domenica, 5 Luglio, 2020
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    Spesa Sospesa.
    Cosa resta dopo la solidarietà

    di O. Veronesi

    Nelle settimane del lockdown migliaia di persone si sono trovate a far fronte a difficoltà economiche sempre più gravose. Per fronteggiarle sono sorte esperienze popolari di mutuo aiuto su tutto il territorio nazionale. Ne abbiamo parlato con Mariavittoria Marchesini, volontaria del progetto Spesa SOSpesa coordinato dall’associazione One Bridge to Idomeni. 


    Il motore d’Italia si è fermato. E’ questo il pensiero che occupa gli incubi più tormentati del governatore del Veneto Luca Zaia. Dal 9 Marzo 2020, primo giorno di lockdown, la locomotiva del nord-est ha interrotto la propria corsa. Tra gli effetti più immediati di questa emergenza sta venendo a galla la bolla sociale entro cui anche il “modello Veneto” navigava. Mentre le maggiori città italiane, con in testa Venezia, scoprono le problematicità di un’economia basata sul turismo, anche nei centri minori le difficoltà si fanno sempre più stringenti. La Regione Veneto  stima la perdita di 6 mila posti di lavoro a settimana, con un numero di disoccupati che rischia di passare dai 133 mila del dicembre 2019, a 180 mila alla fine del primo semestre del 2020.

    Ma dietro ai numeri ci sono le persone, le storie di famiglie che anche prima del lockdown faticavano ad arrivare alla fine del mese. Costretti in un sistema costruito su bassi salari, contratti spesso precari, garanzie sociali legate a fragili reti familiari, oggi molte persone si trovano nell’impossibilità di reggere l’urto della crisi. La Ronda della Carità, che da più di vent’anni porta un pasto caldo ai senza tetto di Verona, in questi mesi ha visto triplicare le persone da assistere. Anche il Veneto si scopre povero, ma il lockdown ha soltanto acuito i problemi strutturali che già attanagliavano la regione. Come denunciato da Spi Cgil nel giugno del 2019, tre contribuenti su cinque dichiaravano meno di 15 mila euro lordi l’anno, mentre il 15% della ricchezza prodotta in regione era detenuta dal 2.4% della popolazione: la bolla ora è esplosa. 

    A testimoniare questa realtà è soprattutto chi si è organizzato autonomamente per portare supporto alla propria comunità in questo momento di emergenza. In questi mesi, infatti, si sono diffuse in tutto il territorio nazionale molte esperienze di mutualismo. Laddove le istituzioni hanno tardato ad intervenire, o non si sono mai mostrate, molte persone si sono auto-organizzate. Da Napoli, dove le attiviste e gli attivisti dell’”Ex Opg Je So Pazzo” hanno portato assistenza a più di 300 nuclei familiari, a Milano dove centinaia di persone si sono unite alle “brigate volontarie per l’emergenza” a Roma, dove Potere al Popolo ha organizzato consegne alimentari a quattrocento persone in meno di un mese

    Anche nel nostro territorio molti si sono attivati. L’esperienza di One Bridge to Idomeni dimostra che «non vi è differenza tra l’aiuto alle persone migranti e quello dato alle famiglie di Verona»,  come ha affermato il presidente Giulio Saturni. Quando le attiviste e gli attivisti di One Bridge to Idomeni, associazione veronese nata per portare solidarietà ai migranti in situazioni di emergenza lungo la rotta balcanica, hanno realizzato di non potersi più spostare, hanno deciso di intervenire sul proprio territorio dove l’emergenza stava scoppiando. «Ci siamo resi conto che tutta la questione buoni spesa per le famiglie in difficoltà era molto lenta» racconta Mariavittoria Marchesini, volontaria del progetto Spesa SOSpesa, coordinato da OBTI, che incontro in un locale a pochi metri dall’Adige, sul lato est, nel quartiere Veronetta. Secondo i dati del Comune di Verona sono stati distribuiti 58 mila buoni spesa a 2380 nuclei familiari. Tuttavia, spesso sono arrivati con ritardo o non hanno incluso chi ne aveva bisogno. «La nostra idea – continua Marchesini – era di andare incontro a delle persone che sono entrate in difficoltà con la quarantena: chi non poteva lavorare, o aveva subìto una riduzione drastica del lavoro e non aveva entrate, chi aspettava il bonus spesa o non ne aveva accesso».

    Da qualche settimana OBTI ha avviato il progetto di spesa sospesa con cui ha messo in rete alcune realtà locali. Inizialmente hanno contattato la cooperativa Le Rondini che distribuisce i prodotti di Altromercato, ma poi si sono uniti al progetto Alveare Veronetta e Grisi Lekkerland. Ora chi compra da questi rivenditori può destinare l’acquisto di uno o più prodotti a una spesa solidale per persone che non possono permettersi l’acquisto di beni di prima necessità. «La politica che stiamo cercando di portare avanti come One Bridge è proprio quella di coordinare realtà diverse con l’obiettivo di mettere in rete le competenze specifiche di ognuna», afferma Mariavittoria. Per questo sono entrate a far parte del progetto anche associazioni impegnate in ambiti diversi dalla distribuzione e vendita alimentare. Una delle necessità primarie era quella di intercettare le persone in difficoltà, e in questo senso contribuiscono la Chiesa Valdese e il progetto SamarRamé, che ha come obiettivo quello di creare una rete di mutuo aiuto tra chi ha dei bisogni e chi può contribuire a soddisfarli. Ma a far parte del progetto vi è anche l’associazione Sesamo, che interviene in contesti di esclusione sociale, e attualmente è attiva con sportelli di ascolto e orientamento socio sanitario e legale.

    La spesa sospesa sta continuando anche oltre la fine del lockdown. Nonostante la ripresa delle attività lavorative che si sono fermate nelle settimane scorse, e la conseguente diminuzione di famiglie in stato di necessità, «rimane comunque una forte criticità perché molte persone non torneranno a lavorare in quanto svolgono lavori che ora non possono ripartire. Per questo, oltre l’emergenza servirebbe un progetto più strutturato». OBTI ha tra le proprie politiche quella di operare in contesti di emergenza, ma la differenza ora sta nel contesto in cui opera: «Anche sulla rotta ci siamo sempre spostati intervenendo in quelle situazioni in cui vi era più necessità», dalla Serbia, alla Bosnia alla Grecia, «ma nei Balcani stiamo cercando di costruire anche dei progetti a lungo termine; cosa non possibile per il momento a Verona, dove ci siamo trovati a lavorare per la prima volta». «Probabilmente non riusciremo a portare avanti la spesa SOSpesa per molto tempo, ci sono realtà più adatte di noi per farlo, ma soprattutto ci sarebbe uno Stato che dovrebbe intervenire», conclude.

    Ora che la crisi si mostra nella sua persistenza l’aiuto sarà necessario, ma non più sufficiente. Riprendendo le parole di Aboubakar Soumahoro in occasione della festa della Repubblica, allora «l’auspicio più sentito è che riusciamo a costruire una comunità solidale capace di lottare collettivamente contro la radicalità della deprivazione e trasformare i nostri dolori di oggi in una solida speranza per domani».