sabato, 19 Settembre, 2020
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    Quel gran pezzo d’un cappone di Donald J. Trump e altro pollame di allevamento nostrano

    di M. Corso

    Ovvero riusciranno un’ex-venditrice di mobili, un ex-PR noto per la sua sfavillante chioma e un eccentrico miliardario a salvare l’umanità dalla sesta estinzione di massa? O è forse il caso di ripensare seriamente al nostro sistema di rappresentanza politica?

    Il 23 aprile 2020, durante una conferenza stampa, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dato a intendere di ritenere le iniezioni di varecchina nel corpo umano una terapia valida, o per lo meno una pista di ricerca da non ignorare, per debellare il Coronavirus. Di lì, il presidente ha poi fantasticato su una possibile terapia che preveda l’impiego di potenti fasci di luce proiettati sottopelle.

    L’idea gli è probabilmente saltata in mente sonnecchiando a tarda notte sul divano in uno stato comatoso, da overdose di alette di pollo. Tarda notte, alla tv passa una rassegna di cinema d’essai – l’equivalente del nostro Fuori orario. Cose (mai) viste – dedicata a film fantascientifici partoriti in tandem da una coppia di visionari formidabili, del tipo James Cameron e David Cronenberg. Il presidente in quelle immagini intravede qualcosa.

    La notizia ha ragionevolmente alzato un discreto, maleodorante, polverone; anche per gli effetti che ha provocato tra la popolazione. A ogni modo, non è la prima volta che le dichiarazioni in merito al virus di Trump destano perplessità. Nei mesi scorsi, alla domanda di un giornalista attorno al piano che il governo stava elaborando per liberarsi dalla pandemia il presidente aveva risposto: “Un giorno se ne andrà. Alla mattina ci sveglieremo e sarà andato. Come un miracolo“. La notte prima, in quel caso, l’Enrico Ghezzi stelle-strisce doveva aver programmato una replica di “E venne il giorno”.

    La logica che si indovina essere alla base della riflessione di Trump sull’utilità di iniettarsi in corpo candeggina e disinfettanti per eliminare un agente patogeno mi ha fatto pensare al modo con cui nel Rinascimento alcuni medici cercavano, alla bell’e meglio, di curare il lupus – patologia che risulterà famigliare agli spettatori abituali di Dr. House – Medical division. Non sapendo in che altro modo fronteggiare una malattia tanto devastante per il corpo da meritarsi il nome di quello che la cultura dell’epoca riconosceva come il più famelico tra i predatori, i medici prescrivevano ai pazienti di appoggiare un cappone o una gallina alla parte dove comparivano i segni dell’infezione. Si sperava che il lupus preferisse le carni bianche e che si accanisse sull’inconsapevole pennuto, risparmiando il paziente.

    Le iniezioni di disinfettanti e varecchina e la terapia rinascimentale con uso sacrificale del pollame da cortile hanno a mio parere un qualcosa in comune. Entrambe appaiono come un tentativo disperato di ripristinare il controllo su una realtà spaventosa, che si attua in maniera indipendente da quelle che a tutti gli effetti sono le capacità di intervento dell’essere umano, ricorrendo a forme di pensiero logico elementari: lupus mangia cappone come disinfettante uccide agenti patogeni. Come in parte osservato da Slavoj Zizek, le appassionanti ricerche di messaggi provvidenziali nascosti o di varie e intricate trame complottiste in questa pandemia assolvono a una funzione rassicurante. Danno sollievo e distolgono da un dato di realtà che nella sua limpida semplicità fa tremare i polsi: posto davanti a simili contingenze naturali l’essere umano è una specie dalle capacità di intervento quasi del tutto irrilevanti. “Nel più ampio ordine delle cose siamo una specie che non conta”, per citare il filosofo. La ricerca di rimedi e risposte che paiano in qualche modo plausibili, secondo percorsi di pensiero e logiche simboliche alternative, svolge dunque l’importante funzione di rassicurare e riaffermare almeno parzialmente le nostre prerogative di azione.

    Ma se nel Rinascimento perlomeno una parte della comunità scientifica riconosceva efficacia terapeutica all’uso dei capponi, nel mondo di oggi, Donald Trump si spinge a suggerire rimedi che secondo il realismo scientifico attuale sono, oltre che inutili, potenzialmente letali. È del 18 maggio la notizia che il presidente degli Stati Uniti, andando contro le stesse agenzie governative che gli fanno capo, ha sostenuto di aver personalmente intrapreso una cura preventiva a base di idrossiclorochina, un farmaco antimalarico che ha mostrato di avere effetti letali per le persone anziane e con patologie pregresse che lo assumano senza prescrizione medica.

