domenica, 5 Luglio, 2020
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    Cosa può una statua? Per uscire dalla “prigione bianca” della storia

    di Francesco Carne, Francesco Marchi

    L’acceso dibattito sulla questione della rimozione di alcune statue iniziato negli Stati Uniti e giunto in Europa ripropone con forza il ruolo dimenticato della matrice razziale delle nostre democrazie. È da questa premessa storica, tanto rimossa quanto centrale, che dobbiamo cercare di problematizzare il presunto valore neutrale di molte delle statue, ma anche di monumenti e simboli, che occupano gli spazi pubblici nelle nostre città.

    “Mondo a scomparti, manicheo, immobile, mondo di statue: la statua del generale che ha operato la conquista, la statua dell’ingegnere che ha costruito il ponte. Mondo sicuro di sé, che schiaccia colle sue pietre le schiene scorticate dalla frusta. Ecco il mondo coloniale.” Con queste parole Frantz Fanon, psichiatra e intellettuale-militante martinicano, descrive il mondo coloniale algerino. Un mondo tagliato in due: da un lato il colono europeo, dall’altro il nero, colonizzato e imprigionato dallo sguardo del bianco. La colonia è il luogo che ha permesso all’Europa di nascere e di diventare tale: “l’Europa è letteralmente la creazione del terzo mondo”. Il Vecchio continente poggia da sempre sulle spalle di intere popolazioni razzializzate che hanno permesso all’uomo-statua europeo di erigersi alla guida della Storia.

    Nonostante oggi quel mondo sia formalmente concluso, la frattura razziale continua a strutturare gerarchicamente le nostre società, riproponendo in maniera complessa e articolata la moderna divisione coloniale. Il caso degli Usa, dove in queste settimane si assiste a una movimentazione straordinaria della comunità nera, è l’ennesima manifestazione del portato razziale inscritto nelle democrazie occidentali, che, nonostante le specifiche differenze, affondano le loro radici, storiche e culturali, nello sviluppo coloniale-moderno. Il problema, dunque, non è confinato agli Stati Uniti, ma riguarda anche l’Europa, e quindi l’Italia.

    Le proteste hanno infatti raggiunto il Vecchio continente e in numerose città europee ci sono state importanti manifestazioni antirazziste. Come negli Usa, anche in Europa (in particolare in Inghilterra e in Belgio), durante queste manifestazioni alcune statue di personaggi storici sono state abbattute o vandalizzate. L’attenzione mediatica si è subito rivolta verso questi atti che, a detta di molti, vorrebbero cancellare la storia. Tuttavia, è necessario cercare di capire di quale storia stiamo parlando. La storia che le statue colpite in queste settimane rappresentano e incarnano è proprio la storia di quel processo planetario che prende il nome di modernità, inaugurata con l’arrivo di Cristoforo Colombo in quella che poi sarebbe stata chiamata America; proprio alcune statue di Cristoforo Colombo sono state uno dei bersagli dei manifestanti del movimento Black Lives Matter.

    Come ricorda Marina De Chiara, studiosa postcoloniale, la modernità cambia radicalmente di senso se la si guarda dalla barca di Colombo o dalla terra sulla quale vivevano intere civiltà poi terribilmente sterminate dai conquistatori europei. La storia che incarna e simboleggia Cristoforo Colombo è dunque quella dell’inizio dello sguardo imperiale e suprematista occidentale sui mondi e le culture altre, quella stessa storia che poi è continuata con il commercio negriero, di cui oggi la comunità afroamericana ne incarna eredità storica e culturale. Una storia, quella delle comunità nere, che seppur materialmente centrale nella formazione della società americana (ed europea), rimane silenziata e rimossa, sinonimo di una violenza simbolica che continua a performarsi nello spazio pubblico. Quello stesso spazio che vede proliferare da sempre simboli di una cultura occidentale e razziale.

    È dunque da questa prospettiva che deve essere letto l’attacco alle statue di Cristoforo Colombo: non un’aggressione al personaggio storico isolato in sé stesso, quanto piuttosto come simbolo dell’inizio di un massacro di portata globale, e di una visione eurocentrica del mondo, nella quale la razzializzazione di intere popolazioni ha da sempre giocato un ruolo tanto fondamentale quanto rimosso, tanto ieri quanto nel mondo contemporaneo.

