giovedì, 26 Novembre, 2020
More

    Cultura e precarietà. Un virus che viene da lontano

    di Angela Adami

    Negli ultimi mesi si è molto parlato delle categorie più colpite dalla pandemia, tra queste, tuttavia, alcune hanno ricevuto decisamente meno spazio nel discorso pubblico: si tratta delle lavoratrici e dei lavoratori esternalizzati e di chi è occupato in ambito culturale. Il Gruppo informale di lavoratori e lavoratrici della cultura trentina che si è costituito lo scorso giugno unisce professionisti della cultura in condizioni lavorative esternalizzate e precarie. Nonostante, infatti, lavorino per importanti centri museali del Trentino, come il Mart di Rovereto, il Muse di Trento e la Fondazione Museo Storico del Trentino, attorno ai quali la provincia autonoma fa ruotare una parte fondamentale della propria offerta culturale per la cittadinanza e per i turisti, le condizioni di lavoro di chi in prima persona ricopre incarichi essenziali nel museo, come i mediatori, sono tutt’altro che stabili. La loro esperienza di coordinamento parla in modo più ampio delle condizioni in cui verte il lavoro culturale in Italia, dell’idea di cultura che vi sta alla base e della necessità di un cambio netto di direzione


    La pandemia ha sicuramente aggravato la condizione dei lavoratori e delle lavoratrici precari/e della cultura, ma questa è una situazione che arriva da lontano e che ha a che fare con l’esternalizzazione massiccia dei servizi essenziali alla gestione dei musei, un problema che accomuna moltissimi settori. Potete raccontarci qual è la vostra esperienza e quali sono state le conseguenze per i lavoratori e le lavoratrici?

    Nel caso del Mart la strada per l’esternalizzazione è stata intrapresa nel 2017, a seguito di un impulso che, per quanto ne sappiamo noi, è stato dato dall’allora direttore Gianfranco Maraniello sulla scorta delle esternalizzazioni fatte nel campo museale a Bologna quando era direttore dell’Istituzione Musei. Il primo passaggio ha visto l’insediamento di quella che, ancora oggi, è la cooperativa che organizza l’erogazione dei servizi educativi in termini di gestione del personale di mediazione e progettazione di alcune proposte laboratoriali e didattiche del museo. Questo ha portato un cambio di passo rispetto ai contratti somministrati in precedenza ai lavoratori: si è passati da dei co.co.co stipulati direttamente tra lavoratore e Mart (che è un ente funzionale della Provincia Autonoma di Trento) a contratti a chiamata a tempo indeterminato stipulati tra lavoratore e cooperativa. 

    Il fatto che siano stati scelti contratti a tempo indeterminato ma a chiamata costituisce sì una tutela per i lavoratori, che in caso di cambio d’appalto avrebbero garantita la priorità di assunzione (anche se si tratta di una tutela molto labile); ma soprattutto c’è una grande contraddizione: i lavoratori sono precari perché hanno un contratto a chiamata ma sono “stabilizzati” dal fatto di avere garantito il tempo indeterminato, un evidente ossimoro. I lavoratori con questo inquadramento, nonostante non ci sia l’obbligo di risposta alla chiamata al lavoro, sono di fatto posti nella condizione di essere sempre disponibili e reperibili per le attività educative da svolgere, nonostante molti, per provvedere alla propria sussistenza, abbiano in essere altri contratti per altri lavori. La paga oraria infatti, nel nostro caso, rispetto alle precedenti condizioni di co.co.co è stata ridotta circa del 30%, andando ad incrementare la reale necessità di avere altri lavori paralleli, e determinando anche l’abbandono di molti lavoratori che, stanchi delle condizioni inaccettabili, hanno scelto altre strade. Vero è che il co.co.co. precedente, sebbene più remunerativo in termini di paga oraria, non garantiva alcun diritto del lavoro come la malattia, il permesso, le ferie ma vero è anche che l’attuale contratto è così misero in termini di ore garantite che l’acquisizione di questi diritti del lavoro passa in secondo piano.

    « i lavoratori sono precari perché hanno un contratto a chiamata ma sono “stabilizzati” dal fatto di avere garantito il tempo indeterminato, un evidente ossimoro»

    Oltre alla precarietà e al compenso orario ridotto ci sono altri aspetti da segnalare, pratici e gestionali, comunque legati al tema dell’esternalizzazione e alla forma contrattuale che i lavoratori hanno attualmente in essere: il contratto somministrato è il CCNL Multiservizi, che non corrisponde pienamente alle mansioni e alla preparazione e formazione dei lavoratori (cambiare contratto nazionale e livello di inquadramento significherebbe valorizzare il lavoro sia economicamente che professionalmente); inoltre l’esternalizzazione ha creato un sistema farraginoso che prevede l’inclusione di un soggetto terzo tra area educazione del museo e mediatori culturali, cioè tra dipendenti che gestiscono le attività educative del Mart e lavoratori che le svolgono e le progettano contrattualizzati dalla cooperativa, evidenziando ulteriormente “l’estraneità” dei mediatori dalla gestione interna del museo. 

