mercoledì, 21 Ottobre, 2020
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    Per mano di fronte al monumento sbagliato

    di Andrea Riggi

    Per mano a Basovizza il 13 luglio, il presidente italiano Sergio Mattarella e il presidente sloveno Borut Pahor si sono incontrati in occasione del centenario dell’incendio del Narodni Dom da parte degli squadristi fascisti. Poteva essere una buona occasione per iniziare a parlare dei crimini compiuti, dal Regno d’Italia prima e dal fascismo poi, sul confine orientale, invece è stata l’ennesima dimostrazione di uso politico e strumentale della storia.


    Pochi giorni fa ricorreva il centenario del devastante incendio del Narodni Dom di Trieste, assalito e dato alle fiamme il 13 luglio del 1920 dalle squadre fasciste triestine con il contributo delle forze armate locali. Violenza, questa, che segna l’atto di nascita del cosiddetto “fascismo di confine”, una declinazione particolarmente brutale dei fasci di combattimento, nella quale il nazionalismo esasperato si legava a posizioni razziste antislave e alla reazione contro il socialismo.

    Proprio per l’anniversario, il 13 luglio 2020, lo Stato italiano ha restituito il Narodni Dom alla comunità slovena di Trieste. I presidenti italiano e sloveno, Sergio Mattarella e Borut Pahor, si sono incontrati per firmare il Protocollo d’intesa attraverso il quale, a distanza di un secolo, viene restituito alla comunità slovena di Trieste l’edificio, ristrutturato nel dopoguerra e oggi sede della facoltà di Lingue e interpretazione dell’Università degli Studi di Trieste e di un Centro informativo sloveno curato dalle associazioni culturali della minoranza slovena a Trieste.

    Tralasciando il pluridecennale ritardo di un atto a dir poco dovuto, quest’azione poteva costituire un’ottima occasione per iniziare finalmente a fare i conti con il nostro passato; muovendo un primo timido passo verso il riconoscimento dei crimini italiani e fascisti nei confronti delle popolazioni slovene e croate, crimini questi segnati da un crescendo di violenze che, dal primo dopoguerra, arrivano fino alla fine del secondo conflitto mondiale. Ma anche stavolta non si è persa l’occasione per contribuire a dare l’ennesima dimostrazione di riscrittura della storia in chiave propagandistica, come quasi sempre accade quando le autorità italiane affrontano una qualsiasi vicenda appartenente al complesso capitolo storico che riguarda i territori dell’Adriatico settentrionale e il confine italo-jugoslavo.

    A dimostrazione di ciò, prima di incontrarsi all’ex Narodni Dom, i due presidenti hanno tenuto una cerimonia ufficiale, breve ma quanto mai incisiva, al monumento della “foiba di Basovizza”, come a ribadire che nessun discorso riguardante le vicende storiche italo-slovene o italo-croate può prescindere dal ricordo delle “Foibe”. Anzi, le “Foibe” costituiscono il punto di partenza per qualsiasi discorso delle autorità nazionali sul tema, sebbene questo procedimento rappresenti un prefetto capovolgimento storico e concettuale della realtà.


    A proposito delle Foibe

    Con il termine “Foibe” si tende a identificare tutte le uccisioni di italiani nei territori dell’Istria tra l’8 settembre e l’inizio di ottobre del 1943 (“Foibe istriane”), e nelle province di Trieste, Gorizia, Fiume e territori limitrofi tra il 1 Maggio e l’inizio di Giugno del 1945 (“Foibe giuliane”). Sebbene si tratti di due ondate di violenze profondamente differenti tra loro per entità, dinamiche e motivazioni sono fatte rientrare in un’unica narrazione.

    Tale semplificazione, spesso presente nel discorso pubblico e politico, estrapola gli eventi dal contesto storico, precedente e contemporaneo, nel quale si verificarono. Deliberatamente viene trascurato che in quelle stesse regioni si erano vissuti vent’anni di snazionalizzazione, violenze e uccisioni da parte del fascismo, esasperati fino a oltrepassare il punto di non ritorno durante la Seconda guerra mondiale e l’invasione nazifascista della Jugoslavia nel 1941. 

