giovedì, 4 Marzo, 2021
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    Le foibe spiegate bene. Intervista a Eric Gobetti

    di Oreste Veronesi

    “E allora le foibe?” di Eric Gobetti, pubblicato a gennaio da Laterza, ripercorre la storia dell’Alto Adriatico alla fine della seconda guerra mondiale sfatando narrazioni tossiche e ricostruendo con sintesi e linguaggio accessibile le più complesse vicende che hanno caratterizzato il confine orientale.


    Il 7 Febbraio 2019 il consiglio comunale di Verona ha approvato la mozione 862 che impegna il Comune a disincentivare eventi che minimizzano o “siano oggetto di teorie negazioniste o giustificazioniste” delle foibe. Negli stessi mesi in tutte le scuole venete è stato distribuito dalla Regione il fumetto “Foiba Rossa”, edito dalla casa editrice di estrema destra Ferro Gallico. Da diversi anni le vicende del confine orientale alla fine della seconda guerra mondiale sono strumentalizzate da gruppi neofascisti i cui argomenti sono ripresi dai più alti livelli istituzionali. Per fare chiarezza sul tema, di cui ricorre il 10 Febbraio il “Giorno del Ricordo”, abbiamo intervistato lo storico Eric Gobetti autore del volume “E allora le foibe?” (Laterza, 2021). 


    Il termine “Foibe” si è diffuso nel dibattito pubblico caratterizzando fenomeni molto diversi tra loro. Ma di cosa parliamo quando usiamo questo termine?

    Il fenomeno delle foibe è legato a due momenti specifici, scollegati tra loro e nemmeno collegati del tutto alle foibe nel senso proprio del termine, ovvero le cavità carsiche dove vengono gettati i corpi dopo l’uccisione. Con questa funzione vengono usate soprattutto nel 1943 per occultare i cadaveri e diminuire la probabilità di rappresaglie sui villaggi da parte dei tedeschi. Ma vengono usate molto meno del 1945 quando la maggior parte delle vittime muore nei campi di prigionia jugoslavi. Però sono due fenomeni molto specifici e precisi. Il primo accade nell’arco di meno di un mese fra l’8 settembre 1943 e gli inizi di ottobre, e il secondo nella primavera del 1945, dopo la liberazione della zona dell’alto adriatico.

    Eric Gobetti

    Nel libro sostieni che è stato un tema tabù per lo schieramento conservatore. E a leggere la tua ricostruzione, anche oggi affrontare storicamente quei fatti sembra essere un tabù. Significherebbe riconoscere più le responsabilità fasciste e dell’imperialismo italiano che quelle dei partigiani e delle popolazioni della Jugoslavia?

    E’ ovvio che se si vuole raccontare questa storia in maniera corretta e comprensibile non si può iniziare dall’arrivo dei partigiani. La storia comincia prima e per capire le motivazioni di quelle vicende bisogna capire cosa li anima, qual è il loro obiettivo, perché sono così arrabbiati. Innanzitutto bisogna comprendere quella vicenda all’interno della seconda guerra mondiale, che fa decine di milioni di morti solo in Europa. E poi bisogna inquadrarla nel contesto storico di quei territori, che hanno vissuto una stagione di violenza che comincia con la fine della prima guerra mondiale. Anche prima del 1918 c’erano momenti di tensione, però la convivenza delle popolazioni nella lunga epoca dell’impero austro-ungarico era stata sostanzialmente pacifica. Dal 1918 le cose cambiano perché questo territorio entra a far parte di uno stato-nazione, l’Italia, che diventa presto uno stato fascista e impone con la violenza l’appartenenza a un’unica identità nazionale. Quindi questa storia di violenza inizia con il nazionalismo italiano. Tutto questo era difficile da affrontare nella Prima repubblica. Da una parte è vero che si voleva evitare di mettere in discussione il mito fondativo della repubblica, quello partigiano. Ma bisognava anche mettere in discussione l’operato dello stato fascista, e dell’esercito italiano. Era l’esercito italiano che aveva commesso quei crimini, creato campi di concentramento, ucciso civili. E bisognava per forza parlarne per capire la vicenda. Quindi non si volevano mettere in discussione questi due elementi. E paradossalmente anche oggi non è molto facile. Da una parte è stato molto difficile per le sinistre accettare di mettere in discussione l’operato della resistenza, che è un’operazione che va fatta, almeno moralmente. Dall’altra le istituzioni non hanno nessuna intenzione di sottoporre a critica l’operato del regio esercito, all’epoca fascista, che ha commesso quei crimini. Questo è davvero grave, perché riguarda le nostre istituzioni. Questo stato dovrebbe assumersi la responsabilità dei crimini fascisti, ad esempio con una visita al campo di concentramento Arbe, che si trova di fronte a Fiume, dove sono morti 1500 civili in gran parte sloveni.

