venerdì, 23 Luglio, 2021
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    Frammenti di corpo lesbico

    di Eva Feole

    Uscito nel dicembre 2020, per la collana àltera / Politesse delle edizioni ETS, “Corpo a corpo con il linguaggio. Il pensiero e l’opera letteraria di Monique Wittig” è la prima monografia italiana dedicata a Monique Wittig. Scritto da Eva Feole, che fa parte anche del comitato redazionale di Malora, il libro non si limita a fornire un’introduzione al pensiero politico di quella che fu tra le più importanti protagoniste del Mouvement de Libération des Femmes e della politicizzazione del lesbismo in Francia, ma propone anche un’analisi originale delle sue opere letterarie. 


    Di Wittig è noto che fu una teorica lesbica che ha ispirato le teorie queer: il suo approccio radicalmente anti-essenzialista ha influenzato Judith Butler e le teoriche venute dopo di lei. Meno noto è però che fu anche una scrittrice capace di smascherare attraverso l’uso del linguaggio letterario il rapporto gerarchico e iniquo che la classe degli uomini agisce, anche a livello di immaginario, su quella delle donne. Pensate come cavalli di Troia in grado di introdursi nel canone letterario per distruggerlo e nel corpo e nella mente di chi legge per sconvolgerne il punto di vista straight, le opere di Wittig non solo rendono universale ciò che nel regime eterosessuale viene oppresso e silenziato, il lesbismo, ma di quest’ultimo forniscono anche una raffigurazione ben lontana da quelle immagini rassicuranti a cui oggi siamo abituate. Pubblichiamo di seguito un estratto del libro.

    Frammenti di corpo lesbico

    Pochi anni prima dell’uscita di Le Corps lesbien, negli Stati Uniti vengono pubblicati testi come Our Bodies, Ourselves, The Myth of the Vaginal Orgasm e The Feminine Mystique. Questi scritti, che cominciano presto a circolare anche in Europa, ispirano la nascita di gruppi femministi che praticano l’autocoscienza e spronano le donne a mettere in discussione la loro stessa sessualità così come è stata da sempre descritta e rappresentata dallo sguardo maschile. Scrivendo Le Corps lesbien, Wittig è senza dubbio influenzata da questa atmosfera di riscoperta della sessualità delle donne, alla quale partecipano con numerosi contributi anche alcune femministe materialiste. Come afferma Teresa de Lauretis, in questo testo, Wittig opera la «decostruzione parola per parola del corpo anatomico femminile così come è stato rappresentato o mappato dal discorso patriarcale» e lo riscrive «nel quadro di un’economia libidica diversa». Il corpo, in quegli anni, non è solo al centro della riflessione femminista, ma diversi scrittori e scrittrici si cimentano nel tentativo di inscrivere la corporalità nei loro testi, rifiutando il semplice modello prosopografico e cercando nuove strategie per colmare il divario tra corporalità e linguaggio. Per esempio, Jean Sénac scrive dei «corpoemi» e François-Bernard Michel inscrive i suoi sintomi respiratori nel testo. In quegli anni, scrivere il corpo in letteratura è vissuto come una vera e propria sfida per chi scrive: frontiera, luogo di incontro e scontro incessante tra carne e linguaggio, natura e cultura, razionalità e istinto, il corpo è sentito come una dimensione centrale della letteratura. Del resto, la scrittura del corpo in letteratura non solo continua a mettere alla prova scrittori e scrittrici, ma continua a interrogare anche la critica letteraria contemporanea. Per esempio, riflettendo sulla parola francese corps che, anche nella sua forma singolare, mantiene la lettera “s” della forma plurale, Mireille Calle-Gruber afferma che il corpo è «lo strano luogo di un singolare-plurale»; Claude Fintz avverte che «il corpo non è quello che pensiamo che sia»; mentre Isaac Bazié nota che il corpo si colloca «al crocevia delle discipline». In Réflexions simples sur le corps, Paul Valéry notava già un’instabilità insita nella corporalità: a suo avviso, il corpo non ha mai unità poiché, per essere rappresentato, deve essere necessariamente fatto a pezzi: se il corpo non può mai essere afferrato nella sua interezza, allora la scrittura che lo rappresenta è necessariamente frammentaria e in qualche modo deve «inventare il corpo». 

    Lo smembramento del corpo femminile non è però un’invenzione del Novecento: nel XVI secolo, il genere dei blason, una forma lirica medievale in cui il poeta descrive ed elogia una parte del corpo della donna amata costituisce un vero e proprio topos letterario. Françoise Charpentier afferma che quello rappresentato nei blasons è un corpo femminile «fatto proprio dal desiderio e dallo sguardo maschile», un «corpo alienato, da cui non riesce quasi mai ad emergere un soggetto vivo». Il blason si concentra infatti su una parte anatomica isolata della donna oggetto del desiderio; una parte anatomica che viene spesso eletta a simbolo della disperazione provata dall’uomo per l’inaccessibilità della donna amata e per l’impossibilità di possedere il suo corpo. Anche in Le Corps lesbien, Wittig si cimenta nella frammentazione del corpo femminile, ma l’effetto ottenuto è opposto a quello del blason: il corpo femminile si trova spogliato di qualsiasi funzione simbolica. Frammentato, diviso, fatto a pezzi, esso è descritto nella sua materialità più cruda: Wittig disegna una nuova geografia erotica del corpo dove interiora, viscere e umori trovano lo stesso spazio delle zone dette erogene, seni e vulva. Questa nuova geografia erotica, inoltre, colpisce chi legge per il freddo vocabolario scientifico-anatomico che la caratterizza: 

