martedì, 20 Aprile, 2021
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    Chi cura l’Italia? La solidarietà delle donne filippine durante la pandemia

    di Mariachiara Ficarelli

    Proponiamo in traduzione un articolo che analizzava e descrive le forme di solidarietà dal basso delle donne filippine che in italia lavorano nel settore dell’economia di cura. Nonostante questa categoria di lavoratrici occupi, tra lavoro legale e in nero, più di 2 milioni di persone, inizialmente era stata esclusa dalle misure di supporto economico varate dal governo. Un settore, come altri, fondamentale per l’economia del paese ma marginalizzato da media e istituzioni.*


    Dopo otto settimane di lockdown a livello nazionale, il Covid-19 è diventato più di una questione di salute: è una questione di sopravvivenza. Il 22 marzo 2020, il Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte ha firmato il “Decreto Cura Italia”, stabilendo quali categorie avrebbero ricevuto un supporto economico per la disoccupazione.

    Il decreto ha ignorato la categoria delle colf e badanti, tate e assistenti per gli anziani. Questa categoria è composta da 860.000 lavoratori legali, mentre si stimano altri 1,2 milioni di lavoratori in nero, il che significa che il loro lavoro è legalmente non dichiarato. Una petizione diffusa dalla rivista italiana inGenere ha ironicamente sottolineato la contraddizione: nonostante il nome del decreto, il governo ha negato la cura a chi si prende cura degli altri.

    I lavoratori domestici e quelli che svolgono servizi di assistenza fanno parte di ciò che Tithi Bhattacharya considera il settore della riproduzione sociale, o quello delle “attività che danno vita”. Il lavoro in questo settore è svolto principalmente dagli immigrati, e in particolare dalle donne di colore. In Italia, un gran numero di operatori sanitari sono donne immigrate dalle Filippine.

    Nel contesto di ciò che Bhattacharya definisce un sistema capitalista basato sulla produzione degli oggetti, che sottovaluta le attività di cura e di “produzione di vita”, le esclusioni del decreto né sorprendono né sono un’eccezione.

    Avendo passato gli ultimi due anni a collaborare con le associazioni di migranti in Italia, ho imparato quali siano le strategie di solidarietà che le donne filippine impiegano da tempo per sopravvivere all’ emarginazione, sia all’interno dello stato sociale italiano che nella catena globale del lavoro migrante. Non mi ha quindi sorpreso sentire da loro che, di fronte alla mancanza di sostegno da parte del governo italiano durante la pandemia di Covid-19, le donne filippine nelle città del nord Italia si siano prese cura l’una dell’altra.

    La scorsa settimana ho parlato in videoconferenza con Rosalie Bajade, una collaboratrice domestica filippina e presidente dell’ACFIL (l’Associazione culturale filippina del Piemonte, che rappresenta gli oltre 6.000 filippini che vivono a Torino). Io ero nel mio salotto a Reggio Emilia e lei nel suo a Torino, mentre sullo schermo un debole sole filtrava da entrambe le nostre finestre aperte.

    Nel dicembre 2019 ci siamo conosciute durante un workshop a Torino per discutere di un nuovo programma di educazione finanziaria che sarebbe stato avviato l’anno successivo. Ricordo le nostre mani fredde che si toccavano, e rivedo l’alone del nostro respiro mentre eravamo in piedi in una stanza non riscaldata. A quell’epoca, avevamo progetti molto diversi per la primavera.

    «In questa situazione  di “senza lavoro, senza paga”, abbiamo scritto una petizione per fare in modo che il “decreto Cura Italia” potesse includere colf e badanti. Abbiamo chiesto di essere viste», ha detto Rosalie.

    Senza una risposta chiara del governo su come le comunità bisognose avrebbero ricevuto sostegno, Rosalie e altri sette membri dell’ACFIL hanno iniziato a raccogliere fondi e a consegnare pacchi di cibo porta a porta alle famiglie filippine di tutta Torino. Rosalie ha precisato che la loro rapida mobilitazione è stata dovuta a due fattori: la collaborazione di ACFIL con il Banco Alimentare ONLUS, un ente di beneficenza alimentare di Torino dal 2003, e il sostegno finanziario di altre associazioni con cui ACFIL ha collaborato.

    «È stato bello – ha detto Rosalie descrivendo l’appoggio ricevuto – perché non sono stati solo i filippini che hanno ancora uno stipendio a sostenerci, ma anche gli italiani».

    Photo di Rosalie. Cibo pronto per essere consegnato tramite l’associazione ACFIL.