    Secondo lo storico Alessandro Portelli, i monumenti dedicati agli schiavisti “non sono pericolosi perché ricordano una guerra dell’800 ma perché legittimano la centralità del razzismo nel terzo millennio”. Le statue in questione non sono quindi pericolose perché costruite in un’epoca in cui lo schiavismo era ancora una pratica diffusa, ma perché legittimano e celebrano la cultura razzista che ancora permea la nostra società. Per capire questo occorre guardare proprio alle statue che oggi sono sotto attacco.

    Il dibattito sulle statue è arrivato anche in Italia dove si è riproposta la questione di quella dedicata ad Indro Montanelli. Pochi giorni fa, un collettivo milanese di studenti ha ricoperto la statua del giornalista di vernice rossa e sotto il nome del giornalista ha aggiunto la scritta “razzista stupratore”. La statua di Montanelli è da tempo oggetto di critiche a causa di alcuni episodi controversi, primo tra tutti quello che lo vide coinvolto negli anni Trenta: il giornalista, giovane soldato fascista volontario in Etiopia, comprò una bambina di 12 anni da una tribù locale e ne fece la sua “sposa”. Durante la trasmissione tv del ’69 in cui Montanelli racconta quella vicenda, la scrittrice femminista Elvira Banotti gli fece notare che più che un matrimonio il suo era stato un rapporto violento in cui il colonialista si impossessa e abusa di una bambina.

    Già l’anno scorso, quando il movimento Non Una di Meno aveva ricoperto la statua con della vernice rosa, era scoppiata l’ira dei giornalisti italiani che si erano prontamente mobilitati a difendere Montanelli. A seguito delle proteste antirazziste di questi giorni, i Sentinelli di Milano hanno fatto richiesta al comune della città di rimuovere la statua. Tra i politici che si sono opposti a questa richiesta c’è il sindaco di Milano Giuseppe Sala, affermando che “tutti nella vita facciamo degli errori”. Da più parti si chiede di “contestualizzare”: secondo molti, infatti, non si può giudicare con la morale di oggi quello che è stato fatto da Montanelli durante la guerra. È doveroso però problematizzare alla radice la postura autoassolutoria insita nella logica della contestualizzazione. Oltre al fatto che il giornalista italiano non si è mai mostrato pentito di quello che ha fatto, considerare la questione in questa maniera rischia di riprodurre una visione eurocentrica e storicistica della storia, per la quale in un passato remoto che non ci riguarda, alcuni atteggiamenti “barbari” in luoghi “incivili ed esotici” erano consentiti e accettati, quando invece è proprio questo impianto teorico che è necessario problematizzare alla radice.

    Quando Montanelli racconta quella vicenda, si giustifica dicendo che “in Africa è un’altra cosa”, legittimando in questo modo la violenza sessuale attraverso l’ipersessualizzazione della donna africana: nelle parole del giornalista la bambina sarebbe stata una creatura esotica sessualmente precoce su cui l’abuso sarebbe stato consentito. Le parole con cui il giornalista giustifica il proprio gesto riflettono perciò un’ideologia razzista e patriarcale che inferiorizza e animalizza il corpo della donna nera.

    L’Italia ha rimosso – e tenta ancora oggi di farlo – il suo passato coloniale, basti pensare ai programmi scolastici in cui non viene quasi mai affrontato o alle vie intitolate a generali che hanno sterminato decine di migliaia di persone in Africa. Un secondo aspetto, che meriterebbe altrettanta attenzione, riguarda quello che alcuni studiosi hanno definito colonialismo interno durante l’Unità d’Italia, dove la razzializzazione delle popolazioni meridionali ha rappresentato un’anticipazione delle successive imprese coloniali.

