venerdì, 27 Novembre, 2020
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    “La spensieratezza va stroncata alla nascita”. Intervista ad Antonio Rezza e Flavia Mastrella

    di Jara Bombana


    Domani, lunedì 13 luglio, al Castello Scaligero di Villafranca di Verona e all’interno delle iniziative della Milanesiana 2020, andrà in scena FRATTO_X di Flavia Mastrella e Antonio Rezza, con la partecipazione di Ivan Bellavista. Performer e autore Rezza, autrice e artista Mastrella, dal 1987 collaborano insieme realizzando spettacoli teatrali, film, trasmissioni televisive. Nel 2018 sono stati premiati dalla Biennale di Venezia con un prestigioso Leone d’Oro alla carriera. Come tutti gli spettacoli del duo, anche Fratto_X è difficile da raccontare: un rito sciamanico, un gioco collettivo, una performance metafisica che si sviluppa dentro agli habitat che costruisce Flavia per Antonio, e dentro cui lui si muove cambiando forma, intessendo relazioni, sradicando significati, srotolando le trame di uno stupore che travalica il linguaggio e il corpo. Li abbiamo incontrati per parlare di teatro, potere e nuove miserie umane.

    Fratto_X è un vostro spettacolo cult, come e da dove nasce?

    Rezza: Nasce da due esseri umani, un maschio e una femmina, che lavorano attraverso una relazione anarchica, da un punto di vista strutturale e comportamentale, che non prevede l’intrusione dell’uno nella testa dell’altro. Un nostro spettacolo si muove per comportamenti assolutamente differenti rispetto a quello che è il teatro, la messinscena, la letteratura o il cinema correnti. Noi viviamo uno spazio che viene realizzato da Flavia, un habitat, dove io abito un anno e in quell’anno dico cose, pronuncio parole, emetto dei suoni che poi diventano il testo, lo spartito originale e immutabile di ogni rappresentazione. In sostanza scavalchiamo ogni contenuto attraverso il suono. Il fatto poi che ci siano delle parole che creano significato è perché a me piace molto sentire l’energia di chi assiste a questa esplosione: il riso maligno,  perverso, demoniaco è la cosa che più mi emoziona. Ci sono vari modi per arrivare a far ridere  e questo riso scaturisce da un percorso accidentato. 

    Mastrella: Fratto_X è il primo spettacolo che si rifà alla comunicazione digitale. E’ un lavoro nato nel 2013 ed è l’immagine di un’altra realtà. In questo lavoro abbiamo cambiato completamente la nostra narrazione: se prima il focus era la realtà artefatta, da qui in poi è diventato l’immagine che si trasforma in realtà, cioè l’inverosimile che diventa realtà. E’ anche un lavoro sul condizionamento e prima di prepararlo ho fatto due anni di sperimentazioni fotografiche e ricerca formale sulla luce in movimento, per azzerare completamente il concetto di rappresentazione nel mio immaginario. Da qui poi è diventato un lavoro che parla moltissimo di relazione e dell’ influenza dell’uno sull’altro.

    Il vostro sguardo è lucido e mi sembra lontano dalla consolazione, penso ad un autore come Stig Dagerman e al suo “Il nostro bisogno di consolazione”. Rispetto alla consolazione e ad una qualche forma di redenzione, ritieni che l’arte sia un passaggio redentore e che l’uomo possa vivere una redenzione attraverso l’arte?

    Rezza: Per l’uomo inteso come me sì,  per gli altri non so. Sarebbe bello se l’arte riuscisse a contaminare, ma lo fa solo la malattia purtroppo. Günther Anders diceva che il modo migliore per screditare l’arte è ridicolizzarla. Questo Stato ha parlato prima dei toelettatori per cani e dei parrucchieri e solo dopo ha parlato dell’arte. Quindi quale metodo migliore per rendere ridicola l’arte agli occhi dei cittadini? L’arte è passata come qualcosa di completamente accessorio e non  c’è modo migliore per depotenziarla. Quella che sembra una distrazione o un’ingiustizia è stato invece un calcolo; la politica agisce solo una forma di antagonismo perché l’arte, non intendo tutta quella di oggi perché non voglio dire che quella contemporanea sia un’arte di livello sopraffino, è l’unica cosa che può evidenziarne le contraddizioni. E inoltre credo che ci sia una minaccia dietro l’angolo, che può mietere più vittime della pandemia, e cioè che l’arte cominci a trattare quello che è accaduto in questi mesi. Sarebbe una grande forma di miseria vedere film, spettacoli, sentire dischi o leggere libri che trattano della pandemia e di come è cambiato il rapporto dell’uomo con gli altri, e questo penso sia un precipizio senza ritorno per l’essere umano.  Come dico all’inizio di Fratto _X la spensieratezza va stroncata alla nascita, perché devi avere tanta spensieratezza per ipotizzare una trattazione della segregazione a cui siamo stati sottoposti. Io spero che l’arte non sia così miserabile da trattare la violenza che ci hanno inflitto.

