giovedì, 26 Novembre, 2020
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    Essere AfroVeronesi

    di Luigi Alessandro

    Esiste un’altra faccia di Verona, una delle tante, che sicuramente non è quella sotto la lente dei media o del senso comune, ma esiste. Abbiamo provato ad ascoltarla raccontarci cosa significa nascere, crescere e sentirsi veronesi con origini da diversi paesi africani; dirci quello che ci si porta dentro quando una parte di sé è legata ad un’altra cultura; ricordarci quanto sia dominante e ipocrita l’atteggiamento di chi giudica il proprio razzismo da una posizione di privilegio, senza ascoltare chi lo subisce… E poi abbiamo anche ascoltato di azioni e progetti concreti in corso, che parlano alla Verona di oggi con i linguaggi di oggi, mostrandoci una realtà contesa e in movimento, con l’obiettivo di costruire un mondo altro, oltre l’eurocentrismo. Quella che abbiamo ascoltato, e trascritto, è la voce degli AfroVeronesi.    


    Partiamo proprio dalla scelta del nome ‘AfroVeronesi’ per chiedervi di spiegarlo e di raccontare chi siete…

    Possiamo descriverci come un ponte tra la cultura italiana e quella africana. AfroVeronesi nasce come gruppo informale, alla fine del 2019, con l’esigenza di creare una rete, una comunità per ragazzi nati e cresciuti a Verona. Così facendo ci uniamo tra persone con lo stesso background, confrontandoci con chi ha vissuto situazioni simili alle nostre. In particolare riflettiamo su cosa voglia dire essere “ponte” tra cultura africana e italiana; perché appunto noi abbiamo genitori con background migratorio e abbiamo vissuto situazioni simili. Infatti quando ci siamo incontrati per la prima volta, ci siamo confrontati su cosa vuole dire essere ragazzi con origini straniere, ma nati e cresciuti in Italia. In qualche modo ci piacerebbe connettere gli “immigrati” con gli “autoctoni veronesi”. 

    Un altro obiettivo che ci diamo è quello di decostruire pregiudizi e stereotipi e di portare alla luce le nostre esperienze, far vedere che ci siamo. Perché nei media, negli spazi pubblici, non c’è una “rappresentazione che ci rappresenti”. Recentemente siamo diventati un’associazione e abbiamo organizzato vari incontri, tra gennaio e febbraio 2020, ma poi tutto si è interrotto a causa del lockdown e in nostri appuntamenti si sono trasferiti online. Sulle nostre pagine social affrontiamo varie tematiche proprio perché molte delle nostre attività si sono svolte durante il lockdown; quindi tramite i social network (siamo su Instagram e Facebook) abbiamo potuto coinvolgere ragazze e ragazzi afrodiscendenti e affrontare questioni che vanno dall’identità alla cittadinanza, anche in modo divertente. Oltre a questo ci interessa informare: in questo momento in particolare stiamo condividendo video su quello che sta succedendo in Africa, che purtroppo i media internazionali stanno tacendo. Questo perché facciamo parte di una certa diaspora, quindi ci sentiamo parte di questa.

    «POSSIAMO DESCRIVERCI COME UN PONTE TRA LA CULTURA ITALIANA E QUELLA AFRICANA»

    Da che tipo di esigenza nasce il gruppo degli AfroVeronesi?

    Tutto in realtà è nato in modo molto banale, ad un aperitivo ci siamo trovate in tre e abbiamo iniziato a parlare di alcune tematiche, perché ci sembrava quasi un tabù parlare di essere “afro-veronesi”, non era concepibile. Ci siamo chieste perché non riunire un gruppo tra le nostre conoscenze,  parlarne un po’ e vedere cosa ne viene fuori… anche per fare rete. Alla fine ci siamo incontrati in una quarantina, il che significa che evidentemente c’era il bisogno di esternare questa identità.

    Che significato ha per voi il fatto di condividere un “background” di migrazione, sia esso un vissuto diretto o familiare? 

    Non tutti hanno vissuto la migrazione, per la gran parte noi siamo nati qui, senza aver lasciato una terra, come siamo abituati a sentire quando nei racconti dei nostri genitori. Per cui per noi il background migratorio è proprio l’eredità che ci stanno lasciando i nostri parenti quindi le loro storie e la loro visione di come hanno vissuto in quel determinato posto; oltre al legame che abbiamo con i parenti che attualmente vivono nel paese di origine. Quindi il background migratorio, per la maggior parte di noi, è quello dei genitori. Nel nostro caso essendo nati e vissuti qui, si tratta di un altro tipo di esperienza, non paragonabile a chi ha vissuto la migrazione in età adulta.

    Come si incontrano il vostro immaginario e la vostra esperienza con Verona, e  con l’essere veronesi?

