mercoledì, 21 Ottobre, 2020
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    La strada è del popolo

    Michel Agier

    In uscita questa settimana per i tipi di Ombre Corte, “Antropologia della città”, tradotto da Nicola Manghi, dello studioso francese Michel Agier, ci aiuta a leggere le modificazioni urbane contemporanee. Con lo sguardo dell’antropologo, Agier riprende le riflessioni di Henri Lefebvre sul “diritto alla città” focalizzando la propria attenzione sul “fare-città” inteso come pratica che costituisce uno stile di vita. Agier analizza la costruzione della città a partire dai suoi margini, dagli immaginari e dagli spazi, considerando la città un “dispositivo culturale”. Anticipiamo la pubblicazione, ringraziando l’editore, ripubblicando un passo dal quarto capitolo, dedicato all’agire urbano.


    Per sapere se quello che chiamiamo agire urbano, per esempio il fatto di occupare uno spazio, è politico, bisogna porsi al centro della situazione e del suo contesto. Se si può dire che la formazione di un carnevale nero in Brasile è politica, è perché esiste un momento in cui qualcosa di molto politico ha avuto luogo, con una partecipazione massiccia e con una certa aggressività (nel senso positivo della parola). Anche i partiti politici in Brasile non comprendono bene come questi fenomeni si producano. Cercano di “recuperarli”, di entrarci, ma il movimento ha già avuto luogo.

    Il Movimento nero in Brasile esiste, e pone domande molto precise sul piano politico, che si esprimono nello spazio del carnevale. I partiti di destra e di sinistra cercano senza successo di entrarvi e di “politicizzarlo”, nel senso politicistico della rappresentanza elettorale. Ma questo movimento esiste davvero, e la rivendicazione di uguaglianza che porta dentro di sé, per il solo fatto di esistere, si è tradotta in “progressi” nel dibattito sulla questione razziale, che non si trovano per esempio in Francia1.

    Nel primo giorno del carnevale, a Salvador de Bahia, si dice: “a rua é do povo”, la strada è del popolo. C’è una presa della città, un’occupazione improvvisa dello spazio che spaventa le autorità della città, che schierano migliaia di poliziotti. Dagli anni Ottanta-Novanta, le autorità non hanno mai smesso di controllare lo spazio. Quello che accade qui è molto interessante. A seguito dei movimenti che hanno assunto una forma sediziosa durante il carnevale, nel circuito del carnevale si sono separati alcuni spazi. Dal Duemila, ci sono tre circuiti distinti, che non devono incontrarsi. Si è quindi segmentata la festa di carnevale per garantire che le sfilate si svolgano “ognuna a casa propria”: non è più possibile occupare lo spazio dell’“altro” e mostrare con questa presenza eccezionale l’esistenza di un conflitto sul diritto alla città o, semplicemente, sul diritto a circolare in tutta la città.

    In precedenza, durante il carnevale i neri dei quartieri popolari arrivavano nei quartieri bianchi molto esclusivi sul lungomare: questo faceva paura e creava disordine. A guidare questo movimento/spostamento nella città è la presenza di gruppi che negano la separazione degli spazi e la discriminazione nei confronti dei neri, dei gay, dei poveri ecc. È questo che conferisce il suo carattere sedizioso alla sfilata di carnevale.

    Non si tratta di una caratteristica specifica di questa città né di quest’epoca: in luoghi diversi, sin dal Medioevo europeo dove è nato, persone e gruppi occupano spazi che sono loro solitamente interdetti. Ciò che accade allora non è tanto un’“inversione” quanto un cambiamento radicale e trasgressivo dell’abituale ordine sociale. E l’operatore del cambiamento, ciò che attiva questo movimento e questo gesto politico, si trova nel rituale, nel non-quotidiano, più precisamente nella trasformazione del quotidiano in una fonte di immaginazione che ha sempre bisogno di uno spazio al di fuori del quotidiano per esprimersi. L’agire politico urbano è una forma di trasgressione rituale nella città.

    Anche in questo caso possiamo confrontare il modo di intendere e occupare gli spazi della città, confrontare processo culturale e processo urbano dal punto di vista del loro significato politico. In America latina, nel caso delle “invasioni” che hanno dato origine alle favelas, qualcuno è arrivato e ha occupato uno spazio vacante. Poi è arrivata un’altra persona che si è dichiarata proprietaria o avente diritto su questo spazio, e ha detto: “Vi lascio occupare questo luogo a condizione che si sia d’accordo su questo e quello”, per esempio: “Voterete per me”. “D’accordo”, rispondono gli occupanti, “saremo la tua clientela elettorale, ma a questa e quella condizione”. Si apre una trattativa. Ma bisogna che ci sia stato a un certo punto un evento inedito, una comunità in movimento, delle persone che sono arrivate e che hanno compiuto il gesto politico dell’occupazione.

    Comprendere ciò che è accaduto ponendosi all’interno della situazione stessa, nell’esperienza che è stata vissuta, consente di descrivere come delle persone abbiano espresso un’ingiustizia, per esempio con queste parole: “Non siamo dei marginali, abbiamo diritto a un alloggio”, anche se, non appena hanno occupato lo spazio, qualcuno è arrivato e ha detto: “Voi sarete allora la mia clientela”. La negoziazione arriva dopo il primo movimento, che è quello dell’occupazione. L’agire politico e urbano segna una linea di separazione tra un prima e un dopo. Questo movimento, che è tanto presa di spazio quanto presa di parola, è il momento politico propriamente detto, perché è esso che ha dato origine a una situazione radicalmente nuova.

    I dibattiti sulle lotte urbane in un contesto di disparità di accesso alle risorse potranno trarre vantaggio dal pensare la città a partire dalle esperienze precarie. Per esempio in Francia, si deve manifestare per ottenere degli alloggi decenti per le famiglie cosiddette “rom”, o è meglio sviluppare l’insediamento attuale, urbanizzarlo (vale a dire renderlo più abitabile, vivibile, e dunque confortevole), e imporre così la sua esistenza, la sua presenza al mondo e alla città2? Le due strategie sono entrambe politiche, ma in modo diverso. Il movimento più radicale oggi, quello che riesce ancora a far esistere la questione politica dell’orizzonte della città, è quello che la fa esistere non come un’idea trascendente, come una città ideale astratta, ma come un’immanenza, una costruzione in corso e in movimento. In un momento in cui il mondo in generale diventa una vasta conurbazione, una politica della città si confonde con la politica in generale.

    Questi movimenti possono cambiare la distribuzione degli spazi e il significato della città nello stesso momento in cui “fanno” la città. Da qui viene il loro fondamentale significato teorico nell’antropo-logica delle città, così come la loro posizione, molto esposta, nelle politiche pubbliche. L’occupazione, l’installazione e la manifestazione di strada rappresentano tre aspetti, rispettivamente urbano, artistico e politico, della rivendicazione del diritto alla città e del diritto alla sua attuazione. Si possono stabilire delle corrispondenze tra l’occupazione urbana, l’installazione artistica e la manifestazione politica: sono tre situazioni di presa di parola e di presa di spazio, e tre gesti di fondazione della città.