    In queste aree, passate sotto l’occupazione e il controllo italiano dopo la Grande guerra, proprio l’incendio del Narodni Dom di Trieste aveva segnato l’inizio di una lunga serie di violenze dirette alla cancellazione della presenza slava nella società. La devastazione aveva colpito dapprima i luoghi dell’associazionismo culturale, sociale, professionale delle comunità slave, passando poi alla chiusura delle scuole e delle corporazioni slovene e croate, alla soppressione della stampa, al divieto di utilizzo di lingue diverse dall’italiano in ambito pubblico e privato, all’italianizzazione dei cognomi e dei toponimi non italiani, alla sostituzione di insegnanti e impiegati pubblici slavi con italiani. In questo modo veniva scompaginato il tessuto culturale, economico e sociale della popolazione slovena e croata locale, i cui componenti a decine di migliaia si trovavano costretti ad abbandonare le proprie case per emigrare nel confinante e neonato Regno dei Serbi, sloveni e croati.

    Successivamente allo scoppio della Seconda guerra mondiale e all’invasione della Jugoslavia, le violenze e i crimini di guerra raggiungono livelli spaventosi di brutalità, con deportazioni e uccisioni di massa di civili, incendi di interi villaggi e creazione di un ampissimo sistema di campi di concentramento (il più tristemente famoso dei quali era quello di Rab/Arbe).

    Allo stesso modo, non si fa mai riferimento al più ampio contesto del tempo in cui queste violenze di consumarono: si trattava in particolare della fase conclusiva di un conflitto nel quale i partigiani sloveni e croati (a fianco dei quali non di rado combattevano singoli o interi reparti di partigiani italiani) si trovavano impegnati in una lotta di liberazione contro il regime di oppressione fascista (italiano). In questa stessa fase (1941-45) e subito dopo la Liberazione (Maggio 1945) l’esercito vittorioso guidato da Tito era impegnato nella costruzione di uno stato socialista, che mirava al sovvertimento dell’ordine socio-economico precedente, all’interno del quale la classe dirigente era costituita in massima parte dalla componente italiana della popolazione.

    Inoltre, la fine della Seconda guerra mondiale è stata seguita da un processo di epurazione e eliminazione fisica di coloro che erano considerati i nemici del passato e i potenziali oppositori nel futuro: in questa prospettiva gli italiani erano spesso percepiti come gli oppressori fascisti, sostenitori del regime, e in quanto tali furono considerati nemici al pari dei collaborazionisti sloveni e degli Ustaša croati.

    Ma riportare alla memoria il contesto storico nella sua complessità renderebbe evidenti le cause profonde di quelle violenze, deportazioni e uccisioni che vengono identificate con il nome di “Foibe”, e mostrerebbe l’infondatezza storica delle tesi della pulizia etnica e dell’uccisione di “italiani che avevano la sola colpa di essere italiani”. In sostanza i fattori storici che portarono alle Foibe furono di ordine politico e socio-economico.

    È importante infine notare che solo una parte minoritaria delle vittime di queste ondate di violenze è stata gettata nelle foibe, mentre la maggior parte di esse è morta nei campi di prigionia jugoslavi o durante le terribili marce per giungere a questi. Quando si parla comunemente di “infoibati” ci si riferisce a tutti questi scomparsi e non solo a coloro i cui cadaveri sono effettivamente stati gettati nelle foibe: l’operazione retorica non è casuale, né frutto di ignoranza, ma risponde a un preciso intento strumentale: la “foiba” è il luogo dell’occultamento, è l’abisso, l’irrazionale, il buio, la tenebra che annulla l’esistenza, è il simbolo di una morte violenta, selvaggia, priva di motivazione, frutto della pura follia omicida.


    A proposito di simboli e cerimonie

    La scelta dei due presidenti di recarsi, il 13 luglio 2020, prima al monumento della “foiba di Basovizza” e poi al Narodni Dom, altro non è che un espediente per far sì che a monopolizzare il discorso e l’immaginario pubblico sia la “questione delle foibe”, lasciando tutto il resto in secondo piano.

    La “foiba di Basovizza” rappresenta l’emblema di un uso strumentale e politico cui i morti e le vicende che vengono ricordati sotto il nome di “Foibe” vengono troppo spesso piegati. Infatti questa, che geologicamente non è una foiba ma il pozzo di una miniera scavata dall’uomo, è stata oggetto di poche esplorazioni nell’immediato dopoguerra che hanno portato alla luce i corpi senza vita di alcuni soldati tedeschi e di qualche cavallo, mentre successivamente si è preferito trascurarla e usarla come discarica (anni Cinquanta) e infine coprirla e chiuderla definitivamente (1959), trasformandola in monumento nazionale (1980 e 1992), luogo simbolico adibito al cerimoniale e funzionale alla costruzione di narrazioni storicamente false ma politicamente strumentali.

