giovedì, 26 Novembre, 2020
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    Musei e attivismo sociale: riflessioni libere su tette e teche

    di Claudia Annechini

    Le proteste che hanno seguito l’uccisione di George Floyd hanno smosso anche il mondo culturale. Molti musei hanno solidarizzato con le mobilitazioni di Black Lives Matters, ma il dibattito attorno al ruolo delle istituzioni culturali rispetto ai movimenti per i diritti civili non è nuovo. Tre sono le domande che ogni istituzione museale dovrebbe porsi nel particolare momento storico che stiamo attraversando: quale società rappresento? Come la sto rappresentando? Come la voglio rappresentare?


    Museo e attivismo, un binomio che suona come un ossimoro. Il primo statico, monolitico, polveroso, il secondo dinamico, fluido, vivo. Eppure non dev’essere per forza così. Non più. L’attuale definizione internazionale di museo, approvata durante l’Assemblea Generale ICOM del 2007 indica che: «Un museo è un’istituzione permanente senza scopo di lucro al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che acquisisce, conserva, ricerca, comunica ed espone il patrimonio materiale e immateriale dell’umanità e del suo ambiente ai fini dell’educazione, studio e divertimento». Dal 2007 il focus è leggermente cambiato: l’oggetto museale non è più al centro, tutelato, conservato, trasmesso, ma è il visitatore, il suo background identitario, la sua personalità, gli interessi, le motivazioni che lo portano lì, innanzi a una teca. I professionisti museali hanno cominciato a concentrarsi sulla chimica di questo incontro e sulla relazione che poteva nascere tra oggetto e persona. Come mediare, facilitare e far fiorire questa relazione? Le esperienze museali sono tante, varie e sfaccettate quanto lo sono i visitatori. Il rischio sempre in agguato è quello di costruire un’offerta standardizzata di visite, workshop, talks. Ancora oggi, se l’offerta non può “andare bene a tutti”, andrà bene alla “maggior parte”.

    Standardizzare significa fare una scelta di pubblico, non sempre accessibile, inclusiva ed egualitaria. Per un museo costruire una progettazione specifica a seconda delle varie esigenze dei pubblici, è un’operazione articolata e complessa, per la quale spesso non si hanno risorse economiche, umane e di tempo sufficienti. Talvolta, essendo tematiche totalmente nuove, si aggiunge il fatto che il personale qualificato dal punto di vista storico artistico e culturale, non è preparato a livello teorico e metodologico. Rimangono spesso esclusi da questa standardizzazione segmenti di pubblico quali stranieri, migranti, persone con necessità specifiche in ambito fisico e cognitivo, con scarse risorse economiche e culturali a disposizione. Oggi, schierarsi in favore della rappresentatività di tali categorie rientrano all’interno del cosiddetto “attivismo museale”, inteso come un’attività in controtendenza, finalizzata a produrre un cambiamento sociale percepito come giusto, etico e paritario.

    Molte sono le istituzioni museali e i professionisti che hanno cominciato a livello internazionale a muoversi in questa direzione. Questa consapevolezza e sensibilità era infatti nell’aria da tempo, ma si è ufficializzato l’anno scorso, durante l’Assemblea Generale ICOM del 2019, quando il comitato permanente per la “Museum Definition”, ha proposto una nuova definizione di museo: «I musei sono spazi democratizzanti, inclusivi e polifonici per il dialogo critico sul passato e sul futuro. Riconoscendo e affrontando i conflitti e le sfide del presente conservano reperti ed esemplari in custodia per la società, salvaguardano ricordi diversi per le generazioni future e garantiscono pari diritti e pari accesso al patrimonio per tutte le persone. I musei non sono a scopo di lucro. Sono partecipativi e trasparenti e lavorano in partnership attiva con e per le diverse comunità al fine di raccogliere, preservare, ricercare, interpretare, esporre e migliorare la comprensione del mondo, con l’obiettivo di contribuire alla dignità umana e alla giustizia sociale, all’uguaglianza globale e al benessere planetario». La proposta è stata rinviata. Il tempo era venuto, ma non tutt*, in tutto il mondo, erano pronti a concepire intellettualmente il museo in questi termini. 