    Ora, la cooperativa con la quale stiamo lavorando ha vinto la gara d’appalto per i prossimi quattro anni e come lavoratori abbiamo cercato di trovare proprio insieme ad essa un modo per avere una maggior stabilizzazione. Questo processo è stato lungo e meditato ma non è ancora finito: ad oggi, siamo fermi ad un nulla di fatto in attesa di capire quale sarà il futuro del museo e il futuro contrattuale di noi lavoratori. Una cosa è certa però: il capitolato della gara d’appalto che la cooperativa ha vinto all’inizio del 2020 prevede una riduzione del 30% dell’importo dedicato all’erogazione dei servizi di mediazione ed educazione, dunque alla cooperativa è chiesto di garantire gli stessi servizi di prima ma spendendo di meno: ridimensionando le proprie “uscite”, sembra chiaro che saranno i lavoratori a pagarne le conseguenze. Ci rimane infine sempre un dubbio: ma davvero le esternalizzazioni garantiscono ai musei un grande risparmio e una migliore gestione dei servizi educativi? 


    Con la pandemia sono venuti chiaramente a galla tutti i limiti del lavoro esternalizzato, a partire dal fatto che pone in una condizione precaria e ricattabile chi lavora. Cosa è successo nel vostro caso e cosa vi ha spinto a organizzarvi?

    A causa della pandemia le attività programmate si sono completamente interrotte. A partire dal 24 febbraio e fino alla fine della primavera l’attività lavorativa dei mediatori si è bloccata. La maggior parte di noi lavora – come si diceva – con contratti a chiamata che per loro natura prevedono che senza ore lavorate non ci sia compenso. A cottimo, in sostanza. Questo ha portato a galla l’inadeguatezza di questo contratto che, in una fase pandemica ascendente, ci ha lasciati scoperti, senza forma di tutela alcuna e inizialmente senza ammortizzatori sociali. Una situazione emergenziale che a pochi giorni dall’inizio del lockdown ci ha spinto a voler capire in quali condizioni si trovassero i colleghi degli altri musei. Il quadro che è emerso è differenziato ma, ovunque, l’elemento prevalente è quello dell’assenza di riconoscimento della dignità professionale dei lavoratori dei settori educativi oltre a un quadro di precarietà economica e contrattuale che sembra non avere limiti.

    All’inizio del primo lockdown non erano previsti per i lavoratori intermittenti dei bonus, un aspetto che invece nel corso della primavera è stato definito. Tuttavia, alcuni lavoratori che necessariamente (considerata la precarietà dell’impiego presso le aree educazione dei musei) lavorano anche presso altri enti non hanno avuto accesso ai bonus perdendo una tutela economica minima, in quanto sottoposti a dei contratti part-time, a poche ore a tempo indeterminato.

    «ma davvero le esternalizzazioni garantiscono ai musei un grande risparmio e una migliore gestione dei servizi educativi? »

    Noi, gruppo dei lavoratori precari dei musei, riuniti a partire da febbraio, abbiamo inizialmente scritto una lettera aperta ai soli professionisti del mondo della cultura alla quale è seguita una raccolta firma che conta circa 250 firmatari. Abbiamo condiviso con i giornali questa nostra iniziativa portando il tema del precariato all’interno degli enti provinciali all’attenzione dei media. Questa attenzione ci ha portati a voler coinvolgere le istituzioni provinciali che ci hanno ascoltati nel corso della Quinta Commissione della Provincia Autonoma di Trento dedicata alla Cultura, all’inizio di giugno 2020. Oggi i musei sono nuovamente in lockdown, le attività con il pubblico ferme e i lavoratori preoccupati e, ancora una volta, sono i primi a pagare le conseguenze di questa situazione emergenziale. Come gruppo spontaneo cercheremo di avere delle risposte concrete e cercheremo anche ora di far sentire il nostro disagio nel tentativo di avere risposte e soluzioni che possano, almeno per il futuro, portare a una revisione di questo sistema diffuso in molti musei della Provincia Autonoma di Trento. Questo fatto è un punto fondamentale perché precarietà e mancato riconoscimento professionale ed economico trovano terreno fertile all’interno delle mura delle istituzioni pubbliche


    Che cosa chiedete con la vostra rivendicazione in termini di tutele per chi lavora all’interno dei centri museali? Proponete anche un ripensamento complessivo della gestione museale? In che modo questa risulterebbe qualitativamente migliore sia per chi lavora nei musei sia per chi li visita? 

