giovedì, 26 Novembre, 2020
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    Abbiamo solo crediti!
    Una lettura femminista del debito

    Di Luci Cavallero e Verónica Gago

    In uscita in questi giorni per i tipi di Ombre Corte, ‘Vive, libere e senza debiti!‘ è prima di tutto un’inchiesta militante che nasce all’interno del collettivo argentino NiUnaMenos e che propone una lettura femminista del debito, pubblicata per la prima volta in Argentina nel febbraio 2019. Da questa riflessione è scaturito un vero e proprio dibattito transnazionale che si è allargato a Cile, Messico, Stati Uniti, Brasile e altri ancora, sulla questione del debito e sulla possibilità di un’analisi che fosse in grado di tenere assieme la violenza maschilista e la violenza economica. Questo dibattito ha dato vita a un’analisi fondamentale sulla violenza finanziaria, a partire dalla quale è possibile invertire i termini di debitore e creditore: ‘Il debito lo avete voi con noi’, è questo il grido che assume una forza ancora maggiore quando a urlarlo è un movimento femminista che rivendica come propria la tradizione delle lotte anticoloniali. 
    Il libro, che esce in Italia per ombrecorte, curato da Luci Cavallero e Verónica Gago, con una postfazione di Federica Giardini e traduzione di Nicolas Martino, raccoglie non solo l’inchiesta militante elaborata in prima battuta, ma anche una serie di riflessioni successive al dibattito che ne è scaturito. La condivisione di queste riflessioni collettive è più che mai necessaria in questo momento, da un lato perché riguarda da vicino le lotte che stanno attraversando l’America meridionale (dal Cile al Porto Rico, per citarne alcune). Dall’altro perché le questioni della violenza finanziaria e del debito, così centrali nei movimenti per la giustizia globale degli anni 2000 e nelle lotte contro le misure di austerity successive alla crisi finanziaria del 2007, non hanno mai smesso di essere attuali e stanno tornando ad imporsi con urgente prepotenza in relazione alle scelte economiche in risposta alla pandemia. Le circostanze richiedono una riflessione come questa, che ci doti di strumenti utili a costruire relazioni di lotta femministe, anticapitaliste e anticoloniali.
    Proponiamo di seguito un estratto, ringraziando l’editore.


    Quando parliamo del debito, facciamo riferimento in modo particolare all’indebitamento privato delle economie domestiche (un termine che andremo a problematizzare e ampliare). Un dispositivo radicato nelle economie domestiche, nelle economie popolari e in quelle fatte di salari, che funziona attraverso un particolareggiato processo di indebitamento di massa. La nostra prospettiva si propone tre obiettivi: in primo luogo, rendere evidente che quando si parla di debito nella sua forma contemporanea è impossibile parlare solo di debito pubblico (quello dello stato) lasciando da parte l’indebitamento delle vite quotidiane. In secondo luogo la questione del debito va posta, come sfida politica, a partire dalle pratiche di resistenza che si sviluppano all’interno delle diverse organizzazioni. In terzo luogo, quando parliamo dell’indebitamento delle vite quotidiane dobbiamo passare al setaccio i legami esistenti tra il debito e la violenza maschilista. A partire dalle lotte femministe si sviluppa un movimento di politicizzazione e collettivizzazione del problema finanziario (Cavallero e Gago 2018). Ma che cos’è, esattamente, una lettura femminista del debito? Qui proponiamo una piccola guida pratica.

    1) Una lettura femminista del debito è quella che oppone alla astrazione finanziaria i corpi e le narrazioni concrete del funzionamento del dispositivo.