    Com’è quindi il tuo rapporto con il tuo mestiere? Senti il peso di una responsabilità di strutturazione di un pensiero?

    Rezza: Noi abbiamo una grossa responsabilità, come ce l’hanno tutti gli artisti che lavorano per sé: non deludere mai noi stessi. E chiaramente, di conseguenza, non deludi nemmeno chi ti vede. Questa è, per tornare a quanto dicevamo prima, la mia forma di redenzione: non deludermi mai.

    foto M. Biancardi

    Parliamo del pubblico. Spesso la critica ha detto che il pubblico non capisce la vostra proposta teatrale, la desemantizzazione della realtà che portate avanti. Se è così, c’è una volontà di, come disse Fortini, non concedere tregua al pubblico?  

    Rezza: Non lo facciamo di proposito, chi fa un gesto lo fa semplicemente. Non credo che l’arte debba essere capita. Io amo Bacon, Tarkovskij, Lynch. Mi abbandono al non comprendere. Di noi spesso ci viene detto che non siamo capiti, ma io credo che i più grandi nemici siano quelli che credono di aver capito ciò che facciamo. Goditi il tuo momento di incomprensione, resta ammaliato dalla forma, dal colore, dalla luce, dall’energia, dalla parola, dalla repentinità. Un significato muore, ma quello che ti entra negli occhi ti rimane.

    Mastrella: Io credo che il pubblico rimanga entusiasta di fronte allo spettacolo perché percepisce l’immagine, il ritmo. Noi lavoriamo con spontaneità e l’essere sinceri nel darsi ha un riscontro nell’altro. Sembra impossibile ma è davvero così.

    Parola  smontata e corpo demoniaco. Cosa muove la vostra ricerca e soprattutto come riuscite a ricondurre ad una unità di senso  questo deflagrare, questo montaggio e  smontaggio di teoria, estetica e retorica?

    Rezza: I nostri spettacoli nascono da un’esigenza di abbandono dell’opera precedente. Noi consideriamo noi stessi i peggiori nemici che abbiamo perché bisogna distaccarsi dal virtuosismo precedente. Questo porta a uno struggimento perché molto difficile fare qualcosa di nuovo. Il metodo è  lo stesso, pur rinnovato, e comprende uno spazio che Flavia  crea e che io invado con il corpo e la parola. In questa fase c’è Massimo Camilli che lavora con me, io mi spoglio di ogni suono e di ogni significato  e alla fine io e Flavia uniamo tutto e creiamo una sorta di montaggio musicale del testo residuo. Poi con le luci, con la forma che prende sempre più il sopravvento e con il corpo che si deforma, raggiungiamo ciò che per noi è il momento finale della lavorazione. Facciamo anche prove aperte, perché è essenziale il corpo di chi guarda, questo ritmo dialettico dà la direzione giusta. Il metodo è lo stesso, quindi, ma si rinnova perché quando noi cambiamo, cambia anche l’oggetto del dissenso.

    Mastrella: è un lavoro sullo stupore. Io stupisco Antonio con il mio habitat;  lui stupisce me con il suo racconto all’interno e insieme andiamo a dare il ritmo, aggiungere aggettivi, arrotondare parole, levare elementi della scena. E’ il lavoro a dare ritmo e lo montiamo come se fosse un film. 

    A proposito della pratica del levare, come si sviluppa il tuo processo creativo e immaginifico e come nascono dunque i tuoi habitat.

    Mastrella: Gli habitat nascono da una ricerca indipendente dalla drammaturgia. Io consegno lo spazio ad Antonio e lui ci vive dentro, come in una piccola realtà, ed è per questo che ogni volta riusciamo ad azzerare il sistema drammaturgico del precedente lavoro. Perché non partiamo da un concetto scritto ma da una ricerca formale,

    Il processo creativo funziona su questi azzeramenti continui, dunque. Ho letto che hai detto che temi di perdere la fantasia. Hai un rituale per alimentarla la tua immaginazione?

