mercoledì, 21 Ottobre, 2020
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    Rompere con la violenza del capitale. Intervista a Maurizio Lazzarato – Prima parte

    di Alessandro Foladori

    Maurizio Lazzarato è una delle voci più interessanti e originali all’interno del pensiero politico contemporaneo. Dopo aver scritto sulle forme di soggettività create dal sistema neoliberista ne La fabbrica dell’uomo indebitato (2011) e Il governo dell’uomo indebitato (2012), si è dedicato a reperire i rapporti che il capitale intrattiene con la guerra in un volume scritto a quattro mani con Éric Alliez, Guerres et capital (2016 – non tradotto in italiano). L’abbiamo incontrato per parlare del suo ultimo libro, Il capitalismo odia tutti (DeriveApprodi, 2019), che vuole essere una cinghia di trasmissione tra il libro sulla guerra e un volume in corso d’opera che riguarderà la rivoluzione, e per chiedere la sua opinione rispetto ai movimenti politici in corso. Ne è nata una lunga intervista che presentiamo in due parti: la prima qui pubblicata verte maggiormente sul libro, mentre la seconda si dedicherà di più a uno sguardo complessivo.


    Maurizio Lazzarato, il suo libro più recente si intitola Il capitalismo odia tutti (in originale: Le capital déteste tout le monde) ed è un testo in cui cerca di reperire le radici del neoliberismo nella guerra e nel conseguente assoggettamento degli sconfitti. Nei suoi precedenti lavori, penso soprattutto ai due volumi su L’uomo indebitato, aveva già indagato come il sistema capitalistico, per funzionare, debba produrre dei soggetti di debito. In questo nuovo libro il concetto viene ripreso, ma diventa possibile soltanto a seguito della sconfitta in una guerra, che si trasforma tramite la repressione autoritaria e la finanziarizzazione in «guerra civile contro la popolazione». Può spiegarci come funzionano i due movimenti e il loro intreccio?

    In realtà anche i libri sul debito preparano il discorso sulla guerra nel momento in cui ogni forma di dominazione capitalistica si dà solo a seguito di una sorta di appropriazione/espropriazione originaria. Ne La fabbrica dell’uomo indebitato vi è un riferimento diretto ai corsi di Deleuze in preparazione de l’anti-Edipo in cui quest’ultimo sostiene che tale appropriazione sia organizzata e condotta nel caso della moneta: i flussi di guerra precedono e rendono possibili i flussi della moneta. Il problema si pone in questi termini nel momento in cui ci si chiede come si costituiscano quelle soggettività, perché il processo di assoggettamento non può essere fondato solo sulla norma. È importante fare chiarezza perché su questo punto è stata fatta una grossa confusione dai foucaultiani, dai marxisti e da femministe come Judith Butler. Le classi (non soltanto il rapporto di classe capitale-operai, ma anche quello uomini-donne e bianchi-non bianchi) originano da un processo di appropriazione che è un atto di violenza di fatto. Appropriazione e conseguente sottomissione sono le operazioni tramite le quali i vinti vengono trasformati in soggetti, in assoggettati, su cui in seguito possono avere presa le norme. Carl Schmitt, un reazionario che ci fornisce un’ottima comprensione di simili processi, diceva che, affinché una norma funzioni, deve applicarsi su una situazione normalizzata, poiché non avrebbe presa sul caos. Le norme che producono una certa soggettività – uomo indebitato, operaio, donna, schiavo – intervengono solo su una situazione normalizzata da una guerra, da una vittoria politica o militare. Successivamente si impongono alle soggettività emergenti delle forme di assoggettamento per governale. Il rapporto si dà quindi tra un’appropriazione violenta che è un dato di fatto e ha bisogno della sola forza per agire, e un assoggettamento imposto ai soggetti così costituiti. È una cosa dimenticata da tutti, anche da Foucault, ma guardando alla nascita del neoliberismo è impossibile non accorgersi che le cose siano andate in questo modo. Esso nasce non a caso in Cile, a seguito del colpo di stato e del suicidio di Allende. Mentre tutta l’America latina è sconvolta dai colpi di stato organizzati dagli Stati Uniti, Milton Friedman e Friedrich von Hayek si recano immediatamente a interloquire con Pinochet. È su questo che si costruiscono le economie neoliberiste. Sarebbe stato impossibile applicare i modelli dell’imprenditore di se stesso o del debito a dei soggetti presi in un movimento rivoluzionario, era necessario prima sconfiggerli con le armi e lasciare loro tre alternative: fuggire in esilio, morire, o sottomettersi al nuovo ordine dominante. Per un certo periodo i sopravvissuti si sono sottomessi, ma di recente ci è stato dato modo di vedere come sia una cosa temporanea. Ciò che è accaduto in Cile nell’ultimo anno mostra che la normalizzazione può essere spezzata, e quando questo accade viene ritrovato subito il rapporto con la rivoluzione. È molto sintomatico che gli insorti cileni si siano rifatti agli slogan e alle canzoni del periodo di Allende. Il problema è quindi il rapporto tra vittoria e sconfitta: l’instaurazione di una politica, in particolare neoliberista, deve passare (nel sud del mondo) per una vittoria politico-militare, che dal Cile si è poi estesa in Argentina e in altre parti del mondo per fare i conti con un processo rivoluzionario che era globale. Solo a partire da qui possono costituirsi le istituzioni neoliberiste. Quello che mi interessa è capire come si possa spezzare tale normalizzazione, ora che dopo quarant’anni pare ci sia la possibilità di una rottura politica che porti a una più profonda rottura rivoluzionaria. In questo senso è necessario recuperare il concetto di lotta di classe, che è stato abbandonato, ma è alla base della lotta politica ed è il solo garante cha abbiamo per poter discriminare e orientarci in quello che sta accadendo. La differenza è che non c’è più solo lotta di classe tra capitale e lavoro, ma anche tra uomini e donne, bianchi e non bianchi. Se qualcosa della teoria della molteplicità merita di essere recuperato è proprio per applicarlo al modello della lotta di classe. Quello che sta accadendo in USA dopo l’assassinio di George Floyd è qualcosa di analogo alla lotta di classe, accentuato dal fatto che gli USA, dall’inizio, fondano la loro repubblica anche sulla schiavitù. Quando Hannah Arendt si stupisce del fatto che le rivoluzioni del XX secolo dei paesi coloniali non abbiano preso come riferimento la rivoluzione americana, dimentica la profonda consapevolezza che avevano quei rivoluzionari: sapevano che quella americana era una rivoluzione razzista e schiavistica. Il rapporto di classe tra bianchi e neri, che ha un radicamento profondo negli Stati Uniti, è diventato fondamentale ovunque, perché la mondializzazione può essere compresa anche come «colonizzazione interna» in cui il razzismo costituisce un dispositivo di potere fondamentale anche in Europa.

