sabato, 19 Settembre, 2020
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    Kuhn e Domingo, perché invitarli? Il conflitto tra i sessi all’ombra dell’Arena

    di Irene Villa e Oreste Veronesi

    «Per decenni, Placido Domingo ha cercato di fare pressione sulle donne per avere rapporti sessuali». Così scriveva la testata indipendente Associated Press il 13 agosto 2019. Quel giorno scoppiava uno dei più importanti casi di denuncia di abusi sessuali connessi alla campagna #metoo. Nata dopo le inchieste legate agli abusi di Harvey Weinstein, #metoo ha travolto numerosi artisti di caratura internazionale. 

    Ma se il caso di Placido Domingo ha avuto un clamore globale, minore è stata l’eco delle accuse a Gustav Khun, direttore d’orchestra austriaco. Nel luglio 2018 cinque artiste hanno scritto una lettera aperta denunciando gli abusi del maestro. Nonostante la minore risonanza, in seguito alla denuncia Khun è stato costretto a dare le dimissioni dal festival Erl che dirigeva da vent’anni. Lo stesso è avvenuto per il tenore e direttore d’orchestra spagnolo Domingo, che solo nel febbraio scorso ha ammesso gli abusi, dopo mesi di accuse e concerti annullati. 

    A riportare attenzione su tali vicende è stata una lettera inviata da Non Una di Meno alla sovrintendente della Fondazione Arena, Cecilia Gasdia, in occasione della venuta di Gustav Kuhn e Placido Domingo in Arena. Perché invitarli, si chiede Non Una di Meno, sottolineando il fatto che in seguito alle accuse i due uomini sono stati allontanati da diversi teatri. Una simile questione si era già posta lo scorso anno, quando fu denunciata la presenza del ballerino omofobo Polunin nel cartellone areniano. Ma in questo caso la vicenda è ancora più delicata: decine di donne hanno denunciato di aver subito molestie sessuali e abusi di potere da parte di Domingo e Khun, confermate, peraltro, da decine di collaboratori dei due artisti. Cecilia Gasdia, però, non sembra così colpita dalla vicenda: in una nota ha fatto sapere che “come sovrintendente” della fondazione Arena e “come donna” è orgogliosa di aver scritturato Domingo anche per il 2021.  

    Come sempre quando si tratta di questioni relative al sesso, quando il rimosso affiora e diventa dicibile, ovvero quando le donne prendono parola, per la comunità è difficile capire cosa fare: ignorarle? Separare gli uomini dalla loro arte? Allontanarli? 

    Quello che serve è un cambiamento, come viene ribadito da Non Una di Meno, sistemico, che passi però non solo dall’isolamento di certi uomini, ma anche da una messa in discussione più ampia dei rapporti tra uomini e donne (e tra donne e donne e tra uomini e uomini) nel quotidiano. Il femminismo degli anni Settanta, in particolare quello italiano, ha inventato diverse pratiche per orientarsi in un’impresa che, evidentemente, non può rimanere solo teorica, ma necessita di un’esplorazione e messa in discussione radicale di sé: autocoscienza, partire da sé, pratica dell’inconscio. Forse potremmo tornare a prendere in considerazione queste pratiche, nella consapevolezza di un quadro reso più complesso dall’esistenza di differenze di genere e sessualità non più silenziabili, e dall’urgenza di un cambiamento sociale più ampio.

    Intanto, la lettera di Non Una di Meno Verona ha il merito di farci tornare a parlare di quella questione scomoda che, nonostante i premi genderless istituiti dal Festival di Berlino, non smette di tormentarci: il rapporto tra i sessi.           

    Gentile Cecilia Gasdia,

    le scriviamo in merito al cartellone del festival lirico in programma nella nostra città che ha visto la presenza del direttore d’orchestra austriaco Gustav Kuhn e che la prossima settimana vedrà quella del tenore e direttore d’orchestra spagnolo Plácido Domingo.