    Foto di Claudia Annechini

    L’aveva anticipato Sandell all’interno del suo libro Museum Activism: l’idea che i musei potessero impegnarsi in tematiche di attivismo, con l’intento esplicito di agire contro pratiche di disuguaglianza, ingiustizia ed esclusione era vista da molti, all’interno e al di fuori della comunità museale, come inappropriata perché troppo “politica” o “sociale”. Eppure, sostenendo il paradigma della cultura come una questione “elitaria”, come se fruire un museo fosse un’attività pura, alta, a sé stante, si rischia di sottrarre il museo della realtà politica e sociale contingente, in cui è calato. La nuova definizione celava un potenziale civico enorme: i musei come spazi pubblici, che possono, attraverso i loro contenuti culturali, ospitare un dibattito protetto, pacifico, profondo con la cittadinanza. Lo stesso autore, nel suo articolo Social inclusion, the museum and the dynamics of sectoral change ci dice che difficilmente si potrà arrivare a sensibilizzare la governance museale sulla necessità di pensare al proprio impatto sociale, a meno che non subentrino degli eventi stressanti che scatenino una reazione forte e portino all’accettazione del cambiamento.

    Fattori scatenanti non mancano, non sono mai mancati. Alcuni fatti avvenuti recentemente hanno dato occasioni imperdibili per riflettere su stereotipi, pregiudizi e forme di adattamento museale al contesto sociale contemporaneo. Il 3 febbraio 2017, il Museum of Modern Art di New York ha risposto al Muslim Ban di Trump, sostituendo parte della sua collezione permanente con opere di artisti di alcune delle nazioni a maggioranza musulmana i cui cittadini erano rimasti bloccati alle frontiere con gli Stati Uniti. Molti musei statunitensi hanno seguito l’esempio, esponendo o togliendo opere, lasciando pareti vuote, bianche, enigmatiche con piccole didascalie accusatorie, che sottolineavano l’impoverimento culturale cui il paese andava incontro. In questo modo i musei si sono schierati, aiutando la comunità di visitatori a riflettere, attraverso le opere d’arte, sulla severità del decreto e sulle sue implicazioni sociali. Ad un anno esatto di distanza, in piena campagna elettorale, in un video virale, il direttore del Museo Egizio di Torino, Christian Greco, veniva accusato da Giorgia Meloni di essere “razzista nei confronti degli italiani”, per la sua campagna “Fortunato chi parla arabo”, che incoraggiava i cittadini di origine araba ad avvicinarsi al museo e fruire dei suoi contenuti in un’ottica di “riappropriazione culturale”. Come pacatamente il direttore replicava, il museo, come luogo per tutt* e di tutt*, voleva essere in grado di avvicinare non solo i visitatori abituali, ma anche i non-visitatori: cittadini che normalmente non viaggiano, per ragioni culturali o economiche, all’interno della sua orbita di servizi.

    Negli ultimi mesi si è assistito ad un’ulteriore evento di forte impatto globale. L’uccisione di George Floyd a Philadelphia ha generato inaudite proteste negli Stati Uniti, e nelle settimane a seguire i principali musei del paese hanno rilasciato dichiarazioni forti a sostegno del movimento Black Lives Matter. Il Solomon R. Guggenheim Museum di New York ha usato toni di solidarietà: «Il Guggenheim è stato fondato sulla convinzione del potere trasformativo dell’arte. Alla nostra comunità, il personale, i membri e i visitatori: vogliamo che sappiate che stiamo ascoltando, siamo in lutto con voi e sosteniamo a vostra ‘azione collettiva nel chiedere giustizia sociale». Molti musei sono passati all’atto pratico, mettendo a disposizione sulla loro pagina contenuti speciali: video, interviste, dossier, sui temi della violenza e della discriminazione razziale, la cultura e l’arte afroamericana, nonché i contatti di enti e associazioni a sostegno del movimento Black Lives Matter. 

    Il Los Angeles County Museum of Arts ha dichiarato: «In piedi con la nostra comunità nel respingere il razzismo, nel celebrare il lutto e nel chiedere giustizia per la morte di innumerevoli afroamericani che continuano a essere colpiti dalla violenza sistematica. Riconosciamo che i musei non possono rivendicare la neutralità nell’affrontare le orribili questioni che hanno afflitto la nostra società per secoli». Mai come in questi mesi riecheggia sui social media, i siti web e i canali ufficiali di mostre e musei la parola neutralità. L’aveva predetto La Tanya S. Autry, che nel 2017 aveva lanciato con un collega #MuseumsAreNotNeutral, una campagna per denunciare il mito della neutralità, sbandierato da molti professionisti e istituzioni museali. Secondo l’attivista e curatrice i musei non possono essere “neutrali”, anzi fanno ogni giorno scelte politiche, culturali, sociali a vari livelli: nelle linee curatoriali, nelle assunzioni del personale, nella selezione degli artisti, nel modo in cui descrivono gli oggetti attraverso pannelli, brochure e didascalie. La campagna #MuseumsAreNotNeutral, riecheggia come un monito preciso: non prendere posizione, non significa “essere neutrali”, significa solidificare e riprodurre dinamiche di discriminazione e di esclusione.