    Il sottotitolo del libro è Fascismo o rivoluzione, il che suggerisce un aut-aut obbligato alle «rotture politiche» che inevitabilmente il neoliberismo produce. Lei sostiene però che il fascismo è una presenza molto concreta, mentre la rivoluzione resta al momento una possibilità astratta. Può approfondire il modo in cui il fascismo è legato a doppio filo al neoliberismo?

    Che il fascismo sanguinario, su incentivazione di Kissinger, abbia messo assieme generali torturatori, assassini e politiche neoliberiste è un dato di fatto, come dicevo prima. La domanda non è in che modo le due cose siano legate, ma come questo dato di fatto sia evitato dai teorici. Foucault all’epoca, e più recentemente Dardot e Laval non fanno menzione della cosa. Questi teorici cadono nella trappola dell’ideologia neoliberista, che parla della funzione del mercato nel momento esatto in cui impone i monopoli, in particolare quello che si è costituito attorno alla finanza. Il mercato è solo una forma di legittimazione dell’enorme concentrazione di proprietà portata avanti tramite processi di mondializzazione. Mondializzazione, finanziarizzazione e concentrazione del potere attraverso i monopoli sono le tre coordinate del neoliberismo, che hanno poco a che vedere con il mercato e la libera concorrenza. Tali processi vanno assieme. Il monopolio è violenza, espropriazione, squilibrio: esattamente il contrario di quello che ci raccontano essere il mercato. Quest’ultimo sarebbe l’equilibrio generale dato dalla molteplicità delle libere scelte che si intrecciano e moltiplicano, ma è chiaro che si tratta di un’“ideologia”. La verità è che quei tre processi hanno garantito tra gli anni sessanta e settanta una concentrazione fantastica del potere attorno alla finanza. È il medesimo processo che accade alla fine dell’ottocento, cosa che Lenin è riuscito a individuare chiaramente. Per uscire dalla crisi del 1870 e dal ciclo di lotte europee viene messo in atto un processo di centralizzazione della proprietà che ha portato alle guerre mondiali e al fascismo. Per Lenin si trattava della fase terminale del capitalismo, non ha potuto prevedere che un secolo dopo ci sarebbe stato un processo analogo su scala ancora più larga. Anche in quel caso gli economisti neoclassici inventarono l’equilibrio generale del mercato proprio mentre si producevano dei monopoli. Il neoliberismo si impone solo tramite violenza armata e concentrazione del denaro e della produzione. Nessuno di questi processi è mercantile.

    Da un altro punto di vista l’indebitamento e lo stile di vita neoliberista generano un risentimento e una frustrazione che trova diretta espressione in movimenti fascisti. A sua volta il fascismo funziona da alleato e braccio armato per la repressione, per proseguire la guerra civile e portare avanti politiche neoliberiste. Può dirci qualcosa in più su questo circolo vizioso?

