domenica, 24 Gennaio, 2021
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    Life ursus, dal ripopolamento al lager per orsi

    di Jara Bombana

    La questione orsi in Trentino, nata con il progetto di ripopolamento di questi animali all’inizio del 2000, negli ultimi anni ha messo in luce effetti problematici di inadeguatezza politica da un lato e di schizofrenia di intenti dall’altro, tra la volontà di riportare il plantigrado sulle montagne e l’incapacità di gestire questa operazione e tutti gli elementi connessi


    Gli orsi tornano sulle montagne trentine per volontà dell’uomo con il progetto Life Ursus (1996), finanziato con 825.000 euro dall’Unione Europea e promosso dal Parco Naturale Adamello Brenta in collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (ISPRA). La finalità del progetto è la reintroduzione dell’orso bruno nei territori alpini, con un rinsaldamento tra le popolazioni ursine presenti e l’espansione sull’Arco Alpino centro-orientale; per queste ragioni veniva definito nel protocollo come “il più ambizioso intervento di conservazione attiva della fauna mai tentato in Italia”. Ma più di qualcosa è andato storto, a partire dalle premesse di quel piano.

    Lo stadio iniziale si basava su uno studio di fattibilità che prevedeva la reintroduzione di 9 individui (3 maschi e 6 femmine di età tra 3 e 6 anni) con lo scopo di rifondare nell’arco di 20-40 anni una popolazione di 40-50 individui. Le aree individuate e ritenute idonee erano il Trentino occidentale e le province di Bolzano, Brescia, Sondrio e Verona, per un totale di oltre 1700 kmq. Per valutare il gradimento dell’iniziativa, era stato preliminarmente diffuso a circa 1500 abitanti di quelle zone un sondaggio: la percentuale di oltre il 70% che si dichiarava a favore del rilascio degli orsi nell’area saliva all’80% con la possibilità di adottare misure di prevenzione dei danni e gestione delle possibili emergenze.

    Il progetto prende avvio nel 1999 quando vengono liberati i primi due orsi, Masun e Kirka, a cui ne seguono altri 8 tra il 2000 e il 2002 e si conclude nel 2004 registrando 50 esemplari nell’area interessata, monitorati da radiocollare e marche auricolari. Sebbene la conclusione dei reinserimenti viene presentata come un grande successo, ben presto viene a galla l’impreparazione degli organi amministrativi e la reiterata inosservanza dei protocolli per gestire la convivenza con gli animali. Grande eco ha infatti il caso di Daniza, l’orsa portata dalla Slovenia in Trentino nel 2010 e uccisa nel 2014 dall’anestetico durante la cattura disposta perché  l’orsa aveva ferito un cercatore di funghi. L’uomo si era nascosto dietro un albero per osservare i suoi cuccioli, trasgredendo ad una delle regole principali, ovvero tenersi lontani dai cuccioli di orso per non spaventare la madre. Nel 2017 è la volta dell’uccisione di KJ2, che è valsa un procedimento penale ancora in corso contro l’ex presidente della Provincia, Ugo Rossi.

    Ma a partire dalla scorsa estate l’accanimento delle autorità provinciali ha imboccato un’accelerazione preoccupante, portando alla ribalta nazionale la situazione che vede ad oggi rinchiusi nel Centro di recupero Faunistico “Al Casteller”, di proprietà della Provincia e gestito dalla Protezione Civile, M49 – ribattezzato Papillon, M57 e DJ3, figlia dell’orsa Daniza, detenuta da nove anni per aver predato una pecora. Il 27 luglio scorso M49 evade per la seconda volta dal Casteller (la prima risale al 15 luglio del 2019) dimostrando in maniera inequivocabile il desiderio di libertà dell’animale, e il 23 agosto, dopo che il presidente della Provincia di Trento Maurizio Fugatti dichiarava che “in caso di necessità procederemo con gli abbattimenti di esemplari problematici”, viene narcotizzato e catturato anche M57, l’orso che ad Andalo aveva aggredito un carabiniere che si trovava in camminata.