    Possiamo dire di sentirci a casa a Verona, molti di noi ci sono nati, ci sono le amicizie e ci abbiamo fatto le scuole. Però per molte persone veronesi non è scontato che siamo veronesi, nati e cresciuti qui. Il contrasto quindi lo sentiamo confrontandoci con il ‘veronese autoctono’ che non ci vede come concittadini, non è abituato a vedere una ragazza veronese di questo colore. Crescendo con i compagni di classe, che hanno i genitori veronesi autoctoni, non ci si rende neanche conto di essere, tra virgolette, diversi. Purtroppo è sempre l’altro ad accentuare il fatto, a farti notare che non appartieni, secondo il loro canone, alla società in cui invece sei nata e cresciuta. Però in realtà noi ci siamo, siamo presenti. L’assurdità è quella che ti vengano a chiedere: “Ma come sei nata a Verona?” e questo succede soprattutto quando vai negli uffici e vedono che sei cittadina italiana nata a Verona, lì sono sempre un po’ stupiti dalla situazione, però, appunto, esistiamo! Pensiamo anche che a partire dai nostri coetanei tra i 26 e i 30 anni, sia in corso un cambiamento, che già esiste nelle scuole. Però purtroppo chi è un po’ più avanti con l’età tende a non vederlo. D’altro canto vorremmo creare una certa consapevolezza del fatto che esistiamo perché a volte non siamo neppure menzionati, perché o si fa riferimento al veronese autoctono, o invece a una narrazione dell’immigrazione sempre negativa. Senza prendere in considerazione chi sta nel mezzo.

    Il gruppo nasce dal soggettivo per poi creare una dimensione collettiva. Avete dei progetti per il futuro?

    Ci piacerebbe arrivare ai ragazzi più giovani, c’è un po’ di carenza di motivazione tra gli afrodiscendenti perché manca la rappresentanza, quindi sembra impossibile raggiungere degli obiettivi. Fin da piccoli il rapporto con le istituzioni è stato complesso, e poi c’è il fatto che abbiamo un vissuto particolare, la maggioranza delle persone non si porta dietro due realtà parallele. Vorremmo incoraggiare i ragazzi a trovare la propria identità, la propria strada, incoraggiarli a studiare, a conoscere, senza timore; esortarli a essere un modello per le persone come noi che vivono a Verona.

    Siamo anche entrati in contatto con altri gruppi veronesi. Molte associazioni si sono incuriosite e si sono avvicinate alla nostra realtà, soprattutto in occasione della piazza che abbiamo organizzato per ricordare George Floyd, purtroppo la pandemia ha rallentato i rapporti. Ma abbiamo trovato molta disponibilità, sappiamo di avere un appoggio. La piazza di giugno (Manifestazione “I can’t breathe” il 5 giugno a Verona, ndr) è stata organizzata con Rete degli Studenti e Unione degli Universitari, ma hanno aderito 27 realtà diverse. La piazza è stata molto bella. Ci piacerebbe rappresentare una Verona diversa, che non scende in piazza tutti i giorni, per motivi diversi (perché non si sente presa dalla causa o non sa che ci sono determinate realtà) e quindi vede una sola faccia di Verona e non sa che c’è una Verona con tante sfaccettature

    A livello nazionale siete in contatto con altri gruppi che hanno la vostra stessa esigenza?

    Sì, dopo l’episodio di George Floyd in Italia si sono creati molti movimenti e quindi ci troviamo per capire come possiamo muoverci a livello nazionale e trattare temi come il diritto alla cittadinanza, o portare all’attenzione il fatto che non esista una narrazione storica diversa dalla visione eurocentrica; ci piacerebbe creare qualcosa che possa servire da manuale o altri strumenti validi per far conoscere un altro tipo di approccio.Con i vari gruppi locali, con cui siamo in contatto, infatti stiamo cercando di reinterpretare l’antirazzismo, attraverso la scrittura di un manuale che metta in discussione la  visione eurocentrica.

    «Per noi è importante mettere in luce il nostro punto di vista»

    In che modo interpretate e affrontate la questione del razzismo?

    Chi lo sa come va affrontato? Di certo non possiamo dare una chiave di lettura universale. Sarebbe importante riconoscere, da parte dei bianchi, di avere un certo privilegio, e che chi è nero (e magari donna) non ha le stesse possibilità. Su come affrontare il razzismo non ci sono risposte valide in assoluto. Per noi è importante mettere in luce il nostro punto di vista su alcune circostanze e far capire perché le reputiamo razziste. Spesso chi si trova in una posizione di privilegio dice “questo o quello  non è razzista”, senza considerare quanto sia grave il fatto che nel profondo abbia ferito qualcuno. È quasi come se ci fosse negata la voce per dire di aver subito una situazione di razzismo. Per questo servirebbe innanzitutto la predisposizione ad ascoltare e a non partire sempre con questa visione saccente per cui quella cosa non voleva ferire o turbare… Da parte nostra, come gruppo, sappiamo che affrontare il razzismo è complesso, quello che possiamo fare è informare le persone. Pensiamo inoltre che attraverso l’empatia, mettendosi nei panni dell’altro, sia possibile iniziare a combattere il razzismo.

    Come vedete l’ondata antirazzista di proteste che ha investito gli USA e in che modo pensate si riallacci al  contesto veronese?

    Il contesto americano è un’altra cosa, ma non vuol dire che in Italia non succedano queste cose. A Verona c’è un grande lavoro da fare perché il razzismo è mascherato. Mi ricordo di Kofi, un senzatetto, morto di freddo, la cui panchina è stata bruciata. Quindi è vero che la brutalità della polizia statunitense è un’altra cosa, però anche qui a Verona cose accadono cose gravi in questo senso. 

    Si è sentita forte l’ondata dall’America e noi, a nostra volta, abbiamo cercato di non dimenticare chi è morto in Italia, quindi non dobbiamo dimenticare che il razzismo c’è anche in Italia ma non se ne parla. Nel nostro piccolo cerchiamo di denunciare, di informare.