    Anche questo si vede bene in quanto accade oggi negli USA. Il neoliberismo produce una divisione di classe che nel caso specifico ha il colore bianco-nero. Il processo di risentimento si cristallizza in questo caso come supremazia bianca. Ci sono rivolte importanti in Nord Africa e Sud America che invece rompono da un altro punto di vista e devono fare i conti con altri tipi di risentimento. La precedente mondializzazione del 1870 sfociò nella prima guerra mondiale e nel fascismo. La seconda mondializzazione che stiamo vivendo sta producendo gli stessi effetti e radicalizzando le divisioni di classe tra capitale e lavoro, tra bianchi e neri, tra uomini e donne. Come dicevo la lotta di classe va quindi declinata al plurale. L’errore dei marxisti è stato far convergere i conflitti e subordinarli alla lotta capitale-lavoro. Quello che è accaduto nel XX secolo con le rivoluzioni anticoloniali e i movimenti femministi è stato di rendere impossibile tale subordinazione. Il passaggio alla pluralità delle lotte era maturo nel ’68, ma non è stato portato a compimento e questo ha decretato il fallimento della rivoluzione e aperto le porte alla vera e propria contro-rivoluzione che è il neoliberismo.

    Lei sostiene che i neoliberisti siano guidati da un odio di classe che manca ai loro oppositori, i quali faticano a costituirsi come classe. Da dove proviene e cosa produce questo perpetuo odio dei vincitori sui vinti?

    L’odio di classe è solo il fondamento della lotta di classe. La verità è che solo i capitalisti sono stati fedeli alla lotta di classe. È facile riprendere le citatissime parole di Warren Buffett «c’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo». L’accento che pongo sulle lotte di classe al plurale non è altro che un tentativo di recuperare il ritardo oggettivo che abbiamo sul capitale, il quale ha sempre prodotto le sue strategie politiche fondandosi sulla dominazione della donna, sulla schiavitù e sul lavoro salariale. La macchina da guerra del capitale ha questa stella polare che la guida: sconfiggere gli avversari politici. Quando in Sud America il potere è stato minacciato la reazione è stata militare. Nessun capitalista si fa dei problemi a organizzare delle guerre, come gli americani non hanno avuto problemi a ordinare o legittimare l’assassinio dei leader dei movimenti neri degli anni sessanta, a partire da Martin Luther King e Malcolm X. C’è un’implicita radicalità dello scontro di classe che ad oggi è assunta solo dai capitalisti. Hanno compiuto queste operazioni criminali e sono disposti a farlo di nuovo. Le forme neofasciste emergenti sono legate alla profonda necessità della lotta di classe: vengono incentivate quando la governamentalità neoliberista comincia a incrinarsi.

    In un suo libro precedente, Segni e macchine, vi sono pagine molto belle sull’autoposizionamento strategico del soggetto. Che cos’è e come si costruisce un autoposizionamento?

    L’autoposizionamento è la conseguenza di una rottura politica. È una teoria dell’evento: ciò che non era considerato possibile diventa possibile. Qualcosa arriva: sta capitando negli Stati Uniti, è capitato in Cile. Si genera una rottura che tocca la soggettività e la soggettività prende una posizione rispetto al mondo, ad esempio per quanto riguarda il razzismo, dicendo «no». Tale rottura, tramite un rifiuto politico, è la condizione per sviluppare un processo di soggettivazione che non sia mero assoggettamento come ad esempio essere operaio, essere donna o essere nero. Le nuove possibilità possono aprire nuove forme di soggettività, a condizione di avere una strategia politica, perché tale autoposizionamento deve anche fare i conti con la realtà. Per quanto l’evento possa arrivare il potere non si dissolve, è ancora lì e va affrontato. Si tratta di trovare le forme politiche tattiche e strategiche per poter costruire nuovi soggetti, linguaggi, istituzioni. Ciò che non è accaduto nel ’68: quell’evento è stato sfruttato meglio dai capitalisti, i rivoluzionari non hanno saputo dare un seguito adeguato alle soggettività di classe (operai, donne, colonizzati) che stavano emergendo. L’autoposizionamento non basta, in sé è solo un’emergenza, la quale deve prendere consistenza e stabilizzarsi. L’autoposizionamento è un’affermazione legata a un rifiuto, e avendo luogo solo all’interno di determinati rapporti di potere, le possibilità che apre non sono né infinite né eterne: bisogna coglierne strategicamente la portata. Da un certo punto di vista la politica comincia in quel momento: dopo la rottura bisogna capire come dare forma a ciò che Angela Davis, parlando delle rivolte americane di questi giorni, chiamerebbe il coup d’apres, il colpo successivo.

    Illustrazione di Guido Zoppi