    Igiaba Scego, scrittrice italosomala, afferma che “in Italia quello che c’è dietro di noi, come il colonialismo, non è molto conosciuto, c’è una rimozione totale e non ci fa capire che quegli stereotipi continuano ad agire sui corpi del presente. A me ha sempre colpito come per esempio le leggi italiane sull’immigrazione si basino quasi sempre su un modello astratto, su questo cosiddetto altro che non è un potenziale cittadino ma un potenziale suddito coloniale, il modello è quello del suddito somalo, eritreo o libico dei tempi del colonialismo italiano. Si continua così a perpetuare l’idea dello straniero nella legislazione come suddito, una persona senza diritti”. Una analisi critica di come la storia italiana è stata – e continua ad essere – raccontata e dei suoi effetti sul presente, risulta quindi necessaria poiché, “quel passato di violenza e coercizione è ancora tra noi, vivo nello spazio urbano. È un passato che contamina il presente”. Quel passato lo subiscono oggi in primis le persone nere e le donne, ma anche i meridionali e le minoranze, attraverso un razzismo e un sessismo che assumono diverse forme: dall’inferiorizzazione allo sfruttamento migrante in agricoltura, dai controlli di polizia alle stragi di matrice razzista, alla stigmatizzazione culturale; ma gli effetti del razzismo non si esauriscono solo in Italia: lo subiscono anche le donne migranti, vittime di stupri e violenza nelle carceri libiche in cui sono rinchiuse dalle politiche italiane ed europee, per limitarci ad alcuni esempi di un elenco che risulterebbe ben più ampio e approfondito.

    Zad el Bacha in un articolo dell’anno scorso scriveva che “parlare di Montanelli oggi, quindi, è parlare della ideologia in cui lui agiva, e degli effetti concreti di questa ideologia. Lo sguardo coloniale agisce ancora oggi sui corpi migranti, ci guarda come oggetti esotici e come minacce. Ci sfrutta e ci opprime. E quindi non si tratta di Montanelli o della sua statua, o di un po’ di vernice rosa. Questi sono simboli, chiamate all’azione”. Il problema della statua dedicata al giornalista riguarda quindi il passato coloniale italiano e la realtà sociale dell’Italia di oggi. Ridurre l’episodio che coinvolse Montanelli ad un errore personale – come ha fatto il sindaco di Milano – vuol dire rimuovere ancora una volta una parte centrale della storia italiana e asserire che in fondo la cultura dello stupro e il razzismo sono aspetti trascurabili all’interno della parabola montanelliana. Ma è proprio in questo modo che viene legittimata e riprodotta la struttura razzista e sessista della società italiana.

    Mettere in discussione lo spazio pubblico, le statue, i nomi delle vie, come è strutturata la città, è un gesto politico che riattualizza la storia rimossa e problematizza il presente. Riguardo a questo Rebecca Solnit ha scritto che “statue e nomi sono parti cruciali dell’ambiente costruito, quelle che ci dicono chi conta, chi decide, chi sarà ricordato. Forniscono la nostra immaginazione. Essi plasmano anche il senso del passato a cui ci rivolgiamo quando decidiamo quale futuro scegliere e a chi dare valore e ascoltare nel presente. Quando decidiamo chi è il “noi”. Le azioni contro le statue non portano certo a un cambiamento radicale della struttura razzista e sessista della società, eppure permettono da un lato di metterla in discussione, dall’altro di ripensare e vivere in maniera più consapevole lo spazio che abitiamo; inoltre, quelle azioni dovrebbero portare ad una riflessione critica su come la storia è stata raccontata finora e su come essa abbia conseguenze – non solo culturali – nel presente in cui viviamo.

    Quindi, partendo dalla necessaria discussione sulle statue, è necessario porsi in maniera attivamente critica nei confronti della nostra storia e della società di cui facciamo parte. Per fare questo è anzitutto necessario ascoltare chi oggi subisce sul proprio corpo – un corpo razzializzato e sessualizzato – la violenza sociale, politica e simbolica frutto di una storia tanto rimossa quanto drammaticamente viva e determinante.

    * “La prigione bianca della storia”, ripresa nel titolo dell’articolo, è tratta dal testo, Se la tribù si chiama Europa, di Marina De Chiara, in Iain Chambers, Lidia Curti (a cura di), La questione postcoloniale, Liguori Editore, Napoli, 1997.