sabato, 8 Agosto, 2020
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    Tra delinquenza e riscatto, “La masnada delle aquile” racconta la condizione dei minori kosovari in Italia

    Recensione a "La masnada delle aquile. I giovani in fuga dal Kosovo" (Infinito Edizioni, 2020) a cura di Jacopo Rui

    È una costante tensione tra passato e futuro, quella che consuma il presente dei minori non accompagnati in fuga dal Kosovo ospitati nelle strutture d’accoglienza di Trieste. Viene ben descritta nelle pagine de La masnada delle aquile, l’ultimo libro di Riccardo Roschetti, uscito in libreria il 18 Giugno. Edito per Infinito Edizioni annovera anche il patrocinio di One Bridge to Idomeni Onlus – l’associazione veronese di cui Malora ha già scritto – di cui l’autore è stato volontario in un progetto a Sarajevo, nel Gennaio 2019.

    L’autore, insegnante di Lettere e Italiano e ricercatore all’Università di Udine, ci mostra come la guerra sporca combattuta tra serbi e kosovari agli sgoccioli del secolo scorso è forse la matrice di quelle “guerre senza nome” che ogni giovane minorenne kosovaro espatriato si ritrova a vivere nella propria quotidianità, lontano da casa. Quello in attesa della maggiore età è delineato come un tempo sospeso e carico di quei traumi personali e collettivi che infiammano la volontà di riscatto pluri-generazionale cercato ad ogni costo. Un doppio movimento, esistenziale e migratorio, come descritto dall’antropologa Roberta Altin nella prefazione, scandisce la trama: ci si sposta continuamente tra la nostalgia della madrepatria, luogo di sofferenza ma con un’eredità che va onorata ogni giorno; e la speranza in un “altrove migliore”, promesso da chi è già arrivato, fatto da poche ma semplici ambizioni: “Prenderci un permesso di soggiorno e restare in Italia a lavorare, fare soldi e mandarli a casa. Un giorno, forse, tornare a vivere nella Repubblica del Kosovo, fare casa e famiglia.”

    L’intento del ricercatore affascinato dai Balcani, concessogli dalla vicinanza accumulata negli anni di lavoro nei centri d’accoglienza triestini al fianco dei soggetti le cui storie, nel libro, sono condensate in quella di un solo giovane ragazzo, Erion, è quello di condurre la narrazione da dietro le lenti interpretative di un quasi maggiorenne kosovaro alle prese con una nuova vita in Italia. Il lettore si trova quindi partecipe di un discorso condotto in prima persona dal protagonista. Nei diciotto capitoli che scandiscono il romanzo, come diciotto sono gli anni che servono per poter assaporare la “vita vera”, Erion affronta le giornate, ricorda e riflette sui motivi della propria migrazione. Il discorso è condotto attraverso un linguaggio gergale e spesso volgare. L’utilizzo di parolacce e insulti è una scelta stilistica che, lungi dall’essere un artificio letterario che vuole caratterizzare il personaggio si pone come una necessità motivata da una “violenta onestà”, adottata per “coerenza ed efficacia espressiva” e che rende ancora più verosimile l’espediente auto-narrativo. Secondo noi ben riuscito.

    Ma porsi nell’al di qua di una vita, anzi, più vite d’altri non è un’impresa facile. Lo rileva Edoardo Garonzi nella postfazione da lui curata, quando si chiede se sia possibile e sufficiente trascorrere del tempo con qualcuno per calarsi nei suoi panni, per indovinarne il pensiero e le aspirazioni a tal punto da poterne fare letteratura. Ma se Roschetti non può (e non potrà mai, come nessuno) valicare il confine dell’alterità, può invece fornirci un’utile mappa di un percorso che, se intrapreso, può condurre maggiormente prossimi a quel confine. Guadagnando così la possibilità di sbirciare un poco l’altro, guardando attraverso le maglie della cortina che separa le esistenze.

    Scopriremo così nelle pagine de La masnada delle aquile la descrizione di uno shqipe* stimabile: di bell’aspetto, stronzo, arrogante, bugiardo e pieno di sé. Ladruncolo, impregnato di cultura gerarchica e patriarcale, razzista: è figlio dell’odio etnico, di un conflitto che perdura ancora. Ovvero la fase 2 del nazionalismo, quello di seconda generazione, che a partire dalle atrocità e gli stupri del passato consegna un presente in cui “o fotti o vieni fottuto”. Alla ricerca di un’identità per la quale non si ha ancora finito di combattere, che pone sempre il Kosovo e il suo buon nome al di sopra di tutto. Eppure il passaporto kosovaro “non vale un cazzo”, non è neppure uno stato “fino a che i serbi non ci riconoscono”, e se non è la vita grama delle campagne la prospettiva di futuro per un giovane nato in Kosovo dopo (o durante) la guerra, lo diventa quella della criminalità organizzata che regola il mercato di droga e armi. Ossia ciò che sostiene, non solo economicamente, il paese, e che tuttavia crea caos e corruzione: “Che poi è anche il motivo per cui ce ne andiamo”.

    Roschetti nel Prologo racconta di essere cresciuto con i jet NATO che, partendo dalla base militare di Aviano e sorvolando la sua abitazione verso le zone del conflitto, facevano tremare le finestre così tante volte che alla fine ci si abituò. Divenne per lui normale sentire quel rumore sinistro scuotergli la casa. Ci piace pensare che questo libro sia frutto di quella vibrazione che ha continuato a pervaderlo anche a guerra conclusa, rendendolo inevitabilmente un attento ascoltatore dei suoni provenienti delle generazioni colpite dalle guerre.

    *Lett. “aquila”, espressione di uso comune tra le persone di etnia albanese; abbreviazione di Shqiperia (in Italiano, Albania), il Paese delle aquile.

    La masnada delle aquile, non è ancora disponibile nelle librerie di Verona. Per averlo, puoi scrivere a info@onebridgetoidomeni.com e parte del ricavato verrà devoluto all’associazione One Bridge to Idomeni Onlus.

    Illustrazione di Giovanna Caliari