    La finanza si vanta di essere astratta, di appartenere a un cielo dove le quotazioni sono misteriose, e di funzionare secondo logiche incomprensibili. Si presenta come una vera e propria scatola nera dove le decisioni sono matematiche, algoritmiche e i valori indefiniti. Attraverso la narrazione del suo funzionamento nelle economie domestiche, popolari e salariate, noi sfidiamo il suo potere di astrazione, il suo tentativo di rimanere insondabile. Tutto questo risulta chiaramente nelle interviste che abbiamo realizzato. Nel caso degli agrotossici il debito è un meccanismo concreto di produzione di dipendenza per le lavoratrici della terra. È espressione di un processo di finanziarizzazione e aumento dei costi dei servizi di base. È un dispositivo che mette in relazione gli spazi dentro e fuori il carcere, e il carcere stesso si caratterizza come un sistema di debito. È ciò che obbligatoriamente si contrae quando l’aborto è clandestino. È ciò che mette in moto un consumo popolare strozzato da interessi esorbitanti che rovinano e fanno saltare in aria la vita domestica, la salute e i legami comunitari. È ciò che fa sì che le economie illegali possano reclutare mano d’opera a qualsiasi prezzo. Il debito contratto dai giovani, che ricevono una carta di credito insieme al sussidio statale o al primo stipendio, ancor prima di entrare in un mercato del lavoro iperprecario, risulta essere esso stesso un dispositivo di cattura e precarizzazione. Il debito è ciò che sostituisce le infrastrutture di base che non ci sono: l’assistenza sanitaria assente, incentivi quando arriva un* figli*, i soldi per comprare un motorino che serve per lavorare come fattorino. È ciò a cui si fa ricorso per le emergenze a fronte dello smantellamento di tutta un’altra serie di reti di sostegno. È un meccanismo di spoliazione generalizzata di intere popolazioni migranti e di colore. È ciò che lega la dipendenza a relazioni familiari violente, ed è il modo in cui ci si mette nelle condizioni di poter affittare una casa.


    2) Una lettura femminista del debito comporta l’individuazione dei meccanismi attraverso i quali questo si lega alle violenze contro i corpi femminilizzati.

    Dalla narrazione concreta dell’indebitamento risulta evidente il suo legame con la violenza maschilista. Il debito è ciò che ci impedisce di dire di no quando vogliamo dire no. Il debito ci costringe a tempo indefinito dentro relazioni violente dalle quali vorremmo fuggire. Ci costringe a tenere in piedi relazioni ormai finite, ma tenute in vita da debiti contratti a medio o lungo termine. Rende impossibile l’autonomia economica, soprattutto all’interno di economie fortemente femminilizzate in cui le donne sono protagoniste. Allo stesso tempo non possiamo non sottolineare la sua ambivalenza: il debito è anche ciò che rende possibile un certo movimento. Pensiamo, per esempio, a chi si indebita per emigrare, o a quelli che lo fanno per poter mettere su una propria attività o, ancora, a chi si indebita per poter scappare. In ogni caso è chiaro che, sia come elemento di fissità sia come elemento di mobilità, il debito sfrutta una disponibilità di lavoro: costringe ad accettare qualsiasi tipo di lavoro a fronte dell’obbligo preesistente contratto con il debito. Flessibilizza compulsivamente le condizioni di lavoro, e in questo senso è un dispositivo di sfruttamento molto efficace. Il debito, allora, organizza una economia dell’ubbidienza che non è, né più né meno, che una economia della violenza.

    3) Una lettura femminista del debito mappa le forme di lavoro da una prospettiva femminista, rendendo visibili i lavori domestici, di riproduzione e i lavori comunitari, interpretandoli come spazi di valorizzazione che l’economia finanziaria sfrutta.

    Gli scioperi transnazionali di donne, lesbiche, trans e travestiti hanno messo a tema e reso visibile una mappa eterogenea del lavoro a partire da una prospettiva femminista. A partire da diversi femminismi, si è sviluppato un metodo di lotta all’altezza della composizione attuale di ciò che chiamiamo lavoro, includendo in questa definizione anche il lavoro migrante precario, di quartiere, domestico e comunitario. in questo movimento si sono prodotti anche gli elementi per leggere in un modo nuovo il lavoro salariato, e anche la dinamica sindacale. Catturare la dimensione finanziaria dell’economia ci permette di mappare i flussi del debito e completare così la mappa dello sfruttamento nelle sue forme più dinamiche, versatili e apparentemente “invisibili”. Capire come il debito estrae valore dalle economie domestiche, dalle economie non salariate, dalle economie considerate storicamente non produttive, ci permette di leggere i dispositivi finanziari come dei veri e propri meccanismi di colonizzazione e riproduzione della vita. E quindi di capire come il debito regola e subordina le economie salariate. E ancora: ci permette di capire come il debito sia anche un dispositivo per riciclare soldi sporchi e, quindi, ci permette di comprendere le connessioni tra economie legali e illegali.

    Illustrazione di Edoardo Marconi