    Cattura di M57

    Le associazioni animaliste protestano definendo poco chiare le circostanze dell’aggressione e chiedono che la gestione degli orsi torni in capo al Ministero dell’Ambiente ritenendo, anche alla luce dei fatti, inadeguati i servizi provinciali. Nel frattempo, in data 11 agosto la giunta provinciale emanava un’ordinanza che prevedeva la cattura e la reclusione a vita di un’altra orsa, JJ4. Le associazioni presentano un ricorso al Tar di Trento che lo respinge, esprimendosi a favore della carcerazione senza considerare il fatto che l’orsa è madre di tre cuccioli ancora dipendenti e che da novembre a marzo è in letargo. Il 27 novembre la Terza Sezione del Consiglio di Stato respinge l’istanza di ricusazione avanzata dal Presidente della Provincia Autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, nei confronti del Presidente della Terza Sezione Franco Frattini. Il 12 ottobre, infatti, Frattini aveva accolto la richiesta avanzata da Enpa e da Oipa di sospensiva dell’ordinanza di cattura e captivazione permanente. Il 10 dicembre il Consiglio di Stato stabilisce che l’orsa deve rimanere libera. Per verificare le condizioni di M49, M57 e DJ3 a Casteller, il 21 a settembre viene ordinato  un sopralluogo dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa. La relazione del Cites, il servizio dei Carabinieri che si occupa delle specie protette, evidenzia una situazione di grave stress psico-fisico, incompatibile con il benessere degli orsi,  a causa degli spazi stretti in cui sono obbligati a convivere e a seguito della sedazione continua, aggravata dalla somministrazione in dosi massicce di psicofarmaci con effetto inibitorio del sistema nervoso centrale, per controllare lo stato di stress procurato dalla reclusione forzata. A questo si aggiunge quanto riferito dal medico veterinario circa i comportamenti ossessivi degli animali, per cui M49 sbatte contro la recinzione della sua tana, M57 ripete dei movimenti ritmati procurandosi lesioni corporee e DJ3 non mangia per paura degli altri due esemplari maschi. Ad oggi la Procura della Repubblica ha aperto quattro inchieste sulle ordinanze di cattura e abbattimento e sulle condizioni in cui versano gli animali al Casteller.

    Per protestare contro la detenzione ingiustificata e i maltrattamenti sugli orsi, il 18 ottobre scorso, 500 attivisti da tutta Italia si sono radunati in un corteo organizzato da Assemblea Antispecista, Centro sociale Bruno, Coordinamento Studenti medi Trento-Rovereto e Fridays for Future Trento e hanno manifestato incatenandosi davanti ai cancelli del Casteller abbattendo oltre 70 metri della rete esterna. Gli attivisti pongono l’accento sul fatto che la Provincia si accanisca a perseguitare gli orsi per il semplice fatto di comportarsi da orsi e su come venga usata strumentalmente la sicurezza dei cittadini, poiché in circa vent’anni sono stati solo quattro – 2014, 2015, 2017 e 2020 – i casi di aggressione ad umani e sempre senza alcuna vittima, e in tre di questi si trattava di madri che difendevano i cuccioli; nello stesso periodo sono stati invece 37 gli orsi abbattuti, avvelenati, uccisi per “errore”, scomparsi o imprigionati. Anche gli allevatori, che ricevono ingenti indennizzi dalla Provincia per ogni animale ucciso o danneggiato dai grandi carnivori, dimenticano di ricordare che nell’arco alpino, ogni anno, si verificano in media centodieci attacchi a umani da parte di bovini  che, considerati animali da reddito, non rientrano nel cluster di problematicità o che durante la stagione venatoria 2019/2020 sono state 95 le vittime, di cui 27 morti e 68 feriti, tra cacciatori e non cacciatori.

    Volantini della campagna #stopcasteller

    E’ evidente dunque come i depliant ammiccanti, prodotto di un preciso marketing territoriale per incentivare il turismo, con gli orsi in bella mostra a promozione di un territorio a tutela della biodiversità, immagine di un Trentino “oasi naturale” in cui il rapporto tra l’uomo e gli animali è all’insegna del rispetto e della salvaguardia, non sono supportati da una preparazione, gestione e prevenzione adeguata. Le degenerazioni degli ultimi mesi, a partire dall’emanazione ulteriormente restrittiva della legge provinciale Trento n. 9 dell’11 luglio 2018 con cui è stata introdotta la possibilità di cattura e di uccisione degli orsi problematici, mostrano una deliberata semplificazione della questione, attraverso l’adozione di soluzioni finali o altamente lesive nei confronti degli animali. Ma perché non si è ricorso all’attuazione dei protocolli previsti, a partire dalla dotazione di cassonetti anti orso, recinti elettrificati o cani da guardiania? O perché si è assistito alla totale mancanza di ricorso alle azioni di dissuasione previste dal Pacobace, il Piano di conservazione dell’orso Bruno sulle Alpi? Secondo il Rapporto Grandi Carnivori, curato dalla Provincia di Trento e la ricerca condotta dal 2015 sull’analisi dei ritmi di attività degli animali, è emerso come gli orsi modificano i ritmi di attività e la loro distribuzione per evitare le fonti di disturbo antropico: laddove sale la curva di presenza dell’uomo nel corso della giornata, scende quella dell’animale.