    L’uso del concetto delle Foibe serve a drammatizzare la narrazione di questo passaggio storico. Nel libro ne parli facendo riferimento al film “Rosso Istria” e al fumetto “Foiba rossa”.

    Il film e il fumetto raccontano la stessa storia, quella di Norma Cossetto, che è ormai diventata una sorta di martire nazionale, usata strumentalmente come esempio di tutta la vicenda. L’estrema destra sta portando avanti una vera offensiva in questo senso, come dimostrano le intitolazioni di parchi, vie e giardini pubblici. Però questo personaggio è molto problematico. La famiglia di Cossetto è fascista e viene colpita in quanto rappresentante delle istituzioni fasciste: il padre di Norma è un podestà e lei è nei gruppi universitari fascisti. Il che non ne giustifica l’uccisione, naturalmente. Ma portare l’esempio di una persona uccisa per le sue posizioni politiche mette in crisi lo stereotipo che si è voluto costruire delle vittime in quanto italiane, quindi della pulizia etnica. Tuttavia mettendo insieme due storie, una vera, cioè il fatto che sia stata uccisa perché fascista, e una falsa, cioè che gli italiani venissero uccisi perché italiani, ne viene fuori che lei è stata uccisa perché italiana e quindi fascista: fascismo e italianità diventano la stessa cosa. Nel film è molto evidente, ma anche nel fumetto che porta come sottotitolo ”storia di un’italiana”. Invece no, è una storia fascista. Questa confusione di piani fra italianità e fascismo porta alla celebrazione delle vittime fasciste. E per la Repubblica italiana, fondata sui valori antifascisti, è un fatto grave. Una parte significativa delle persone che hanno ricevuto la medaglia come infoibati erano fascisti conclamati se non addirittura militari che combattevano al fianco dei nazisti. Questa assimilazione fra italiani e fascisti poi non fa bene soprattutto gli esuli, che finiscono di nuovo per essere considerati fascisti anche se non lo erano. Quindi si identificano i fascisti come vittime e tutte le vittime come fasciste, addossandogli colpe che non hanno.


    Parlando di esodo, nel tuo libro affronti questo tema partendo un aneddoto personale: l’incontro con Giuseppe Bulva, un vecchio ragazzo di 86 anni che si definisce fascista, ma che ha vissuto gran parte della sua vita in un paese socialista.

    Questa è una storia singola che racconta una vicenda molto comune, e serve a guardare a quegli eventi nella complessità in cui si sono verificati: l’esodo non è frutto dell’espulsione della popolazione italiana da parte delle autorità jugoslave, come spesso viene rappresentata in Italia e in molti film, come “Il cuore nel pozzo”. L’esodo è un fenomeno molto lungo che comincia già durante la guerra e termina a metà degli anni Cinquanta, dopo la definitiva attribuzione dei confini del 1954. Ed è un fenomeno che ha molte ragioni, ma nulla a che fare con un’espulsione. Cosa che avviene invece nel territorio jugoslavo con la popolazione tedesca. I tedeschi sono riconosciuti come gruppo etnico nemico dello stato jugoslavo perché avrebbero appoggiato in toto l’occupazione nazista. Quindi vengono espulsi tutti, per legge. Cosa che non avviene con gli italiani. Non vengono considerati tout court fascisti e nei loro confronti c’è una politica di accoglienza, che veniva definita di fratellanza italo-slava. Dopodiché, nel libro lo dico chiaramente, si creano delle condizioni di tale difficoltà di vita da parte di queste persone, non solo per gli italiani ma per la maggioranza della popolazione, per cui chi può scegliere, cioè gli italiani che hanno la possibilità per legge di “optare”, come si diceva all’epoca, scelgono l’Italia per tante ragioni: le difficoltà di vita, ma anche la speranza di vivere in un territorio più accogliente per loro.