    Mia squisitissima mi metto a mangiarti, la mia lingua umetta l’elice del tuo orecchio scivolando tutt’intorno delicatamente, la mia lingua s’introduce nel padiglione, tocca l’antelice, i miei denti cercano il lobo, cominciano a frantumarlo, la mia lingua si introduce nel condotto del tuo orecchio. Sputo, ti riempio di saliva. Una volta assorbita la parte esterna del tuo orecchio buco il timpano, trovo il martello bello tondo che rotolo tra le mie labbra, i miei denti lo macinano, trovo l’incudine e la staffa, li addento, scavo con le dita, strappo un osso.


    Nel sezionare il corpo femminile, Wittig non risparmia a chi legge espressioni violente come «soffocare», «frantumare», «dilaniare» e «strappare», che provocano un effetto ancor più disturbante perché associate a un lessico scientifico-anatomico. Le amanti si provocano ripetutamente la morte a vicenda, squarciando il corpo dell’altra con violenza. Nel testo, la passione, la tortura e la pena sono spesso associate, ma sempre senza la presenza del dolore. I corpi delle protagoniste non sembrano reagire con sofferenza alla violenza fisica, ma è piuttosto il desiderio insoddisfatto dell’altra a provocare reazioni corporee di dolore:

    Non c’è traccia di te. Il tuo viso il tuo corpo la tua sagoma sono dispersi. C’è un vuoto al tuo posto. C’è nel mio corpo una pressione al livello del ventre al livello del torace. C’è un peso sul petto. All’origine di un dolore intenso ci sono dei fenomeni. È dal loro insorgere che vado in cerca di te ma lo ignoro. Ad esempio, cammino lungo un mare, ho male dappertutto nel corpo, la gola non mi permette di parlare, vedo il mare, lo guardo, cerco, m’interrogo nel silenzio nella mancanza di tracce, interrogo un’assenza così strana che mi causa un buco all’interno del corpo.

    Al contrario, i colpi inflitti dall’amante provocano nell’altra risate, piacere e godimento: «agisci nel mio corpo con perfettissimo furore, grido ma non dalla pena». Tuttavia, l’inscrizione della violenza in questa opera ha suscitato la diffidenza della critica femminista. Diane Griffin Crowder, Clare Whatling e Hélène Wenzel raccontano la presa di posizione di alcune critiche che prendono esplicitamente le distanze da qualsiasi forma di violenza, anche letteraria, ritenendola una prerogativa maschile e patriarcale. A questo proposito, Chloé Jacquesson evidenzia come la violenza diventi ancora più insopportabile se rappresentata all’interno di una relazione lesbica: essa pone un problema non solo etico, ma anche politico, che Jacquesson definisce irricevibile per il contesto femminista dell’epoca. Non senza un’allusione proprio al dibattito femminista, in Brouillon pour un dictionnaire des amantes, Wittig scrive che la violenza è «l’ardore, l’energia, la forza manifestata dalle amazzoni di tutte le età. Un giorno le madri hanno sentito il bisogno di distorcere la parola che ha così conservato per tutte un senso di aggressività. In questo modo esse hanno inteso che violenza e distruzione fossero diventate sinonimi. Le amazzoni sono rimaste le Violente nei secoli dei secoli e ne sono andate fiere».

    La passione lesbica, del resto, deve arrivare a chi legge come una «violenza testuale»: per rompere con ogni figurazione fallologocentrica o essenzialista del corpo delle donne non è possibile, spiega Wittig, utilizzare il lessico romantico della tradizione letteraria, a suo avviso eccessivamente tenero e debole. Come chi scrive deve condurre una «lotta corpo a corpo» con il linguaggio che è, secondo Wittig un «corpo solido» e violento, anche chi legge ha a che fare concretamente con la materialità delle parole: «Le parole accarezzano, […] il corpo è vinto come nell’amore, una carezza comincia in un luogo preciso e da lì, il corpo è toccato nel suo insieme. E come le carezze carnali che a volte sono semplicemente piacevoli ma possono arrivare a infastidire, lo stesso fanno le carezze delle parole». La materialità delle parole, spiega Wittig, «non può essere ridotta alla loro struttura acustica», come cercano di fare i linguisti, privilegiando la dimensione orale del linguaggio: secondo la scrittrice, il linguaggio scritto è altrettanto materiale poiché le parole del testo sono veri e propri «oggetti» che hanno un peso e uno spessore. È proprio a causa di tale materialità che le parole possono arrivare «come uno shock» per chi legge e agire anche sul suo stesso corpo, «colpendolo» e «toccando il suo occhio». Quella di Wittig è infatti una poetica della parola-corpo, della parola incarnata che non limita il suo effetto alla dimensione astratta del significato, ma coinvolge il corpo di chi legge in un’esperienza che è anche sensoriale.


    Illustrazione di aBpR