    La categoria di pericolosità viene invece sempre più spesso invocata per animali selvatici che predano capi di bestiame – è il caso di Papillon – senza pensare ad azioni dissuasive o addirittura preventive, quali la segnaletica su percorsi isolati o la formazione adeguata dei cittadini e dei turisti, fornendo al contrario, come soluzione, l’abbattimento o la cattura e la carcerazione nel Centro di Casteller, luogo nato con altre finalità e ormai  saturato dalla presenza dei tre esemplari ad oggi incarcerati. 

    La politica aggressiva e specista attuata nei confronti degli orsi in Trentino testimonia un atteggiamento di rimozione della questione di convivenza, che a suo tempo era stato un motivo di vanto e un’occasione per far arrivare dei cospicui finanziamenti alla Provincia.  Anche su questo punto la faccenda si complica: il sito Trentino 5 Stelle, nel denunciare la mala gestione dell’affare orsi, nel 2014 sosteneva che il Parco del Brenta avesse ricevuto 3 milioni e 600 mila euro e che nel settembre 2009 le istituzioni trentine insieme ad altri promotori si ricandidavano per un nuovo progetto quadriennale di conservazione dell’orso bruno denominato Arctos, che prevedeva la compartecipazione ai costi stimati in 4 milioni di euro, di cui 2 milioni e 700 mila a carico dell’UE. Ma la questione non è solo non aver considerato il rapporto tra selvatici e aree fortemente antropizzate nel rispetto dei primi, bensì aver tralasciato colpevolmente l’aspetto dell’animalità, ovvero di soggettività forti con le proprie logiche, e non categorie da gestire secondo gli schemi e i contesti predefiniti dalla società umana. 


    Francesco de Giorgio, biologo ed etologo antispecista, inquadra bene il problema:  «Spesso si parla troppo genericamente di “natura”, usando la dicotomia “per natura” e “contro natura”, che può essere molto fuorviante e anche pericolosa per gli (altri) animali. E per esempio, “per natura” gli orsi evitano gli umani, oppure è “contro natura” che i cinghiali frequentino aree urbane. Questa dicotomia, che sembra rispondere a delle evidenze scientifiche, in realtà non tiene conto del cruciale valore della soggettività, che cambia, sovverte, incide su ogni, presunto, ordine naturale. In realtà gli orsi non esistono, esiste quell’orsa, così come i cinghiali non esistono, esiste quel gruppo socio-famigliare. Le scienze animali, sia naturalistiche, sia veterinarie, sia zootecniche, mancano di questa prospettiva e quindi categorizzano gli animali e l’Animalità, pensando di semplificarne la comprensione, mentre nei fatti li negano. Questo rappresenta un grave danno non solo per gli animali, ma anche per la conoscenza, la cultura e, perché no, anche per quella politica animale, che tocca anche gli animali umani nella coesistenza con gli altri animali. La questione sulla convivenza con altre Animalità, non può che essere culturale, di un cambio del paradigma culturale, ma è una questione anche politica, di lotta politica. In questo senso la scienza è prima di tutto specista, quindi anch’essa necessità di un salto di paradigma; poi è lenta, appesantita dalla ricerca dell’evidenza scientifica, del dato, dei fatti, soprattutto oggigiorno, ed è mancante di un vero ragionamento scientifico. La soluzione per me è prima di tutto la liberazione immediata dei tre orsi detenuti, perché essi sono la soluzione, non il problema. Soluzione perché sono proprio loro ed altre Animalità, anche umane, a poter facilitare una logica animale, un’autodeterminazione animale, che possa fare da modello culturale e politico, in una convivenza dialogica ed emancipata».

    Intanto la mobilitazione per gli orsi trentini non si ferma: nella notte fra il 16 e il 17 dicembre, in molte città italiane – Trento, Milano,Torino, Venezia, Verona, Padova, Treviso, Vicenza, Verona, Vercelli – gli attivisti della campagna #StopCasteller hanno riportato alta l’attenzione sulla liberazione di questi animali con l’affissione di manifesti, cartelli e adesivi per ricordare la terribile e continua violenza cui sono sottoposti i plantigradi portati in Trentino per la ripopolazione e la carcerazione di tre di loro nel centro Casteller.

    Illustrazione di aBpR