    In questi anni sono stati pubblicati tanti libri sulle “Foibe”, eppure nel testo parli di un’ “urgenza” da cui è scaturito il tuo. Puoi spiegarci da cosa nasce?

    C’è un aspetto personale e uno più generale di utilità pubblica. L’aspetto personale ha un carattere professionale, legato alla distorsione con cui questi temi sono discussi nel dibattito pubblico. La ricerca storica è molto chiara, gli storici condividono tutti lo stesso quadro, eppure il dibattito pubblico è falsato, pieno di errori e confusione. C’è quindi la necessità di ribadire la rilevanza della ricerca storica, che è il mio mestiere. Ma c’è anche una necessità etico-morale, di fronte a un tema sempre più strumento politico dell’estrema destra italiana, che ne fa una sorta di bandiera per rendersi credibile. Il tentativo è allora quello di provare a spuntare quest’arma. Certo esistono già molti libri sul tema, ma questo forse è il primo che mette insieme sinteticamente i risultati della ricerca, ridotti all’osso per un lettore “medio”, e un’analisi delle contraddizioni del discorso politico e mediatico.

    Quindi provi a colmare un vuoto, in cui il lavoro degli accademici possa parlare anche a un pubblico più ampio..

    Il problema è che i lavori degli accademici non sono riusciti a raggiungere l’opinione pubblica e il discorso pubblico non è fatto dagli accademici. Quello che si vuole raccontare è in gran parte pura fantasia e non coincide con la ricerca storica. Ad esempio, se noi vogliamo presentare questa storia come una pulizia etnica diciamo una bugia. Tutti gli studiosi sanno perfettamente che non è una pulizia etnica. C’è una espulsione della storia dalla costruzione memoriale su questa vicenda. E’ grave perché è strumentalizzata dall’estrema destra, ma sarebbe grave anche se fosse funzionale alla memoria della repubblica. Perché raccontare falsità non porta da nessuna parte.

    Fucilazione di cinque partigiani sloveni ad opera di soldati italiani, villaggio di Dane, 31 luglio 1942. Foto spesso usata erroneamente per rappresentare la vicenda delle foibe.

    Credi sia ancora possibile affermare una pratica democratica e storiograficamente rigorosa nel dibattito su questi argomenti?

    Non credo abbia senso perdere le speranze. Credo si stia sempre più diffondendo un atteggiamento dubitativo su questi temi. E forse è questa la ragione del successo di questo libro, che prova a dire a un pubblico comune: proviamo a ragionare insieme su quello che è successo. Inoltre credo ci sia la possibilità di influire sulle politiche della memoria. Ad esempio io ho sottoposto a critica gli interventi dei presidenti della repubblica, in particolare Napolitano e Mattarella, che hanno parlato di pulizia etnica, facendo notare come sia un termine sbagliato, messo in discussione da tutti gli studiosi. Non vuol dire per questo che critico il loro intero operato o loro stessi come politici. È una critica costruttiva, li invito a rivedere le proprie posizioni in merito a questo tipo di narrazione.

    E’ necessario e doveroso costruire delle politiche della memoria europee, che abbiano una prospettiva transnazionale. Nell’Unione Europea di oggi non è possibile continuare con politiche della memoria rivolte solo al proprio Paese. Lo si vede in tutti i rapporti internazionali. Nei discorsi ai memoriali che vengono fatti a livello europeo non ci sono più discorsi nazionalisti. L’Italia è uno dei pochi paesi che mantiene, su questa vicenda in particolare, un atteggiamento fortemente nazionalista che non a caso suscita continue proteste in Slovenia e Croazia. E’ ovvio che bisognerà trovare una mediazione, che non deve essere la costruzione di una memoria condivisa, che è impossibile, ma una memoria integrata. Si devono integrare le diverse memorie nazionali e creare una memoria europea, che sia costruita da più memorie differenti. Mi auguro che anche l’Italia prima o poi faccia questo passo. Per farlo deve usare anche libri come il mio. Sono uno studioso che conosce le lingue jugoslave, che ha studiato in quegli archivi, conosce quei territori. Questo mi consente di adottare anche un altro punto di vista. All’inizio del libro dico proprio questo: noi parliamo di “confine orientale”, ma quello è il “nostro” confine orientale, per qualcun altro sarà “occidentale” o “meridionale”. Proviamo ad accettare anche altri punti di vista e troveremo il modo di pacificare le memorie.

    Illustrazione di Alfredo Dante Vallesi