venerdì, 27 Novembre, 2020
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    Una danza sul ghiaccio: guardare il vuoto negli occhi

    di Alessandro Foladori

    Nel 1979 Christopher Lasch scrive “La cultura del narcisismo”. Si tratta di un ampio saggio in cui si cerca di indagare il legame tra tessuto sociale e sviluppo psicologico, in particolare leggendo tale circolo vizioso attraverso la categoria clinica di «narcisismo». È uno dei primi libri che tenta di mostrare gli effetti patogeni del capitalismo sui modi di esistenza singolari, i quali diventano sempre più alienati e distanti dalla possibilità di una reale emancipazione. La carica politica e gli effetti perturbanti di un simile saggio ci vengono ripresentati dalla recente riedizione fattane da Neri Pozza: ci accorgiamo che in quarant’anni poco è cambiato, e gli stessi problemi si ripresentano con un’urgenza radicale.


    La cultura del narcisismo. L’individuo in fuga dal sociale in un’età di disillusioni collettive” (Neri Pozza, 2020, pp. 304) è un libro che fa letteralmente paura. Scritto da Christopher Lasch nel 1979 è stato ripubblicato nel 2020 per i tipi di Neri Pozza, ed è sapere questo a far correre brividi di terrore lungo la spina dorsale di chi legge. Le tesi di Lasch, per forza di cose vecchie di quarant’anni, potrebbero essere state scritte ieri senza quasi bisogno di attualizzazione: il libro fotografa una situazione psicologica e sociale che si può applicare benissimo ora come allora. In effetti questo è anche il punto di nascita dell’analisi dell’autore: egli constata che serpeggia nella società in cui vive, segnatamente quella americana, un progressivo scollamento dal passato e dalla capacità di valorizzare la memoria. Stando così le cose, sostiene Lasch, non è più possibile immaginare alcun futuro. Benché potremmo a pelle tanto essere d’accordo, quanto chiedere argomentazioni ulteriori, il semplice fatto che a distanza di quarant’anni non sia stata prodotta alcuna ulteriorità politica o sociale rispetto a quella descritta nel libro è una prova sufficiente dell’accuratezza della previsione. Una prova agghiacciante e sconfortante.

    Entrando nel merito, La cultura del narcisismo è un saggio di critica sociale a tutto tondo, in cui si cerca di reperire la radice del mutamento sociale e di decostruire la retorica dei discorsi circolanti. Probabilmente uno dei suoi più grandi meriti è stato di prendere sul serio Freud e provare a proporre una teoria positiva in cui il disagio della civiltà abbia delle ripercussioni sulla costruzione delle soggettività, le quali a loro volta intrattengono rapporti sintomatici con il tessuto sociale. È sufficiente ricordare che per le prime indagini sull’effetto del modo di produzione neoliberista (e della sua ideologia) sulla psiche è stato necessario attendere l’avvento del nuovo millennio e in particolare gli anni 2008/09, quando Mark Fisher pubblica Realismo capitalista (per il lato sociale) e Oliver James Il capitalista egoista (per quello psicologico). È proprio quest’ultimo a denunciare il termine, che ha preso piede da dieci anni, di «realismo depressivo» per indicare la condizione psichica di chi ha una prospettiva corretta sulla realtà. Come a dire che coloro che vivono le cose con un ottimismo infondato sarebbero comunque più “equilibrati”, e potenzialmente più felici, di quanti constatano la gravità della situazione storico-sociale che si sono trovati ad abitare.

    Questo è anche un modo di pensare che si limita, come il Lyotard de La condizione postmoderna, a mappare le forme ideologiche descrittive di una realtà sterilizzata, senza avanzare alcuna proposta ideale in grado di dominare quella realtà e piegarla verso un avvenire. Proprio per questa ragione a Christopher Lasch sembra opportuno leggere il suo tempo – che a quanto pare è anche il nostro – attraverso la categoria clinica e sociale di narcisismo. Infatti il narcisista è, in prima battuta, colui che è incapace di conservare e valutare un «patrimonio di ricordi cari» perché essi, in quanto ricordi, vengono percepiti tutti come perduti, e si tramutano così in uno sconcertante deposito di tristezza e dolore, per il quale diviene impossibile immaginare un uso. L’insopportabile e inutilizzabile «nostalgia» del narcisista è anche la stessa che viene generata dalla parificazione di ogni narrazione passata, vista con cinismo e distacco dall’ideologia del realismo capitalista. Ma quella stessa nostalgia, continuamente ribadita, commercializzata e consumata, contribuisce a desertificare l’esperienza tanto sociale quanto psicologica, rilanciando senza sosta una povertà psichica di immagini e modelli: si opera in tal modo un sequestro coatto dell’immaginazione e della fantasia. Quella stessa nostalgia riempie di un dolore a tratti compiaciuto un vero e proprio vuoto di senso.