    Al monumento della foiba la cerimonia è silenziosa: non occorre alcun discorso dal momento che riecheggiano ancora le parole del presidente Mattarella, e quelle pronunciate da Napolitano prima di lui che, a dispetto di ogni storiografia ufficiale, parlavano di “pulizia etnica”.

    La tappa successiva è al monumento dei quattro antifascisti fucilati al poligono di tiro di Basovizza il 6 settembre del 1930 dal regime fascista, in una sorta di “bilanciamento” delle memorie, che piuttosto agevolmente si inserisce in un altro procedimento fondamentale del processo revisionista, ovvero quello di equiparare i morti del nazifascismo con quelli del comunismo, evitando di indagare i contesti e le cause in nome della pari dignità post-mortem delle anime, che cancella le responsabilità e le azioni compiute in vita.

    E se l’azione simbolica non fosse abbastanza eloquente in questo senso, alcuni dei maggiori quotidiani italiani hanno esplicitato il discorso mettendo in mostra una storicamente infondata  sproporzione della violenza: il Corriere della sera afferma che “i due Capi di Stato si sono recati alla Foiba di Basovizza, dove un numero imprecisato di italiani trovò la morte nel 1945, ucciso dai titini, e al monumento che ricorda il sacrificio di quattro antifascisti sloveni, fucilati dal regime di Mussolini nel 1930”; mentre La Repubblica riferisce che i due presidenti si sono recati al Narodni Dom “dopo aver deposto una corona di fiori nel luogo dove i partigiani jugoslavi scaraventarono nel 1945 duemila nostri connazionali” e solo diverse righe più in basso ricorda che “successivamente il gesto si è ripetuto presso il monumento ai Caduti sloveni, un cippo a poca distanza della foiba, che ricorda quattro giovani antifascisti slavi condannati dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato”. 

    Sorvolando sulla nozione priva di fondamento dei duemila “nostri connazionali” scaraventati nella foiba, queste parole sembrano suggerire che le vittime dei partigiani comunisti di Tito sono nell’ordine delle migliaia, mentre quelle del regime e dell’occupazione fascista nell’ordine delle unità o la massimo delle decine: altro messaggio storicamente falso, ma funzionale da un punto di vista politico.


    A proposito di riscrittura della storia

    Infine i due presidenti si recano all’edificio del Narodni Dom per firmare il Protocollo per la restituzione dell’edificio alla comunità slovena. Neanche qui, nel breve discorso pronunciato dal presidente Mattarella, si trova alcun riferimento preciso alle violenze e ai crimini commessi dagli italiani in queste regioni di confine, proprio a partire dall’episodio dell’incendio del Narodni Dom e fino alla fine della Seconda guerra mondiale.

    Anzi, ancora una volta il riferimento generico è alle violenze “vissute da una parte e dall’altra”, presentate nella prospettiva di dover operare una scelta tra il concepirle come “l’unico oggetto dei nostri pensieri, coltivando risentimento e rancore, oppure, al contrario, farne patrimonio comune, nel ricordo e nel rispetto, sviluppando collaborazione, amicizia, condivisione del futuro”.

    Ed è proprio in nome di valori positivi e inattaccabili quali “collaborazione, amicizia, condivisione del futuro” che si fa appello agli ormai onnipresenti e onnipotenti concetti di “memoria condivisa”, “riconciliazione”, “pacificazione”, alla luce dei quali risulta moralmente necessaria quell’operazione di equiparazione dei “morti di una parte e dall’altra”, di cancellazione dei crimini italiani e insistenza su quelli jugoslavi, per arrivare in ultima analisi ad una profonda cancellazione e riscrittura, politicamente strumentale, della storia.

    L’incontro dei due presidenti al Narodni Dom il 13 luglio 2020 e la restituzione dell’edificio alla comunità slovena poteva essere l’occasione perfetta per richiamare almeno una parte di questa storia rimossa: per costruire un “patrimonio comune, nel ricordo e nel rispetto, sviluppando collaborazione, amicizia, condivisione del futuro” non si può in nessun modo prescindere da una visione fondata, onesta e non strumentale della storia, soprattutto quando questa prevede di riconoscere, dichiarare e affrontare i propri crimini ed errori. E questa senza dubbio poteva essere l’occasione giusta per iniziare a farlo, invece si è optato per l’ennesima operazione di riscrittura della storia.