    Mastrella: Io di volta mi interesso  di attualità e comunicazione, partendo da un concetto – quello di Fratto X era l’azzeramento del passato, per cui non avevo più alcun punto di riferimento. Sentivo che a livello comunicativo qualcosa stava cambiando molto velocemente,  quindi ho cercato di azzerare tutto ciò che avevo assimilato in precedenza. 7/14/21/28 è un lavoro in cui l’habitat risente della fascinazione di quel periodo per le calligrafie cinesi e quindi in scena ho messo un ideogramma. E poi è diventato anche un lavoro che parla dell’abbandono dell’infanzia. Di volta in volta io trasformo e racconto in senso metaforico quello che mi accade.

    foto Giulio Mazzi

    Rispetto alla situazione del teatro in Italia, ma tentando uno sguardo più ampio che esca dal racconto sistemico legato all’emergenza, come vedi gli sviluppi e le prospettive in Italia?

    Rezza: La soluzione è semplicissima ed è rifiutare i finanziamenti statali. Noi siamo indipendenti da quando siamo nati, non abbiamo mai preso soldi dallo Stato. Rifiutarsi di accettare soldi, anche solo per come è stata trattata l’arte e la cultura, è il primo passo. Lo Stato si è comprato l’arte, soprattutto il teatro,  e per questo si è preso il lusso di trattarlo in modo indegno. Sarebbe un gesto sublime non ritornare a lavorare: questi appuntamenti estivi li facciamo come gesto di buon auspicio per permetterci di tornare nei teatri non contingentati. Ho visto le piante dei luoghi in cui andiamo ad esibirci, con le sedie una dietro l’altra, dove non riesci nemmeno a vedere lo spettacolo. Il teatro è un rituale, lo Stato non deve entrare nella problematica della messa in scena perché allora, se è contagioso il teatro, bisognerebbe  impedire anche il pressing nel calcio, la concentrazione degli atleti nello spazio o il cinema, dove gli attori possono baciarsi.  Forse il teatro è più contagioso, più infetto? L’arte deve uscire da questa impasse e rinunciare ad essere pagata dallo Stato. Poi bisogna tornare ad invadere gli spazi senza le limitazioni che ci sono ora, altrimenti un attore sul palco si trova ad osservare un ospedale da campo con la gente distanziata, terrorizzata. E infine il teatro non deve andare in TV come se fosse un luogo incontaminato, quando è uno dei posti più lottizzati che esista e dove le piccole compagnie non avrebbero più nessuna visibilità. Chi sostiene che il teatro dovrebbe andare in televisione sta facendo il male della libera espressione.

    Mastrella: In Italia da sempre si sperimentano le iatture per tutto il mondo. Abbiamo sperimentato Berlusconi per primi, poi è arrivato Trump. Stiamo sperimentando la distruzione dell’arte  e una trasformazione che ci rende sempre più indiretti.  Il teatro era in crisi già prima, il virus ha accelerato certi processi, soprattutto la distruzione del suo sistema passionale. In teatro si lavora in gruppo, oggi sembra che esistano solo gli attori mentre si tratta di una macchina fatta da attori, teorie, discipline. Lo Stato deve entrare solo per finanziare i teatri e quelle figure che li mantengono, li organizzano e li amministrano, permettendo ad esempio che la fruizione sia gratuita, dato che tutti dovrebbero poter crescere attraverso il teatro. Per quanto riguarda gli artisti, non ci deve essere ingerenza. Bisogna resistere perché perdere il teatro è come perdere la poesia.

    Si tratta di un rifiuto che non è anarchico dunque…

    Rezza: No, infatti non è anarchico, è libero. Basta che la pensi in modo diverso, sei anarchico o complottista. Invece è semplicemente libertà, anzi disinteresse. Spesso l’anarchia viene confusa col disinteresse. Io sono disinteressato agli intrallazzi dello Stato. Non lo riconosco nella sua autorità, non riconosco il potere ma non da un punto di vista politico/ideologico,  bensì da un punto di vista fisico perché non lo vedo, è qualcosa di straniero. Ecco, vedi, sarebbe bello se lo Stato fosse il primo immigrato, ma non lo è.

    Illustrazione di Edoardo Marconi