sabato, 19 Settembre, 2020
More

    Oggetti ma non soggetti? Il Festival della Bellezza e le donne. Intervista a Giulia Siviero

    di Oreste Veronesi

    Baricco, Mogol, Bennato, Recalcati, Sgarbi, sono questi alcuni dei protagonisti del Festival della Bellezza 2020, rassegna culturale veronese in corso al Teatro Romano. Ventisei uomini e due donne si alternano sul palcoscenico romano per parlare di “Eros e Bellezza”, è per questo che sui social, e ora anche nei maggiori quotidiani nazionali, si sono levate voci di dissenso. Per approfondire i temi del dibattito abbiamo intervistato Giulia Siviero, giornalista de Il Post, esperta di movimenti delle donne, e attivista di Non Una di Meno.


    Gli organizzatori del Festival della Bellezza non hanno ancora risposto alle critiche emerse in questi giorni rispetto alla presenza di due sole donne nel programma della rassegna a tema “Eros e Bellezza”. C’è chi dice che sia stato un errore, auspicando che il prossimo anno l’organizzazione sia maggiormente sensibile. Credi sia stato un “errore” o qualcosa di più?

    Non direi che gli organizzatori non abbiano risposto. In qualche modo sia quest’anno che gli scorsi anni – e ricordiamo che se oggi la questione è diventata una notizia, è perché ci sono gruppi di donne che denunciano da tempo, a Verona, la situazione del festival – sono state fornite delle spiegazioni. Che contengono “segnali” interessanti. È stato detto che il vero problema sono le donne che, per timori e problematiche legate alla Covid-19, hanno scelto di non esserci: “non se la sono sentita”. Il sottotesto è che la colpa non sia dell’organizzazione, ma di quella ben nota gracilità femminile che li ha “costretti” ad un programma di soli maschi: coraggiosi e sprezzanti del pericolo, per di più.

    Inoltre, dai programmi degli scorsi anni, conti alla mano, risulta che la quella del #tuttimaschi sia una costante. L’anno scorso, il direttore artistico del festival in un’intervista in cui gli chiedevano ragione della ridotta presenza femminile, aveva spiegato che solo gli uomini reggevano il palco ed erano in grado di creare interesse. Aveva letteralmente detto che trovare donne intellettuali “adatte a sostenere un palcoscenico davanti a quasi duemila persone” non era facile: “Il pubblico deve sentirsi coinvolto e il protagonista deve essere a suo agio”. Aggiungendo che c’era anche “la questione della notorietà e della dimestichezza con questo tipo di performance”. Forse “ci siamo persi qualcosa”, concludeva. Lo penso anch’io, ma non certo per distrazione.

    Questo è il patriarcato: sottovalutare o negare in partenza le competenze delle donne. Con il trucco di infilarne una o due per far reggere l’intero sistema: qualcuna c’è, lei sì che è brava, mentre le altre non ce l’hanno fatta o non hanno provato abbastanza. Aggiungo che il tema del festival di quest’anno, “Eros e Bellezza”, riassume perfettamente e paradossalmente la questione: le donne sono e devono restare oggetto dello sguardo, icone fanciullesche come quella dell’immagine della locandina, poi ritirata.

    In molti riducono l’accaduto a una questione matematica: e se fossero state le donne in gran maggioranza?

    Ci sono molti femminismi che vogliono affrontare la contraddizione tra eguaglianza formale e disuguaglianza reale, che non si accontentano di chiedere la parità e che la parità l’hanno messa in rapporto con la libertà: e la libertà femminile è smisurata. Non ha a che fare con le pari opportunità, con le “quote rosa”, con le donne-come-uomini che però devono essere donne-che-piacciono-agli-uomini. Le donne, insomma, non sono semplicemente un gruppo sotto-rappresentato.