    Foto di Claudia Annechini

    I musei, le loro mostre, sono lo specchio della società. Tre sono le domande che ogni istituzione museale dovrebbe porsi nel particolare momento storico che stiamo attraversando: quale società rappresento? Come la sto rappresentando? Come la voglio rappresentare? Per la comunità museale americana potrebbe rispondere a questa domanda Kimberly Drew, ex Social Media Manager al Metropolitan Museum of Art di New York, curatrice d’arte afroamericana, attivista e autrice del blog Black Contemporary Art. Kimberly Drew è un afroamericana queer, e da anni denuncia i rischi della “non – rappresentazione” di minoranze sociali, come quelle nelle quali lei si identifica, all’interno di mostre e musei. Non a caso l’attivista è fortemente impegnata, oltre che nel sostegno dell’arte afroamericana anche nelle battaglie a sostegno del movimento Black Lives Matters e Black Trans Lives Metters. Perché nella minoranza, finiscono tutte le categorie piu fragili, impossibilitate ad autodefinirsi e difendersi nel sistema culturale istituzionalizzato. All’interno del suo libro This Is What I Know About Art racconta come abbia introdotto alle prime visite museali sua madre che, come molti afroamericani, non conosceva nulla di arte e non era mai stata interessata a farlo prima di allora. Non c’è biasimo nel momento in cui ciò che un museo contiene non ti parla, non ti tocca, ma ancora di più, non ti rappresenta come persona

    Se i musei sono davvero lo specchio della società, ne riflettono anche discriminazioni e ingiustizie. Un segnale forte è stato dato proprio dall’ICOM che nel settembre 2019 ha lasciato una call of papers sul tema “Museums and Gender”: “Le questioni di genere incidono su ogni livello della pratica museale, dalla governance alla visita”, dichiarando che un esame critico su tali tematiche è in forte ritardo. In occasione della Giornata Internazionale dei Musei 2020 dal titolo Musei per l’eguaglianza: diversità e inclusione, la ricercatrice Nicole Moolhuijsen ha tenuto un intervento Youtube sul tema della diversità di genere e di orientamento sessuale, illustrando come, all’atto pratico, molte semplici azioni possono essere fatte all’interno dei musei, ma difficilmente questo tipo di cambiamento può prescindere un dialogo collaborativo con realtà LGBTQ+i già attive sul campo. Simon, nel suo libro The Art of Relevance, esplora come le organizzazioni culturali e museali virtuose, guidate da questo principio di “apertura alla comunità” riescano a creare contenuti “rilevanti”, quindi impattanti sulla società, attirando un pubblico maggiore, diversificato, nuovo. Possono farlo solo ascoltando necessità e bisogni della comunità: avviando azioni di co-creazione, collaborazione e cooperazione di mostre, con visitatori e cittadini, con realtà associative, enti ed istituzioni locali, radicate nel territorio. Allora si, saremmo sicuri che il museo rispecchia, positivamente, la società.

    Mettere in discussione prassi di fruizione e mediazione museale consolidate nei secoli: nessuno si aspetta che questa operazione possa essere semplice. Non lo è. Eppure, concetti apparentemente difficili e distanti, possono essere tradotti in azioni concrete e veloci. La statua in bronzo di Giulietta commissionata allo scultore veronese Nereo Costantini, collocata nel 1972 nel cortile della casa, è stata sostituita da una copia nel 2014 dopo essere stata, come cita il portale ufficiale del Turismo del Comune di Verona: «consumata dalla passione dei visitatori, che come gesto di fortuna toccano il seno destro di Giulietta». Secondo il Report annuale della Direzione Musei i visitatori che nel 2018 hanno visitato la Casa di Giulietta sono stati più di 350.000. I commenti su TripAvisor che citano la “palpatina” alla statua coprono centinaia di pagine: non tutti comprendono “culturalmente” il senso del gesto scaramantico, in molti denunciano questa usanza come atto osceno. Nella primavera 2019 Verona ha ospitato il World Congress of Families; negli stessi giorni Non Una Di Meno, insieme ad altri movimenti italiani e internazionali, ha indetto una manifestazione che ha portato sotto i riflettori il tema della rappresentazione femminile e non solo. Le istituzioni culturali devono prendersi la responsabilità dell’immaginario che veicolano, rispondendo agli stimoli della società. È davvero indispensabile alla fruizione della casa museo questa “sessualizzazione” della statua della giovane e dolce Giulietta? Chissà che il divieto di toccare il seno della statua non rimanga anche dopo l’emergenza Covid – 19, e non per le restrizioni sanitarie e igieniche. Ancora una volta c’è da chiedersi: quale società rappresento? Come la sto rappresentando? Come la voglio rappresentare?

    Illustrazione di Anna de Franceschi