martedì, 20 Aprile, 2021
More

    Funerali non richiesti. La sepoltura dei feti e il ruolo delle associazioni prolife

    di Laura Sebastio

    La sepoltura dei feti in Italia è consentita dal 1990, ma è solo facoltativa e a discrezione di donna e familiari se la gravidanza viene interrotta prima delle 20 settimane. Alcune regioni come la Lombardia e il Veneto, tuttavia, hanno approvato negli ultimi anni emendamenti che aggirano tale norma. Questo ha permesso alle associazioni prolife di celebrare veri e propri funerali. A Verona questo non avviene ancora, ma da tempo il consigliere Zelger sta preparando il terreno perché ciò diventi possibile.



    All’interno del Cimitero Monumentale di Verona vi è uno spazio denominato ‘Campo dei bambini’. Si trova poco dopo l’ingresso, proseguendo dritto nel primo enorme cortile interno, sulla sinistra. È uno spazio occupato da piccole croci e lapidi bianche che, a volte, recano foto e date di nascita e di morte, spesso invece, oltre al nome, vi è una sola data, che comprende in pochi numeri la breve storia di un bambino ‘nato morto’. A segnare l’inizio del Campo dei bambini c’è una statua, inaugurata nel 2012, raffigurante una madonna che tiene diversi bambini in un abbraccio nel suo generoso grembo. Sotto, una targa: IN MEMORIA DEI BIMBI NON NATI e relativa citazione biblica.

    Cosa dice la legge nazionale

    La sepoltura dei feti o dei prodotti del concepimento è consentita in Italia fin dal 1990 ed è normata dall’articolo 7 del decreto del presidente della Repubblica numero 285 sul regolamento di polizia mortuaria che dispone diverse procedure a seconda che si tratti di un “nato morto”, “feto” o “prodotto abortivo”. Con “nato morto” ci si riferisce ai feti che hanno compiuto le 28 settimane di età intrauterina e che sono stati dichiarati tali all’ufficiale di stato civile. In questo caso la sepoltura avviene sempre. Se il feto ha un’età compresa tra le 20 e le 28 settimane di gestazione e non è stato dichiarato “nato morto” all’ufficiale di stato civile, “i permessi di trasporto e di seppellimento sono rilasciati dall’unità sanitaria locale”, cioè è l’Asl a occuparsi della sepoltura (nel luogo dei cimiteri dedicato alle parti anatomiche riconoscibili) e non serve che i genitori ne facciano richiesta, a meno che non vogliano organizzare loro una cerimonia. Infine, se i feti hanno un’età presunta inferiore alle 20 settimane, la sepoltura è facoltativa e la richiesta deve essere compilata dai parenti entro 24 ore dall’espulsione del feto. In caso non venga fatta alcuna richiesta, i prodotti del concepimento vengono smaltiti direttamente dalla struttura ospedaliera tramite termodistruzione. In pratica: è sempre possibile seppellire i resti di una interruzione di gravidanza, anche se, bisogna dire, spesso non viene data la corretta informazione.

    Cosa dice la legge regionale

    Delineato il quadro nazionale, ci sono però delle leggi locali (regionali o comunali) che integrano, spesso sostituendosi, la legge nazionale. Quando presenti, generalmente introducono la sistematicità dell’informazione sulla possibilità di sepoltura dei prodotti del concepimento e, qualora la donna non se ne voglia occupare, inseriscono l’obbligo di sepoltura per questi ultimi. 

    È proprio questo il caso dell’articolo 25.2 ter della Legge Regionale 18, 4 marzo 2010 “Norme in materia funeraria” della Regione Veneto che introduce un emendamento alle norme in materia funeraria e che recita: «ad ogni aborto, verificatosi in una struttura sanitaria accreditata, anche quando l’età presunta del concepito sia inferiore alle ventotto settimane, nel caso in cui il genitore o i genitori non provvedano o non lo richiedano, l’inumazione, la tumulazione o la cremazione è disposta, a spese dell’azienda ULSS, in una specifica area cimiteriale dedicata o nel campo di sepoltura dei bambini del territorio comunale in cui è ubicata la struttura sanitaria».

    Come funziona a Verona

    A Verona attualmente si procede all’esecuzione della norma nazionale del 1990, secondo la quale gli embrioni e/o i feti di età gestazionale inferiore alle 20 settimane vengono trattati come rifiuti ospedalieri. Per quanto riguarda i feti abortiti tra le 20 e le 28 settimane (spesso frutti di aborto spontaneo o terapeutico) avviene, presso la stessa struttura sanitaria, una esplicita richiesta rispetto alla volontà o meno di farsi carico della tumulazione e, in caso di risposta negativa, i resti vengono presi in carico dalla ULSS e avviati all’interramento in campo comune al pari delle parti anatomiche riconoscibili.

    Cosa ne è dunque della legge regionale che vorrebbe estendere l’obbligo della sepoltura per tutti i prodotti del concepimento?

