martedì, 26 Ottobre, 2021
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    Agricoltura a sfruttamento zero: coltivare solidarietà, raccogliere diritti. Intervista a Gianni De Giglio

    di Daniele Bassi e Marco Pettenella

    Sfruttazero non è solo il nome di una salsa di pomodoro, ma di un’intera filiera produttiva autogestita che, fondata su principi solidaristici, garantisce il massimo rispetto del lavoro e della terra. È quindi nome di un progetto ambizioso: quello di andare oltre l’offerta di un mercato alternativo e praticare un’alternativa concreta alle logiche di mercato.


    Sfruttazero è un progetto di autoproduzione di salsa di pomodoro, condiviso tra Bari e Nardò dalle associazioni Solidaria e Diritti e Sud. L’obiettivo è quello di realizzare una filiera agroalimentare autogestita, rispettosa della terra e del lavoro. Con la rete nazionale FuoriMercato autogestione in movimento, Sfruttazero è impegnata nella costruzione di un’alternativa alla Grande Distribuzione Organizzata che, imponendo arbitrariamente il prezzo delle materie prime, determina forme di sfruttamento lungo tutta la filiera, dal lavoro nelle campagne fino al settore della logistica per la distribuzione del prodotto finito. Ne parliamo con Gianni De Giglio, attivista di Solidaria.

    Per la settima stagione consecutiva, anche in quest’anno così complicato, Sfruttazero c’è. Quali riflessioni hanno accompagnato il vostro lavoro?

    Mai come quest’anno abbiamo toccato con mano l’importanza di rimettere in discussione il sistema attuale. Per noi ciò significa ripartire dalla riappropriazione della produzione del cibo, intesa come cura dei propri territori, della terra tutta e degli esseri viventi che la popolano, di un lavoro che mette al centro le persone, i loro bisogni e diritti.

    Il manifestarsi di una pandemia globale e dell’emergenza sanitaria che n’è scaturita ha reso evidente lo stretto legame esistente tra il modello di produzione e la salute, avvisando di quanto sia necessario tornare ad un’economia di prossimità, ad un’agricoltura contadina capace di convivere in armonia con la natura, quanto sia fondamentale costruire filiere e sistemi alimentari non dipendenti dalle catene di approvvigionamento e distribuzione globali che si reggono sul profitto e che sono altamente inquinanti e strutturalmente funzionali alla speculazione. Queste le ragioni profonde che ci hanno motivato ad andare avanti in questa fase.

    Ci puoi spiegare come organizzate il lavoro e come funziona la vostra filiera? 

    Noi curiamo l’intero processo produttivo, dalla piantumazione dei pomodori sino alla distribuzione del prodotto. Quest’anno abbiamo piantumato 7000 piantine di pomodoro della tipologia San Marzano e Prunetto e la loro coltivazione è stata fatta con trattamenti agreocologici e biologici e secondo i criteri delle pratiche contadine. Abbiamo scelto di ridare importanza alle colture locali, impiegando solo varietà autoctone di pomodori. Noi di Solidaria coltiviamo i pomodori a Bari, in un terreno in affitto situato nel quartiere Japigia, un’area storicamente legata all’agricoltura, e che oggi prova a resistere a un’idea di sviluppo basata sulla speculazione edilizia. Per il terzo anno consecutivo abbiamo stipulato 6 contratti agricoli stagionali per il lavoro nel campo e un contratto per una persona assunta con ruoli amministrativi. Vi sono inoltre due persone con un contratto continuativo da ormai due anni ed impegnate nella coltivazione di ortaggi di stagione, a cui è dedicato un terzo del campo. I contratti sono stipulati dall’associazione Solidaria (appositamente iscritta alla camera di commercio) e le persone che vi lavorano ne diventano socie. 

    Da tre anni a questa parte, abbiamo affidato la trasformazione a Sapori di Casa, un piccolo laboratorio di Conversano (nel barese) a conduzione familiare in linea con la nostra idea di filiera.

    Grazie alle reti FuoriMercato e Genuino Clandestino, la distribuzione raggiunge poi i mercatini di autoproduzioni (a Verona segnaliamo la Folaga Rossa ed il GasP!, NdR), le cucine e gli spacci popolari, gli spazi autogestiti (a Verona La Sobilla, Ndr) e le piccole botteghe. Dal 2018 ci siamo dotati di un furgone, grazie al quale abbiamo avviato una logistica autogestita anche fuori dalla Puglia.

    Qual è la composizione sociale degli attivisti di Solidaria, e chi sono i lavoratori e le lavoratrici impegnati con Sfruttazero?