    Al di là delle specifiche vertenze nei diversi musei le nostre richieste sono essenzialmente tre:

    – La creazione di un fondo provinciale per garantire a tutti e tutte i lavoratori e le lavoratrici precari malattia, maternità e paternità

    – Il riconoscimento, sempre da parte della Provincia Autonoma di Trento, di un “bonus di autoformazione permanente” anch’esso destinato a questi lavoratori e lavoratrici in quanto si tratta di figure professionali che svolgono una parte di lavoro non retribuito, vale a dire tutto il lavoro di autoformazione svolto individualmente. In sostanza chiediamo un’integrazione di reddito permanente visto che i precari e le precarie dei musei svolgono un lavoro per implementare le proprie professionalità e questo lavoro deve essere riconosciuto.

    Fine delle esternalizzazioni (cioè l’assunzione attraverso cooperative) e dell’impiego di volontari non retribuiti in tutte le attività di intermediazione museale.

    Queste tre richieste non mirano solo a tutelare i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, ma a difendere la loro professionalità e quindi la qualità del servizio erogato a tutto vantaggio dell’utenza. Inoltre la loro applicazione e il ragionamento sul ruolo dell’intermediazione dei musei che esse possono avviare hanno la funzione di mettere in discussione quello che oggi è l’approccio dominante: ovvero l’idea di Museo come luogo di “grandi eventi”, in cui contano “i grandi numeri” dei visitatori nel weekend. Questo approccio prevede una visione della cultura come merce, della visita al museo come consumo. In realtà i musei già oggi stanno in piedi perché vengono visitati dalle scuole e a parte rarissimi casi di musei di fama mondiale solo un rapporto stretto con le comunità circostanti può garantire una continuità nell’afflusso di utenza. Per questo occorre riequilibrare tutti i meccanismi di funzionamento delle strutture museali: la stessa logica dell’investimento economico nel museo come edificio e nel museo come collezione poggia su basi fragilissime, cioè sullo sfruttamento, sull’alienazione di lavoratori e lavoratrici che non vengono valorizzati nella loro professione ma sviliti. E svilendo la loro funzione finiscono per svilirsi anche la cultura, l’arte e la scienza. Se lavoratori e lavoratrici venissero valorizzati potremmo invece avere un rapporto costante e più produttivo con il mondo della scuola e con le comunità del territorio; in generale potremmo avere un approccio più consapevole e maturo della società tutta alla cultura, alla scienza e all’arte, non solo come merce da fruire in un consumo spesso distratto o ridotto a “status symbol” o ad “ore scolastiche da riempire in qualche modo con una gita al museo”.

    «Abbiamo creato un inizio di coordinamento ma vorremmo arrivare anche ad altre realtà»

    Con la vostra rivendicazione siete riusciti a creare un coordinamento tra diversi centri museali. Questo passaggio è importante perché indica che i problemi che avete incontrato nei singoli luoghi di lavoro sono in realtà comuni a molti. Secondo voi, la rivendicazione che state portando avanti può parlare anche ad altre esperienze di lavoro più o meno vicine alla vostra e ad altri territori?

    Abbiamo creato un inizio di coordinamento tra Muse, Mart e Fondazione Museo Storico del Trentino ma vorremmo arrivare anche ad altre realtà. Comunque sì, assolutamente. Il problema del precariato del lavoro culturale è diffuso e sentito a livello nazionale, basta vedere la proliferazione di gruppi e pagine dedicate a questo tema in fase di primo lockdown. Durante la primavera 2020 sono nati molti gruppi che si occupano del lavoro culturale, e dei suoi limiti, in un sistema economico e contrattuale che evidentemente non dà sufficienti garanzie, tutele e diritti, non offre spazi di crescita professionale e non permette una seria opportunità di lavoro per chi crede che nella cultura si possa e si debba lavorare stabili e remunerati.

    Senza dubbio la nostra azione si svolge in una realtà particolare: una Provincia autonoma alla cui amministrazione avanziamo le nostre tre richieste che servono a risolvere i problemi costanti in tutte le realtà museali. Ma crediamo che la strategia dell’organizzazione dal basso, al di sopra delle singole vertenze, e l’avanzare richieste “politiche” cioè non rivolte alle dirigenze dei singoli musei, ma a chi amministra il sistema culturale nel suo insieme siano un metodo valido per molte realtà.


    Illustrazione di Daniele Vanzo