    La risposta ce la fornisce il consigliere che più di ogni altro ha a cuore il destino di coloro che le associazioni prolife chiamano ‘bambini non nati’: Alberto Zelger, raggiunto al telefono per l’occasione. Mostrando chissà perché una improbabile volontà di collaborazione con la rivista Malora, o, più probabilmente, non avendo alcuna idea di quest’ultima, ci dice, in sostanza, che ‘mancano le norme attuative’. Ed è per questo che, non più tardi di un paio di anni fa lui stesso, insieme ad Andrea Bacciga (consigliere comunale noto per i suoi legami con l’estrema destra), la capogruppo leghista Anna Grassi, Alberto Todeschini (coordinatore provinciale del Movimento giovani padani) e Irma Laganà (responsabile della sezione veronese dell’associazione Difendere la Vita Con Maria – ADVM), ha presentato in conferenza stampa un appello per sollecitare la Regione Veneto a emanare le disposizioni attuative relative all’articolo regionale già citato, in mancanza delle quali non è possibile attualmente mettere in pratica ciò che la legge si propone di fare. La compagine in conferenza stampa ha una sua importanza proprio per la presenza di Irma Laganà, responsabile di un’associazione –   ADVM – tra le più attive sulla questione del seppellimento dei ‘bambini non nati’ che nel nostro paese ha già messo in opera convenzioni con diversi enti locali, aziende e strutture sanitarie, riuscendo a sostituirsi al volere della madre e a bypassare la legge nazionale con la complicità delle normative locali.

    In che modo le associazioni antiscelta riescono a occuparsi del seppellimento dei ‘prodotti del concepimento’?

    Vediamo l’esempio della Lombardia, in cui nel 2007, sotto la giunta Formigoni, sono stati approvati emendamenti paragonabili a quelli della Regione Veneto e relative disposizioni attuative. In seguito a queste, le direzioni sanitarie sono tenute a informare i genitori della possibilità di richiedere la sepoltura anche sotto le venti settimane. In assenza di esplicita richiesta, le strutture devono comunque procedere alla tumulazione: dopo le 24 ore, infatti, tutto ciò che viene espulso non è più di “proprietà della madre”, ma risponde alla struttura sanitaria dove si è effettuato l’aborto. A questo punto si aprono varie possibilità, oltre ad un vuoto informativo su quello che succederà in seguito: se a Milano, dietro autorizzazione dell’Asl tutto viene spedito nelle aree cimiteriali, incenerito e le ceneri tumulate in una fossa comune, delimitata, senza apposizione né di lapidi, né di croci, a Cremona, almeno fino a qualche anno fa, si celebravano veri e propri riti funerari cattolici. Il Comune aveva infatti stipulato una convenzione con l’associazione ADVM, imponendo un vero e proprio monopolio cattolico nella presa in carico dei resti delle interruzioni di gravidanza. 

    Sostenitori in giunta: mozione 434 e ADVM

    Le future disposizioni attuative dell’articolo 25.2 ter della Legge Regionale 18, 4 marzo 2010 rappresentano un passo decisivo verso l’intromissione delle associazioni antiscelta nell’ esperienza –  del tutto personale – dell’interruzione di gravidanza: proprio in virtù dell’obbligo introdotto da tale articolo e relative disposizioni sarà infatti possibile a tali organizzazioni offrire la loro collaborazione e stipulare accordi con i Comuni e con le aziende sanitarie e ospedaliere per gestire praticamente le operazioni di registrazione e seppellimento dei prodotti del concepimento. Una gestione pratica che significa, ovviamente, anche una presa in carico economica da parte delle stesse associazioni. E che sorpresa se ritroviamo la stessa associazione ADVM tra le associazioni destinatarie dei fondi stanziati dal Comune di Verona a seguito della mozione Zelger 434 approvata nell’ottobre 2018. Per chi non lo ricorda, la mozione Zelger proclama Verona ‘Città della vita’ e impegna il Comune a finanziare progetti volti a sostenere donne incinte che, secondo i promotori, a causa di difficoltà economiche sarebbero propense all’interruzione di gravidanza. Tale scelta, che di fatto destina fondi ad associazioni dichiaratamente antiabortiste, scatenò un’ondata di protesta guidata dalla frangia veronese del movimento Non Una di Meno – poi rimbalzata a livello nazionale – che riteneva inaccettabile l’intromissione delle associazioni cattoliche nelle scelte delle donne nonché il finanziamento di progetti promossi da associazioni antiscelta con denaro pubblico. Tra i soldi stanziati in seguito all’approvazione della mozione, 1700 euro sono andati al Progetto Fede e Terapia, dell’associazione ADVM, che “si propone di offrire l’accompagnamento delle famiglie, in particolare per superare la sofferenza post aborto ed elaborare il lutto prenatale.” 

    Altro che sostegno economico a donne in difficoltà.

    Illustrazione di Andrea Mantani