    Da sempre la nostra è una realtà che unisce nativi e migranti. Solidaria nasce nel 2014 proprio dall’incontro tra rifugiati africani e giovani precari di Bari con l’obiettivo di avviare percorsi di mutualismo e lavoro collettivo. Un percorso iniziato ancora nel 2008 supportando i e le migranti nelle rivendicazioni per il diritto ai documenti e ad un’accoglienza dignitosa, praticando forme di solidarietà dal basso ‒ sportello di orientamento legale e sanitario e corsi d’italiano ‒ e sostenendo forme di riappropriazione di immobili pubblici abbandonati a scopo abitativo. Grazie a queste lotte il Comune di Bari ha concesso l’utilizzo di un immobile, Villa Roth, in cui attualmente vivono assieme italiani e africani con regolare domiciliazione. La maggior parte delle persone che lavorano con Sfruttazero sono residenti qui. Per quanto riguarda i/le migranti, si sa quanto un contratto di lavoro sia fondamentale per il permesso di soggiorno. In tal senso la collaborazione tra Sfruttazero e Villa Roth costituisce un prezioso percorso socio-lavorativo di inclusione. Mutualistico e non assistenzialista. 

    Ci sono altre realtà locali con cui avete una relazione così stretta e virtuosa?

    Va sicuramente nominato Ortocircuito, il primo orto sociale di Bari nato come progetto della masseria didattica Masseria dei Monelli, che fa dell’agricoltura uno strumento di condivisione e costruzione di comunità. 

    Altro fondamentale tassello è lo spazio occupato Bread&Roses. Situato in uno stabile pubblico abbandonato, ospita il magazzino di stoccaggio delle salse. È quindi un luogo imprescindibile per la nostra logistica, ma anche in questo caso l’aiuto è reciproco. Ospitando Sfruttazero – tra altre cose – lo spazio è riconosciuto in città come attivo protagonista di quel percorso socio-lavorativo di inclusione di cui già si parlava. Nel suo insieme si crea così una rete di mutuo aiuto tra realtà associative, cooperativistiche e spazi sociali. Un’interazione di questo tipo è quella che con la rete FuoriMercato chiamiamo “sindacalismo a insediamento multiplo”. 

    Che cosa intendete con questa definizione?

    Ci riferiamo proprio ad una rete di soggettività diverse che, unendo l’elemento rivendicativo-conflittuale a quello mutualistico, consente di praticare alternative. Le realtà che ho nominato ne sono un esempio. Parliamo di attività sinergiche capaci di affrontare la complessità delle contraddizioni sistemiche e sostenere a più livelli le vertenze che cercano di farvi fronte, in una ibridazione tra politico e sociale direttamente proporzionale alla creatività sociale di chi le anima. Qualcosa, insomma, che pur non rovesciando i rapporti di forza ci permette di resistere e mostrare che altre forme di economia (produttiva e riproduttiva) sono possibili. In questo senso, per completare il ragionamento, anche l’azione sindacale quotidiana, intesa come strumento di democratizzazione di un’impresa o di un settore aziendale, è il preludio a modelli di economia sociale e di democrazia economica. L’attività mutualistica a sua volta conferisce nuova credibilità agli strumenti sindacali di autodifesa, per esempio tramite le casse di mutuo soccorso e la costruzione di luoghi fisici ricchi di socialità e “solidarietà positiva”. 

    A proposito di cassa, come vi finanziate?

    Principalmente con le campagne di pre-acquisto, che è un modo per creare una relazione di fiducia reciproca, all’interno della quale si riconosce l’importanza e la responsabilizzazione di tutti i soggetti che partecipano alla filiera, consumatori compresi. Chi sceglie di pre-acquistare diventa a tutti gli effetti una/o finanziatrice/tore, con la consapevolezza di supportare i costi che affrontiamo lungo le prime fasi, agricola e trasformativa, e di consentirci di non ricorrere a prestiti bancari. Così facendo non vogliamo essere semplicemente un mercato alternativo, ma un’alternativa concreta alle logiche di mercato, che è ciò che da sempre proviamo a realizzare assieme a tutti i soggetti di FuoriMercato. 

    Per quanto riguarda l’esperienza della casse di mutuo soccorso a cui mi riferivo, dal 2015, abbiamo deciso insieme a Diritti a Sud di destinare il 2% del ricavato derivante dalla distribuzione della salsa Sfruttazero a una cassa – chiamata appunto Cassa di Mutuo Soccorso – con cui cerchiamo di sostenere vertenze o progetti mutualistici con cui sentiamo una particolare sintonia. 

    Ci puoi fare degli esempi?