    Le accuse di molestie che decine di donne hanno mosso nei loro confronti sono ben note. Baci forzati, mani tra le gambe, umiliazioni in pubblico, sculacciate prima dei concerti, comportamenti inappropriati, rapporti sessuali in cui il consenso era viziato dal rapporto di potere, atteggiamenti ricattatori, insistenti tentativi di approcci, ripetuti inviti ad appuntamenti anche quando venivano declinati e spesso spacciati come tentativi di fornire consigli professionali.

    Accuse che hanno avuto, per entrambi gli artisti in questione, delle conseguenze: indagini, abbandono o allontanamento da prestigiosi incarichi internazionali e cancellazione degli spettacoli dai cartelloni dei principali festival del mondo, uno dopo l’altro. Verona rappresenta evidentemente un’eccezione.

    Kuhn ha sempre negato le accuse, Domingo le ha di fatto confermate scusandosi pubblicamente e cercando, in un recente e imbarazzante articolo su Repubblica, di trasmettere la sua versione, che sta in equilibrio tra un’ammissione di rammarico e un rifiuto di accettare le sue stesse dichiarazioni così come sono state presentate e interpretate dai giornali e da orde di “vendicative femministe”.

    Eccoci. Siamo quell’orda che pone domande senza timore di peccare di lesa maestà. Perché invitare Kuhn e Domingo?

    Perché non farlo, potrebbe essere la sua replica, dato che la giustizia ha fatto il suo lavoro e non ci sono condanne di tribunale.

    Spostare una questione sociale (quella della violenza contro le donne) su un terreno esclusivamente giuridico, evocare la presunzione di innocenza e nascondersi dietro l’assenza di procedimenti non fa altro che mascherare e spacciare per accettabile ciò che comunque non deve esserlo. Non fa altro che seppellire la presa di parola e l’esperienza delle donne contro gli abusi e le molestie.

    La giustizia si occupa dei casi particolari. Dopodiché sta a noi e a chi ha il potere di fare delle scelte guardare in faccia la somma di tutto: se centinaia di migliaia di donne hanno parlato, non è stato per condannare centinaia di migliaia di uomini in un gigantesco e coordinato complotto mondiale. Hanno parlato per mostrare la realtà sistemica della violenza e degli abusi, di cui ogni donna ha purtroppo fatto esperienza. Hanno parlato per rendere visibile il fatto che riguarda tutte e tutti noi. E che, proprio per questo, merita una consapevolezza collettiva.

    Quella consapevolezza collettiva, dunque, può essere ignorata? E mentre la si ignora che cosa si sta difendendo davvero? Si difende, e ci si rende complici, di quell’innegabile sistema di potere basato su abusi e molestie. Si contribuisce a renderlo di nuovo invisibile, a condonarlo, a rilegittimarlo per il presente e per il futuro come qualche cosa di ininfluente.

    E dunque, di nuovo: perché invitarli? Perché non farlo, potrebbe dirci ancora lei, dato che la persona va separata dalla sua arte.

    Questo dogma viene evocato ogni volta che un artista (di solito uomo) viene accusato di maltrattare qualcuno (di solito donna). Dimenticando, però, che il sistema di cui questi artisti fanno parte e in cui ricoprono ruoli di potere e di prestigio è stato plasmato anche dai loro abusi.

    Le modalità con cui hanno approfittato delle loro posizioni per offendere e adescare hanno influenzato pesantemente percorsi e carriere di altre persone, ne hanno schiacciato ambizioni e opportunità. Sono uomini che hanno chiuso e aperto strade. Che hanno fatto arte e che al contempo ne hanno distrutta.

    Invece di pensare alla possibilità di separare l’arte dall’artista, cominciamo a pensare all’impossibilità di separare gli artisti dall’industria-sistema di cui fanno parte. Finora, considerarli degli esseri trascendenti e intoccabili, in nome della loro arte, talento e successo è servito solo a non vedere e a non prendere posizione contro un sistema strutturalmente sessista.

    Noi siamo quelle che lottano per un finale diverso della Carmen di Bizet.

    Siamo quelle che non sono disposte a sollevare nessuno e in nome di nulla dalle conseguenze dei propri comportamenti.

    Siamo quelle che non stanno in silenzio di fronte alla complicità. Siamo quelle che chiedono e le chiedono: perché ci sono voci che contano e altre no?