    Le riven­di­ca­zioni pari­ta­rie nello spa­zio pub­blico, inoltre, fun­zio­nano spesso come annul­la­mento della dif­fe­renza fem­mi­nile e il trucco della quan­tità è l’inadeguata rispo­sta maschile al cam­biamento inne­scato dalla rivo­lu­zione fem­mi­ni­sta. Ecco perché la quantità non è mai una buona misura.

    Chiarito questo, penso che l’hashtag #tuttimaschi – e molte delle argomentazioni che l’hanno accompagnato – sia stato funzionale ed efficace per mostrare il funzionamento del sistema: un sistema escludente, che silenzia e rende invisibili, inascoltate e inascoltabili le donne e le altre soggettività. Te lo faccio vedere, ti dò pure qualche numero, ma la questione vera sta altrove. E quello della discriminazione al contrario è un argomento tendenzioso. Un trucco del patriarcato.

    L’episodio si inserisce in una città in cui negli anni si è sviluppato un vivo dibattito sulle questioni di genere. L’università di Verona è un fiore all’occhiello nel panorama italiano e diversi movimenti, in particolare Non Una di Meno, sono riusciti a porre con forza alcune questioni nel dibattito pubblico. Il programma del Festival della Bellezza sembra non recepire questi stimoli. Così facendo che idea di cultura sta proponendo?

    Il sindaco di Verona Federico Sboarina ha parlato del festival come di un evento che «ha elevato l’offerta culturale della città». Una città che, come ha scritto Non Una di Meno, ospita congressi mondiali antiabortisti, ignora la voce delle donne osannando in Arena uomini accusati di molestie e in cui l’amministrazione sostiene e difende di continuo eventi legati all’estrema destra e al cattolicesimo più conservatore. Ed è la città che l’amministrazione ha ritenuto di candidare a capitale della cultura nel 2022. Rilancio la domanda. La cultura dei maschi, bianchi, eterosessuali? Quella che difende un modello sociale gerarchico e sessista? Quella che silenzia e vuole rimettere le donne al loro posto? Quella che ha come obiettivo che il discorso dominante rimanga quello dei dominanti?

    Piano politico e culturale si intrecciano inevitabilmente. A Verona anche alcuni rappresentanti del centro sinistra hanno dato la propria solidarietà all’organizzazione del Festival. Cosa pensi delle loro affermazioni?

    Diciamolo esplicitamente: è stato dichiarato (e preciso da un esponente locale del centrosinistra) che ci sono cose più importanti di cui occuparsi, che tutto questo è “imbarazzante” e che le proteste sono solo “puerili polemiche”. Credo che il patriarcato lo abbia educato benissimo, e mi colpisce molto il riferimento, non casuale, alla puerilità. Nella nostra storia recente, e tuttora in molti paesi del mondo, le donne sono effettivamente trattate come delle minori: non potevano votare, non potevano e non possono guidare, studiare, o viaggiare all’estero, sposarsi o sottoporsi ad alcune procedure mediche senza il permesso del tutore maschio.

    Il clamore suscitato sembra dirci che una parte sempre maggiore della società non è più disposta ad accettare questo stato di cose. Da osservatrice di questi processi, credi che negli ultimi anni, nonostante il quadro politico, sia emerso un percorso in positivo su queste tematiche?

    Certamente sì, nello smascherare, almeno, gli automatismi delle discriminazioni. Oggi si potrebbe parlare, e qualcuna lo ha fatto, di un femminismo del 99 per cento, che è intersezionale, che non è separatista, che lavora sulle alleanze ed è in relazione con i movimenti di tutto il mondo. Non è un femminismo che procede per leggi, riconoscimenti o cooptazioni, è un femminismo che non si accontenta, che non piace, che è scomodo, che è faticoso da raccontare e anche da praticare. E che vuole stravolgere tutto. Molte persone continuano a trovarlo spaventoso. E in effetti lo è, per chiunque abbia vissuto in un mondo in cui otteneva privilegi semplicemente per il fatto di essere nato maschio.