduce il testo. Ricordandoci a più riprese che la razza, il capitalismo e la cultura europea sono aspetti di un unico fenomeno, la modernità appunto. In questo contesto diventa fondamentale riconoscere il carattere prettamente storico, dunque politico, della razza: non una variante universale della storia dell’uomo, quanto un elemento intrinseco proprio della storia (moderna) europea: “per la prima volta nella storia umana, il principio della razza e il soggetto con lo stesso nome sono messi al lavoro sotto il segno del capitale ed è proprio questo che distingue la tratta dei Negri e le sue istituzioni dalle forme autoctone di servitù”. Il commercio negriero e la piantagione sono i due momenti paradigmatici di quella che Mbembe definisce «la struttura negra del mondo», consolidatasi a partire dal diciannovesimo secolo.

    La nascita e l’espansione del capitalismo su scala globale non può dunque mai essere scissa dalla pulsione costante di dividere, classificare e gerarchizzare l’umano, razzializzarlo e degradarlo sistematicamente. È questo uno degli aspetti centrali della razionalità di governo e di conoscenza moderna, che lungi dall’essere svanita con l’inizio della provincializzazione dell’Europa, si è riarticolata e possibilmente acutizzata nel tempo odierno. Il tempo del capitalismo neoliberale, dove ogni aspetto del vivente viene messo a valore e ha un prezzo di mercato. Un sistema economico vorace, che unendo forme ipertecnologiche di sfruttamento con elementi tribali e animistici, produce costantemente un’umanità sospesa: se nel passato il problema degli uomini era il loro sfruttamento, oggi una marea di soggetti fluttua alla ricerca di un posto dove poter essere sfruttati. È quello che Mbembe definisce il divenire negro del mondo, dove un numero sempre maggiore di persone è costretto a viversi nei termini asfissianti di una logica puramente economica, provando sulla propria pelle un’esperienza per certi versi simile a quella del soggetto razzializzato.

    L’invito implicito dell’autore riguarda la necessità di leggere in profondità la storia postcoloniale, prestando attenzione alle ambivalenze e ai diversi piani presenti in essa. Una storia fatta di liberazioni e di conquiste, ma anche di riarticolazioni di un apparato di potere e di conoscenza che si innerva e non può che nutrirsi all’interno del laboratorio moderno, quindi coloniale.
    Se dunque su un piano storico alcune battaglie hanno portato all’abolizione di istituti tipici del mondo coloniale, dall’altro versante l’operare incessante del razzismo capitalista ha guadagnato ulteriormente spazio. È su questa divergenza che Mbembe vuole farci riflettere, invitandoci a utilizzare delle lenti analitiche in grado di cogliere centralità, pervasività e adattabilità del razzismo all’interno delle società capitalistiche. Smascherando in questo modo quei discorsi, tipici anche di buona parte del pensiero progressista, che vorrebbero il razzismo come un fenomeno marginale della nostra storia e relegato a qualche strato “ignorante e arretrato” della società. 

    Date queste premesse, la posta in gioco del tempo che viene resta proprio quella della liberazione, e dunque della decolonizzazione: come potersi muovere e pensare dentro un mondo nato e costruito su premesse razziali sapendo però che «abbiamo solo questo unico mondo»? La questione è complessa e più che a una risposta rimanda ad altri interrogativi ulteriori. Ma un prezioso suggerimento arriva dall’autore: lavorare con e contro il passato, che non potendo mai passare veramente continua a interrogarci.