sabato, 19 Settembre, 2020
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    La fiamma che incendia Verona. L’ascesa di Fdl nella terra della Lega

    di Luigi Alessandro

    In continua crescita nei sondaggi, il partito di Giorgia Meloni sembra rimontare il calo drastico della Lega di Salvini, con l’obiettivo di superarlo. Oltre ai dati virtuali, però, Fratelli d’Italia cresce sui territori e in particolare a Verona.


    Roboante nella sfera virtuale dei sondaggi e maledettamente concreto negli ultimi appuntamenti elettorali pre-lockdown, il partito con la fiamma tricolore, figlio dell’unica scissione da Berlusconi non andata in malora, unica compagine di un certo spessore elettorale guidata da una donna, sembra non avere ostacoli. È così anche a Verona? Dobbiamo aspettarci, in riva all’Adige, un’affermazione di Fratelli d’Italia in doppia cifra? Potrebbe essere, visto il contesto: siamo in una città dove la destra alle urne non scende sotto il 55%, dove la sinistra elettorale di maggioranza accoglie senza remore istanze più che conservatrici e dove sono, ahinoi, fiorite alcune delle peggiori espressioni del neofascismo e dell’integralismo religioso. È però anche vero che, fino ad oggi, le istanze di destra, identitarie, conservatrici, filo-imprenditoriali, securitarie, talvolta apertamente xenofobe e, ovviamente, sovraniste hanno avuto chiari e imprescindibili referenti tra i partiti, in particolare uno, che nella scorsa tornata europea, a Verona, ha mancato il 50% dei voti per pochi decimali.

    Detto questo, alla vigilia delle elezioni regionali e sull’onda di sondaggi, anche locali, molto lusinghieri, Fratelli d’Italia, nel Veronese, sembra godere di un fascino irresistibile, seducendo esponenti di calibro nazionale, dirigenti di enti pubblici, amministratori comunali, provinciali e regionali.

    Basta sfogliare la stampa locale per avere un’idea della dinamica in corso, che fu inaugurata nel 2017 dal senatore e assessore Stefano Bertacco, proveniente da Forza Italia (scomparso da pochi mesi) e da Massimo Mariotti, transfugo di area tosiana. Per venire ad avvenimenti più vicini a noi, dalla primavera del 2019, hanno traslocato al partito veronese di Giorgia Meloni: Massimo Giorgetti, navigato esponente della destra locale e regionale, attualmente vicepresidente del Consiglio del Veneto, Daniele Polato, l’assessore alla sicurezza della giunta Sboarina, l’ex assessore comunale Luigi Pisa e il consigliere comunale Gianmarco Padovani; i consiglieri regionali Andrea Bassi (ex Assessore provinciale alla viabilità) e Stefano Casali (ex vice sindaco);  Claudio Valente, già presidente della Coldiretti veronese ed ex vicepresidente di Verona Fiere; Andrea Sardelli, presidente di Verona Mercato e, dulcis in fundo, Andrea Miglioranzi, noto musico nella band di estrema destra “Gesta bellica”, oltre che ex presidente di Amia, ex consigliere di Agsm, ex Capogruppo in Consiglio comunale, attualmente coinvolto in inquietanti vicende giudiziarie.

    Spostando il focus sulla provincia, la musica non cambia, qui sono passati al partito con la fiamma: il presidente del Consiglio comunale di Legnago Paolo Longhi, a Villafranca Francesco Arduini, vicesindaco,  l’assessore Claudia Barbera, e dal Consiglio comunale Martina Pasetto, Maria Cordioli e Giancarlo Bertolotto; mentre a Bovolone hanno cambiato casacca il sindaco Emilietto Mirandola, gli assessori Giuliana Cavallaro, Francesca Puma, Claudio Casagrande, e i consiglieri Genny Guerra, Giuseppe Mela, Roberto Vivian. Allargando lo sguardo al piano regionale, tra i numerosi spostamenti verso Fratelli d’Italia, spiccano quelli della veronese Francesca Martini, una vita nella Lega con incarichi di governo sia regionali che nazionali, dell’assessore regionale Elena Donazzan, promotrice di un’idea chiara e orientata di identità veneta, e della ex forzista Elisabetta Gardini. Inoltre, secondo i rumors, ci sarebbe stato anche un tentato avvicinamento da parte di Flavio Tosi, che però non avrebbe ricevuto il sì sperato; viste però la corposa esperienza e la spregiudicatezza politica, resta da vedere se l’ex sindaco-sceriffo si sia arreso o se, in caso di buon risultato alle elezioni regionali da parte dei suoi alfieri, riproverà dopo il 21 settembre. L’attrazione di Fratelli d’Italia emerge infine da un altro dato, ai molti cambi di casacca infatti va aggiunta la nascita di diversi circoli di partito in provincia: Nogara, Terrazzo, Correzzo, Sanguinetto e Gazzo Veronese.

    Bisogna notare però che le new entry, con le rose, portano anche qualche spina, e così durante l’agosto veronese, e veneto, non è solo il cielo a tuonare minacciosamente. A Verona, in seguito alle recenti dimissioni del presidente di Agsm, Daniele Finocchiaro, il gruppo di Giorgia Meloni ha espresso opinioni contrastanti: Stefano Casali ha dimostrato apprezzamento per la scelta del manager, mentre Massimo Giorgetti le ha definite una sconfitta per la città. In orbita regionale invece l’ex coordinatore regionale, ora parlamentare europeo, Sergio Berlato si lamenterebbe del suo successore Luca De Carlo, reo di lasciare troppo spazio alla forza leghista; ma risulterebbero tutt’altro che idilliaci anche i rapporti con Elena Donazzan, casus belli i rapporti di forza interni alla giunta vicentina di centro-destra.