    Il ricorso a spiegazioni che si basano su logiche elementari o che ricorrono a luoghi comuni frusti e ridicoli per accantonare le inquietudini prodotte da eventi che mettono in crisi la capacità dell’umanità di controllare il reale non è nuovo a Trump, né è certamente sua sola prerogativa. Sempre Donald J., il 16 novembre 2018, sosteneva in sopralluogo alle zone della California flagellate da decine e decine di incendi devastanti che, come emerso da un recente confronto da lui avuto col presidente della Finlandia, il rimedio migliore contro il divampare incontrollabile delle fiamme stesse nel rastrellare le foglie. L’uscita, estremamente goffa, diede luogo a un’ondata di memi che mettevano in risalto quanto fosse ridicolo pensare anche solo di poter dar credito a una simile spiegazione.

    Una dichiarazione che ha suscitato meno scalpore ma che personalmente mi sembra imbevuta di un’idiozia non meno pericolosa e allarmante fu rilasciata da Matteo Salvini qualche giorno prima dell’ingloriosa affermazione di Trump. A inizio novembre, l’allora ministro dell’Interno si trovava in visita alle zone del bellunese sfigurate dalla furia della tempesta Vaia. In quell’occasione, il dato che a Salvini premette sottolineare non furono i venti che con inedita e terrificante potenza spazzarono valli e montagne, con picchi di oltre 200 km/h, abbattendo come stuzzicadenti circa 11 milioni di alberi, né la quantità impressionante d’acqua caduta nel giro di tre giorni. Davanti a tanta distruzione, per il Capitano, il focus andava posto sugli “ambientalisti da salotto”; figure non meglio specificate, ma senza scrupoli: “Che non ti fanno toccare l’albero nell’alveo”, poi fa quattro gocce ed “ecco che [n.d.r. TAAAC] l’alberello ti presenta il conto”. Ora, la discussione interna alla comunità scientifica sulle dinamiche che determinarono Vaia è ancora aperta, ma fa ugualmente sorridere che di tutto quell’intricatissimo evento meteorologico, l’allora ministro dell’Interno abbia evidenziato gli alberelli lasciati crescere sulle sponde dei fiumi. Per certi versi, più che comico il fatto risulta preoccupante e disarmante.

    Di quel governo, giallo-verde, faceva parte anche Vannia Gava. Un nome che ai più dirà poco o nulla. Il curriculum vitae disponibile online riferisce per la Gava esperienze lavorative e formative nel campo del marketing per il settore arredamento. Da 1995 a 2012 Vannia, originaria del pordenonese, ha lavorato alla vendita di mobili e arredi per interni, specializzandosi tra 2008 e 2012 nell’area bagno. Non si fatica a credere che, come riportato, questi anni di lavoro l’abbiano portata a maturare ottime “conoscenze tecniche in merito a mobili e arredi”. Parallelamente all’attività lavorativa, Vannia ha investito le proprie energie anche nell’impegno politico. Nel 1994, entra a far parte di SOS Italia, partito legato al “populismo di destra”, stando alla pagina wiki del movimento (una delle poche fonti disponibili online) guidato dall’imprenditore udinese Diego Volpe Pasini, noto alle cronache giudiziarie per essere stato coinvolto in vicende finanziarie poco limpide, oltre che per aver offerto in più occasioni il proprio sostegno a Silvio Berlusconi. La Gava nel 2009 è stata eletta assessore all’ambiente, politiche agricole, manutenzione aree verde a Sacile. Da lì in poi si assiste a una vera e propria scalata al successo. Nel 2014 Vannia diventa vicesindaco e con le politiche di quattro anni dopo la Gava fa il suo ingresso in Parlamento, forte dell’apprezzamento riscosso a Sacile per la potatura delle aiuole.

    Il 2018 è in effetti l’anno della svolta per Vannia. Non soltanto rientra nel novero dei deputati della Lega, ma, nelle convulse settimane che portarono alla formazione del governo M5S-Lega, a Vannia è assegnato il sottosegretariato del ministero dell’Ambiente e tutela del territorio e del mare, la cui guida andò invece a Sergio Costa. Un sogno che si realizza; il compimento della favola. Alla ragazza di provincia, forte e tenace, divenuta donna vendendo piatti doccia tra Sacile e l’America, si aprono le porte delle stanze del potere. La venditrice di sanitari più tosta del pordenonese è chiamata a esprimersi in materia di combustibili fossili ed energie rinnovabili, politiche di mitigazione degli effetti del cambiamento climatico, messa in sicurezza del territorio nazionale, salvaguardia della biodiversità eccetera eccetera eccetera. Tutto questo mentre, è bene ricordarlo, ci ritroviamo a sprofondare nella sesta estinzione di massa della storia.