    Dalla fine di febbraio, Rosalie ha visto il suo reddito di collaboratrice domestica ridotto di due terzi. Ho chiesto a Rosalie perché avesse deciso di aiutare altre famiglie filippine e non solo la sua: «Nonostante il fatto che anche io abbia difficoltà economiche, non posso abbandonare la mia comunità. Oltre al sostegno alimentare, stiamo dando anche un sostegno psicologico e morale. Voglio dire che ne ho bisogno anch’io! Ognuno di noi ha bisogno di aiuto».

    Rosalie è parte della task-force Covid-19 dell’Overseas Filipino Workerswatch (OFWw), che è un’iniziativa di sostegno comunitario organizzata dai migranti filippini per i loro compatrioti in Italia. OFWw lavora a livello nazionale e rappresenta quasi tutti i comuni con popolazione filippina. Rosalie sostiene che questa solidarietà Pinoy (il termine colloquiale Pinoy viene usato nelle Filippine e tra i migranti per parlare di tutto ciò che è tipicamente Filippino) in Italia non è presente e limitata ad una sola città. Mentre i confini regionali sono ora sorvegliati e chiusi, la loro solidarietà si articola come un arcipelago connesso e diffuso. Questo si riflette anche nelle didascalie delle foto di Rosalie su Facebook sugli aiuti alimentari, che includono gli slogan: “Kababayan – La gente filippina GUARISCE insieme” e “Bayanihan – lo spirito del lavoro comune è vivo!”.

    Una settimana dopo la mia conversazione con Rosalie, il governo italiano ha pubblicato un nuovo decreto che garantisce a colf e badanti, compreso quelle che lavorano in nero, un fondo di emergenza di 500-600 euro. Le ragioni del nuovo decreto non sono state specificate. Che fosse o meno in risposta alla petizione, il nuovo decreto ha comunque garantito un po’ di sollievo e di riconoscimento.

    Nel 2018, Dittz Centeno De Jesus, l’attuale segretaria generale dell’OFWw, ha dato vita alla Sartoria di Fashionista Filipina, con quattordici donne che realizzano abiti per loro stesse. Quando Dittz, che lavora come babysitter a Bologna, fu invitata dal suo datore di lavoro a non andare al lavoro per paura che potesse diffondere il virus, non sapeva più cosa fare. Così, a marzo, il gruppo si è rinominato Brigata Sanitaria. Nelle loro case, unite in videochiamata, hanno iniziato a cucire mascherine invece di vestiti.

    Per Dittz, come per Rosalie, il valore degli atti di solidarietà è anche nei positivi risvolti psicologici: «Per queste signore, cucire è un modo di fare terapia in questo periodo di quarantena. Alcune sono depresse e non sanno se sono ancora utili alla loro comunità».

    Guardando le mascherine colorate di Dittz, ho pensato che il cucito sia un modo generativo e costruttivo di esprimere solidarietà. I suoi piccoli punti di cucito sono punti di potere, che si riflettono nelle tante associazioni sparse sul territorio italiano che riuniscono le singole donne filippine.

    Dittz mentre cuce mascherine. Photo courtesy Dittz

    La solidarietà sociale è sempre stata una componente fondamentale della comunità filippina in Italia. Sebbene la loro risposta alla crisi di Covid-19 sia, in un certo senso, non eccezionale, queste strategie di resistenza non sono in alcun modo di meno rilievo. Ora più che mai, creano le infrastrutture per una partecipazione diretta e per un approvvigionamento collettivo di risorse.

    Per Ai-jen Poo, cofondatore dell’Alleanza Nazionale delle Collaboratrici domestiche negli Stati Uniti, il lavoro di assistenza è «il lavoro che rende possibile tutto il resto, perché permette a tutti noi di uscire e di fare quello che facciamo ogni giorno». La società capitalista concettualizza erroneamente il valore del lavoro come produzione. In realtà, il lavoro più essenziale è il prendersi cura degli altri e prestare assistenza agli altri. Nonostante l’attuale riduzione dell’occupazione nel settore dell’assistenza, l’etica del lavoro di cura prevale e si trova nelle iniziative delle donne filippine in Italia, incentrate sulla loro comunità.

    Nelle prime settimane di maggio è iniziata la “Fase 2”, dopo l’isolamento quasi totale. Mentre ricominciamo con entusiasmo ad uscire di casa in queste giornate di tarda primavera, il motore economico del Paese ricomincia ad attivarsi. La parola cura significa sia curare che proteggere. Quali sono le implicazioni del considerare la cura come una protezione? Mentre manteniamo la necessaria distanza sociale, e a fatica ci destreggiamo nel pieno di una crisi finanziaria, saremo in grado di ricostruire il nostro modo di vivere tipicamente italiano fondandolo sulla solidarietà ed un’economia tesa a proteggere gli altri?

    Articolo originale: Caring for Italy: The Solidarity of Filipino Women Workers, https://culanth.org/fieldsights/caring-for-italy-the-solidarity-of-filipino-women-workers, traduzione di Francesco Marchi