    È proprio attorno a tale vuoto che si articola l’esperienza profonda del narcisista patologico e quindi, per Lasch, anche una gran parte di quella del soggetto contemporaneo. Non avendo avuto l’occasione di costituire un ricco panorama di immagini interiori, egli è stato costretto a rinsaldarsi all’interno di ideazioni sulla «grandezza di sé» in grado di proteggerlo dall’incontro con quel vuoto che lo annichilirebbe. Ma, non essendo in grado di colmarlo o di generare nuovamente altre immagini, il narcisista ha bisogno di trovare un rispecchiamento negli altri, con i quali intrattiene rapporti di consumo, e che è in grado di allontanare con moti di disprezzo nel momento in cui l’ammirazione che lui stesso si è sforzato di suscitare si rivela segnata da un duplice difetto: da un lato, essa non riempie alcun vuoto, anzi lo sottolinea con delusione; dall’altro egli arriva a detestare chi lo ammira, per il semplice fatto che ammirano qualcuno che persino per lui è detestabile. Assediato da un’ansia e un inesplicabile senso di colpa con cui non riesce mai a fare i conti, il narcisista è sconvolto dall’ira, e ne è talmente spaventato da poterla vedere solo proiettata sugli altri, sentendosene quindi l’oggetto, in una specie di delirio persecutorio. Come elemento finale, egli è perfettamente in grado di produrre un’autonarrazione coerente che metta capo a una pseudo-consapevolezza di sé. Incapace anch’essa di colmare il vuoto, tale falsa coscienza è però in grado di nasconderlo e mettere il narcisista al riparo dal dubbio, rendendogli pressoché impossibile l’incontro con un’alterità reale in grado, questa sì, di portarlo fuori di sé.

    Chiaramente questo quadro funesto, astratto e troppo corsivo anche dal punto di vista patologico, si presenta in misura molto attenuata nel soggetto di questo tempo, eppure credo non sia difficile per chiunque abbia un poco di onestà verso sé stesso riconoscersi in alcuni dei tratti appena descritti. Christopher Lasch sostiene che non c’è nulla di cui stupirsi: la società in cui viviamo, capitalista prima e neoliberista poi, incentiva lo sviluppo di simili tratti e replica a tutti i livelli il senso di vuoto attraverso, lo si ripete, un vuoto di senso. È un tipo di società che non può sopravvivere se non attraverso tre operazioni fondamentali: essa deve scavare un vuoto nei soggetti trasformando il desiderio in bisogno, rendendoli quindi per sempre insoddisfatti. Deve produrre, tramite un debito di esistenza, un senso di colpa perenne su cui poter esercitare il proprio governo. Deve continuamente proporre dei cliché esangui e svuotati di significato, per evitare che una qualsiasi immagine passata acquisisca all’improvviso una carica sovversiva. Sono, in senso ampio, gli stessi problemi che il narcisista patologico incontra nella sua esistenza.

    Tale nodo psico-sociale, del tutto simile a un nodo scorsoio, non sembra possa essere sciolto né tagliato fintanto che non si sia in grado di generare un’attività politica in grado al contempo di ricostituire per tutti delle immagini psichiche e dei modelli condivisibili, e di temperare l’ira e la paura fino a rendere possibili dei veri incontri con l’esterno, dei rapporti che non siano di consumo, e una reale solidarietà.

    Dopo aver scritto Maurice, che non osò mai pubblicare, Edward Morgan Foster rimaneggiò più volte il finale perché, considerata la situazione sociale, un esito tragico della storia sarebbe stato un errore politico. Ora che, anche grazie a Lasch, abbiamo visto di cosa sono fatti i materiali del nostro romanzo, è tempo di riscriverne il finale: è necessario sorvegliare il piccolo narcisista in noi e nei nostri compagni, scovare di esso la profonda inermità e forse una sua certa tenerezza, così da rendere un esito tragico indesiderabile e, infine, del tutto impossibile.


    Illustrazione di Elena Pagliani