sabato, 8 Agosto, 2020
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    Una storia di mozioni omofobe

    di Irene Villa

    La mozione 1527 con cui l’amministrazione comunale si impegna a sostenere la posizione della CEI contro il progetto di legge Zan-Scalfarotto in discussione in Parlamento non è che l’ultima di una serie di mozioni antiLGBT approvate dal comune di Verona. L’articolo ne ripercorre la storia.   


    Giovedì scorso il consiglio comunale di Verona è tornato a far parlare di sé sui maggiori quotidiani nazionali. Il motivo? L’approvazione della mozione 1527, proposta dal consigliere di maggioranza Andrea Bacciga – quello sotto processo per aver rivolto in sede di consiglio comunale il saluto romano alle attiviste di Non una di Meno –, che impegna l’amministrazione comunale ad appoggiare la posizione di aperto contrasto alla modifica degli articoli 604-bis e 604-ter del Codice Penale (la cosiddetta legge Zan-Scalfarotto contro l’omotransfobia) espressa dalla CEI. A poche settimane dal Pride veronese, previsto per sabato 18 in piazza Bra alle 17, e a poco più di un anno da Verona città transfemminista, l’amministrazione comunale conferma la sua vocazione antiLGBT con una presa di posizione dal forte valore simbolico, i cui effetti non vanno sottovalutati. “Tutte le volte che una mozione antiLGBT viene approvata, si traduce sempre in qualche atto di violenza. Queste mozioni servono a legittimare un clima d’odio verso le persone LGBT che è presente in città” sostiene Gianni Zardini del circolo Pink, tra i promotori del comitato Verona Pride e da più di trent’anni attivista a Verona.  

    Verona è una città particolare: da anni esistono associazioni e gruppi femministi e LGBT che organizzano eventi sul territorio, esperienze preziose come quella dei Pink Refugees (un gruppo autogestito di migranti LGBT) e un’università che si distingue nel mondo proprio per le pubblicazioni su questi temi; eppure, la sua amministrazione non solo sembra sorda nei riguardi di quello che succede in città, ma anzi pare ossessionata dalla presenza di femministe, lesbiche, gay e trans sul proprio territorio, soprattutto se visibili.

    La mozione approvata giovedì scorso non è infatti che l’ultima di una lunga serie, apertasi nel 1995 con l’approvazione della n.336 a firma dell’allora consigliere di maggioranza Francesco Spiazzi (PPI). La mozione non solo definiva esplicitamente l’omosessualità un comportamento contronatura, ma prevedeva il respingimento della risoluzione A3-0028/94 del Parlamento Europeo che invitava gli Stati dell’Unione Europea a porre fine alle discriminazioni giuridiche tra persone omosessuali ed eterosessuali, e impegnava l’amministrazione comunale a non deliberare provvedimenti in favore dell’equiparazione delle coppie omosessuali. In seguito all’approvazione nacque, sotto la spinta del circolo Pink, il comitato “Alziamo la testa”, che il 30 settembre 1995 organizzò una manifestazione di piazza per chiederne l’abrogazione. “Fu la prima grande manifestazione LGBT italiana organizzata fuori Roma” ricorda Gianni “vi presero parte oltre 5000 persone”. Ma né questa manifestazione né le altre due che vennero organizzate nel 2001 e nel 2005 servirono a cambiare le cose: la mozione rimase al suo posto, indiscussa, fino al 2013, quando i capigruppo De Robertis (SEL) e Bertucco (PD) riuscirono a inserire nell’ordine del giorno del consiglio comunale una mozione dal titolo “Revoca della mozione 336 approvata il 14 luglio 1995”. Presentata come il tentativo di riparare ai fatti del 1995, la mozione venne tuttavia respinta e bocciata grazie ai voti contrari dei consiglieri della maggioranza a guida del leghista Tosi, il quale, astenutosi nel 1995, non mancò nell’occasione di votare contro.

    Ma la mozione 336 non solo è rimasta al suo posto in tutti questi anni: essa ha costituto un vero e proprio cavallo di Troia per l’approvazione di altre mozioni simili, di cui la 1527 non è che l’ultima. Negli ultimi anni, tra un omaggio e l’altro a noti fascisti, la giunta comunale si è infatti impegnata a vigilare nelle scuole di competenza comunale contro “le aggressioni ai danni della famiglia naturale” (mozione 426 “Famiglia, educazione e libertà d’espressione” del 2014), a sostituire la dicitura “Genitore 1” e “Genitore 2” con “Madre” e “Padre” (mozione 1058 del 2019) e, infine – a ricordarci che le conquiste giuridiche delle minoranze sessuali, così come le possibili regressioni, vanno spesso di pari passo con quelle delle donne – a predisporre finanziamenti ad associazioni dichiaratamente antiabortiste, con tanto di proclamazione di Verona come “città a favore della vita” (mozione 434 del 2018). In quest’ultima occasione vi fu non solo una protesta delle attiviste di Non una di Meno Verona dentro il consiglio comunale durante la prima discussione della mozione, ma, in seguito all’approvazione, le stesse organizzarono una manifestazione intitolata “Molto più di 194” a cui parteciparono più di cinquemila persone, tra cui molte donne delle età più diverse. Eppure, come non vi riuscì la manifestazione del 1995, né questa, né le centomila persone venute il 30 marzo 2019 a manifestare il proprio dissenso contro l’organizzazione del World Congress of Families a Verona, sembrano scuotere l’amministrazione comunale, che, anzi, forte di una tradizione cittadina di destra, non perde occasione per mostrare la propria ostilità nei riguardi della libertà femminile e la propria avversione nei confronti di lesbiche, gay e trans.

    Nemmeno il Pride di sabato 18 luglio, probabilmente, servirà a far cambiare idea a questa amministrazione nera, ma questo costituisce forse una ragione in più per esserci piuttosto che stare a casa: non solo perché la speranza in un cambiamento nella cittadinanza è l’ultima a morire, ma anche per inviare un forte messaggio alla maggioranza di governo perché la legge venga approvata, nonostante il parere contrario dell’amministrazione veronese. E poi anche per guardarsi in faccia e non dimenticarsi che un’altra Verona esiste già.