    Comunque, nonostante i panni sporchi finiscano sulla stampa, è evidente che il partito discendente da AN stia vivendo uno stato di grazia nel rapporto con Verona. I numeri, e le poltrone, sono realtà, ma che cosa spinge a questi cambi di campo? Che sia l’appeal della coerenza tanto decantata, ma non sempre riscontrata, della leader (ed ex-Ministro di Berlusconi) o che si tratti di opportunismo o conformismo politico? La dinamica ha sicuramente sfaccettature molteplici, è però difficile mantenerla slegata dalle mosse della classe dirigente del partito, in particolare della presidente e fondatrice. Giorgia Meloni infatti non manca di affacciarsi al territorio scaligero e sembra anche in grado di far vibrare le corde care alla destra politica e culturale: difesa della famiglia tradizionale, condanna degli “immigrati illegali”, identitarismo, libertà d’impresa senza vincoli statali, disponibilità di manodopera a basso vincolo contrattuale… 

    Degno di nota, in questo senso è l’intervento della Presidente avvenuto in provincia, a Bovolone, il 30 luglio 2020, a un’iniziativa di partito dedicata all’agricoltura, quando in primis ha definito Fratelli d’Italia un “partito produttivista”, “schierato con chi produce ricchezza”, poi ha auspicato uno “Stato che non ti massacra in tutti i modi possibili” e ha affermato che “essere imprenditori significa essere eroi”. Quindi, in chiave di protezionismo nazionalista ha invocato la difesa del “marchio” agricolo italiano, visto che “noi sappiamo fare le cose meglio degli altri”, e ha preteso “dazi di civiltà” per salvaguardare il prodotto locale. È passata così al tema, tanto caro al Partito quanto al territorio, della contestazione delle imposizioni dell’Europa. Infine ha contestato il Governo, perché non ha concesso i voucher per i lavoratori del settore primario, stagionali e precari, ma esperti e onesti (anche se stranieri), favorendo così gli unici destinatari dei privilegi: naturalmente gli immigrati clandestini. Ad un rapido sguardo d’analisi quindi, dalle frasi in politichese moderno, emergono alcuni punti della generale visione economica di FdI, che è produttivista, se necessario protezionista, e che subordina il mondo del lavoro a quello dell’iniziativa economica.

    Non va inoltre dimenticato, nel marzo del 2019, al World Congress of Families, un discorso che ha permesso alla Meloni di porsi in sintonia e di fomentare la platea pro-life, con temi ideologici: la cardinalità della famiglia tradizionale come baluardo a difesa dell’identità, strali contro la teoria gender, disprezzo verso “i desideri che diventano diritti” e un’idea confusa di autodeterminazione della donna, basato sulla possibilità di poter non abortire. D’altro canto però, abilmente, la leader di partito ha colto l’occasione per proporre azioni programmatiche, squisitamente elettoralistiche, di sostegno alla natalità.

    La corrispondenza di politici sensi, stabilita con classe dirigente ed elettorato veronesi grazie all’abilità politica della leadership di Fratelli d’Italia, appare però polarizzata su posizioni e temi noti, già sentiti risuonare da un’altra, non distante, sponda partitica di orientamento (da qualche tempo) altrettanto lepenista. Una sponda partitica che non sembra così tonica in vista della scadenza elettorale del 20 settembre. Su questo piano infatti in pochi, anche tra gli sfidanti, mettono in dubbio la vittoria del governatore leghista Luca Zaia, ma alle sue spalle si apre la sfida tra le forze che lo appoggiano. Se per Forza Italia gli antichi fasti sembrano lontani, la nuova Lega, pur primeggiando nei sondaggi, non può nascondersi alcune, più o meno preoccupanti, incertezze: in primis la mutazione genetica che ha fatto cadere “Nord” dal tradizionale logo non dà un’assoluta sicurezza di tenuta dell’elettorato; in secondo luogo è percepibile un certo appannamento del capo, non più brillante nella comunicazione e capace di volgere a proprio favore qualunque fatto d’attualità, come accaduto fino all’agosto dello scorso anno; infine, ultimo ma non ultimo, non appare indissolubile il feeling tra il Segretario e il governatore Zaia, il più amato dagli italiani. E proprio nei confronti del governatore veneto Giorgia Meloni ha dichiarato lealtà al 100%, al punto da soprassedere sulla indigesta questione autonomia e auspicare una vittoria alla Zaia a livello nazionale, per tutto il centro-destra…. Che Salvini possa stare davvero tranquillo? 

    In questo quadro, l’attivismo di Fratelli d’Italia proprio a Verona (e nel Veneto), proprio tra l’elettorato e sui temi da sempre leghisti, contribuisce a rendere meno granitiche le certezze salviniane, e forse anche gli equilibri di potere veronesi. La domanda che sorge spontanea è se tra Giorgia e Matteo inizierà la sfida per affermarsi a Verona (e nel Veneto) come il partito della destra identitaria, filo-imprenditoriale e sovranista. O se, come sembra dai sondaggi, le due forze politiche si possano spartire le limitrofe, ma non identiche, posizioni politiche e i consensi elettorali, in un territorio sempre più lusingato dalle sirene tradizionaliste, nazionaliste e nemiche del diverso. 


    Illustrazione di Andrea Mantani