    Le domande sono molte. Come siamo arrivati ad affidare questioni di vitale importanza a una venditrice di mobili? Quando abbiamo cominciato a pensare di delegare la guida della nostra comunità nazionale in un periodo tanto delicato a un individuo che fino a sette anni fa contrattava di sanitari e comodini? Con quali competenze un individuo la cui maggior voce di spesa annua va probabilmente in brillantina, non certo in libri di virologia, esprime a un’ampia e fidelizzata audience le proprie conclusioni circa l’origine da laboratorio del Coronavirus? Una deduzione da lui derivata – brillantemente, verrebbe da dire – dall’aver osservato la progressiva perdita di “forza” del virus; parametro inesistente nella valutazione scientifica, come ha avuto la pazienza di spiegare in diretta tv il microbiologo a cui va probabilmente il merito di aver limitato i danni nella Regione di cui “Er pomata” – soprannome con cui Luca Zaia era noto ai frequentatori delle discoteche trevigiane per conto delle quali negli anni Ottanta faceva il PR – si ritrova governatore da ormai un decennio.

    Questo, però, non vuole essere l’ennesimo articolo indignato sul fatto che il populismo 2.0 ha portato alla guida della comunità una classe politica inadeguata, culturalmente e tecnicamente. Concentrarsi sulle goffe approssimazioni dei politici messi di fronte a pandemie e cataclismi per quanto divertente rischia di far perdere di vista un problema molto più ampio, riguardante i cambiamenti che stanno occorrendo alla fisica del pianeta su cui viviamo e alle conseguenze che ci attendono. Un problema che non nutre molto senso dell’umorismo.

    Il 6 maggio 2020, L’Organizzazione Mondiale della Sanità ci ha avvertito che questa non sarà che la prima grande epidemia che si prospetta al nostro orizzonte; secondo il direttore, Tedros Adhanom Ghebreyesus, è meglio prepararsi. A quella data, i morti per COVID-19 in tutto il mondo erano 250 000; una corrispondenza inquietante con il numero di incremento dei decessi previsto per il nostro futuro prossimo dal rapporto dell’OMS uscito il 1 febbraio 2018.

    “Tra 2030 e 2050, ci si attende che il cambiamento climatico provochi 250 000 morti in più ogni anno, a causa di malnutrizione, diarrea e stress termico”

    In sostanza, nei prossimi decenni ci attende una situazione che attenendosi semplicemente al numero delle perdite umane, nel cui calcolo non sono state contemplate le vittime per virus zoonotici (come il Covid-19), rischia di essere spaventosamente simile, se non peggiore, di quella che in questi mesi abbiamo vissuto tutti. Il rischio che malaria e schistosomiasi, due malattie zoonotiche citate nel rapporto OMS, espandano in maniera imprevedibile il proprio raggio d’azione aggrava una situazione già molto fosca.

    Se leggiamo il comunicato del febbraio 2018, sembra che la ragazzina dalle treccine castane avesse dopotutto ragione. Nel suo discorso all’ONU, la Thunberg suonava – fastidiosamente – messianica soltanto perché sapeva quello di cui stava parlando; “she had her facts straight”, in un linguaggio comprensibile al cappone di Donald, o, per dirla con quel pizzico di italica condiscendenza che in molti hanno usato per accogliere i moniti di Greta: “La ragazzina aveva fatto i compiti”. E la complessità dei fenomeni da cui ci ha messo in guardia atterrisce e spaventa; date un’occhiata al testo integrale del comunicato OMS per credere.

    In Non c’è più tempo, Luca Mercalli cita un magnifico passaggio con cui Primo Levi rievoca nei Sommersi e salvati il periodo precedente all’avvento del nazifascismo e l’inizio dello sterminio degli ebrei spiegando con parole limpide il rifiuto che la mente umana oppone a quei fenomeni che le risultano troppo complicati e spaventosi per essere assimilati. Mi sembra più incisivo dei complicati studi che pure hanno analizzato il funzionamento di questi meccanismi a livello cognitivo:

    “Le verità scomode hanno un difficile cammino […] le deduzioni inquietanti hanno vita difficile: fino all’estremo, fino alle incursioni dei dervisci nazisti (e fascisti) di casa in casa, si trovò modo di disconoscere i segnali, di ignorare il pericolo, di confezionare verità di comodo […] molte minacce di allora, che oggi ci sembrano evidenti, a quel tempo erano velate dall’incredulità voluta, dalla rimozione, dalle verità consolatorie generosamente scambiate”

    Quello che attualmente possiamo fare è guardare in faccia il problema, accogliere quello che la scienza da anni ci sta dicendo e agire, rigettando qualunque semplicistico riduzionismo provenga da venditrici di bidet improvvisatesi sottosegretarie all’ambiente o ex organizzatori di serate in discoteca. Perché il mondo non cambierà se ci affidiamo a dei capponi.


    illustrazione di Chiara Menini
    https://www.instagram.com/_chiaramenini_/