    In questi anni le relazioni coltivate grazie alla Cassa sono molte. Per noi è stato particolarmente significativo aver partecipato al crowdfunding di Mondeggi, la “fattoria senza padroni” a Bagno a Ripoli (Firenze), per l’acquisto di un trattore. O aver sostenuto la cooperativa agricola Karadrà, i cui terreni e raccolti, tra Aradeo e Cutrofiano nel Salento, sono stati distrutti da un incendio doloso nel luglio del 2018. Per rimanere all’intersezione tra le lotte per i diritti nel lavoro agricolo e quelle antirazziste, segnalo la nostra partecipazione alla Campagna Portiamo l’acqua al ghetto di Campobello di Mazara (Trapani), dove vivono in situazioni molto critiche i migranti impegnati nella raccolta delle olive (campagna che ha recentemente raggiunto il suo primario obiettivo, NdR). Molto importante da un punto di vista politico è stato anche il contributo dato per le spese legali della Sea Watch o, nel 2019, il sostegno alla raccolta organizzata per compensare il crollo delle buste paga delle lavoratrici e dei lavoratori francesi in sciopero contro la riforma delle pensioni e la politica economica neoliberista del governo Macron. Ma tante altre ancora sono state le realtà agricole e cooperativistiche, o i movimenti e le vertenze che abbiamo sostenuto. Ultimissimo esempio, importante da fare perché esplicativo di come “l’insediamento multiplo” possa intercettare il lavoro riproduttivo, è la nostra collaborazione con Non una di Meno: in occasione dello sciopero dell’otto marzo non solo la Cassa ha potuto sostenere economicamente lavoratrici in nero non tutelate in caso di sciopero, ma la rete ha anche permesso concretamente a tutte di prendere parte alle iniziative grazie a un pranzo organizzato a Villa Roth per sperimentarci in forme condivise del lavoro di cura.

    Che progetti avete per il futuro?

    Nell’immediato, in questo tempo ancora segnato dalla pandemia, è e sarà fondamentale denunciare quanto le istituzioni nazionali e regionali stiano giocando pericolosamente a mettere in contraddizione alcuni diritti fondamentali come salute e istruzione, o il diritto al reddito e quello al lavoro sicuro, scaricando le responsabilità sulle singole persone e sui loro comportamenti. Le pratiche di mutuo soccorso anche qui sono fondamentali: la migliore risposta a chi cerca di mettere gli uni contro gli altri è certamente quella della costruzione di comunità, di legami solidali.

    Come progettualità di largo respiro, sul piano dell’offerta, grazie ad una serie di produttori locali che hanno aderito a FuoriMercato, vogliamo poter distribuire non solo la nostra salsa. Dall’ottobre 2019, come rete economica barese di FM, disponiamo di un paniere di alcune decine di prodotti freschi e conservati che distribuiamo attraverso un Emporio ubicato al Bread&Roses. Si tratta di uno spaccio di comunità a supporto di una rete di produttori e produttrici locali organizzata e gestita direttamente dai fruitori e dalle fruitrici, che ci permette di offrire un servizio capace non solo di criticare la “grande distribuzione organizzata”, ma anche di rafforzarci nel nostro tentativo di rappresentarne un’alternativa concreta. Una sorta di “piccola distribuzione organizzata” che, in quanto tale, non vuole solo soddisfare le classiche istanze del consumo critico, ma essere vera e propria lotta quotidiana. Lotta, in primo luogo, per la sostenibilità economica di questa stessa filiera il che significa, concretamente, una pratica di democrazia economica. Durante le nostre assemblee abbiamo imparato a redigere bilanci, gestire contratti di lavoro, decidere collettivamente quanto produrre e che prezzo dare ai prodotti. Si tratta di un esercizio collettivo che ancor prima che con la politicizzazione e la sindacalizzazione ha a che fare con l’alfabetizzazione alla gestione di una filiera produttiva che, in quanto autogestita e fondata su principi solidaristici e non competitivi, è intrinsecamente alternativa al capitalismo. 

    Rimane infine il nodo logistico sulle grandi distanze. Di quello che distribuiamo fuori dalla Puglia, ad oggi, solo il 30% circola tramite vie alternative ai corrieri tradizionali. Da questo punto di vista si rende necessario lavorare alla costituzione di una cooperativa dedita alla sola distribuzione, attenta non solo alle condizioni di lavoro, ma anche alla mobilità sostenibile. Un progetto ambizioso e senza dubbio complesso, ma su cui insieme a tutte le realtà nazionali di FuoriMercato stiamo ragionando.

    Illustrazione di Edoardo Marconi