sabato, 8 Maggio, 2021
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    La sfida del cambiamento climatico

    di Dipesh Chakrabarty


    Di imminente pubblicazione per ombre corte, La sfida del cambiamento climatico. Globalizzazione e Antropocene (pp. 167, prefazione e cura di Girolamo di Michele; traduzione di Carlotta di Michele) raccoglie saggi e interviste dello studioso indiano Dipesh Chakrabarty. Tra i più influenti autori nell’ambito degli studi postcoloniali, Chakrabarty ha contribuito nell’ultimo decennio al dibattito attorno al tema dell’antropocene, in particolare a partire da uno dei suoi primi saggi sul tema, The Climate of History: Four thesis del 2009. Nonostante alcune posizioni di Chakrabarty siano state bersaglio di critiche, questa raccolta si dimostra un utile strumento per pensare e pensarsi all’interno dell’attuale congiuntura. In particolar modo, emerge quello che potremmo definire un metodo di analisi complesso, che situando la presente crisi climatica all’interno di un ampio quadro storico, geografico e politico, ci aiuta a maneggiare senza scorciatoie una delle questioni più rilevanti della nostra epoca. Ringraziando l’editore pubblichiamo un estratto del libro.



    L’Antropocene e le iniquità del capitalismo

    Nel mio saggio Il clima della storia: quattro tesi ho preso atto che “non si può negare che il cambiamento climatico abbia profondamente a che vedere con la storia del capitalismo” ma ho aggiunto che non può essere ridotto a quest’ultima[1].

    Molti studiosi di sinistra respingono con veemenza l’idea che possa trattarsi di una crisi per tutta l’umanità; dunque criticano l’espressione “cambiamento climatico di opera umana”. Così gli accademici svedesi Andreas Malm e Alf Hornborg chiedono, in un saggio ampiamente citato: se le azioni umane hanno in effetti accelerato questo scivolamento collettivo in un periodo geologico che indica il dominio umano del pianeta e persino della sua storia geologica, allora perché chiamare quel periodo come gli esseri umani o come la specie umana, l’anthropos, quando sappiamo che sono gli esseri umani ricchi o le istituzioni del capitalismo o l’economia globale i responsabili causali (e dunque morali?) di questo cambiamento delle nostre condizioni? “Una fetta significativa dell’umanità non fa affatto parte [dell’economia] dei combustibili fossili”, sottolineano, e aggiungono: “centinaia di milioni [di persone] si affidano a carbone, legna da ardere o rifiuti organici come il letame”. Citano inoltre lo studioso canadese Vaclav Smil nel sostenere che “la differenza tra la sussistenza di un pastore nel Sahel e quella di un canadese medio può facilmente misurare più di mille volte”, dunque “l’umanità sembra un’astrazione troppo esile per portare il fardello della causalità [del cambiamento climatico] […] Realizzare che il cambiamento climatico è ‘antropogenico’ significa in realtà rendersi conto che è sociogenico[2]. Proseguono quindi col criticare la mia affermazione che i ricchi non hanno “scialuppe di salvataggio”. “È una tesi erronea”, scrivono. “Trascura palesemente le differenti realtà di vulnerabilità su tutte le scale della società umana. […] In un futuro prevedibile – in effetti, fintantoché ci saranno società umane sulla Terra – ci saranno scialuppe di salvataggio per i ricchi e i privilegiati”[3]. Da allora, un certo numero di altri studiosi ha ripetuto l’accusa.

    Trovo ironico che alcuni studiosi di sinistra debbano parlare sulla base di un presupposto simile a quello di molte persone ricche, che non negano necessariamente il cambiamento climatico ma credono che, qualunque sia l’estensione del riscaldamento e della destabilizzazione del clima, saranno sempre in grado di comprarsi la via d’uscita dal problema! È comprensibile pensarla in questo modo partendo da libri di testo di economia che visualizzano il capitalismo come un sistema economico che affronterà sempre delle crisi periodiche e ne verrà a capo, ma non avrà mai a che fare con una crisi di proporzioni tali da stravolgere tutti i suoi calcoli. È facile pensare, all’interno di questa logica, che il cambiamento climatico sia solo un’altra di quelle sfide del ciclo economico che i ricchi devono superare di tanto in tanto. Ma perché gli studiosi di sinistra dovrebbero scrivere partendo dagli stessi presupposti? Il cambiamento climatico non è una normale crisi del ciclo economico, né è una “crisi ambientale” standard riconducibile alle consuete strategie di gestione del rischio. Il pericolo di un punto di non ritorno climatico è imprevedibile ma reale[4].


    Lasciato inalterato, il cambiamento climatico influenza tutti noi, ricchi e poveri. Non sono tutti colpiti allo stesso modo, ma tutti sono colpiti. Un riscaldamento globale fuori controllo che conduce a un evento come la Grande Estinzione non farà molto comodo ai ricchi. Un collasso massivo della popolazione umana causato dal dissesto climatico – se così accadesse – senza dubbio colpirebbe i poveri molto più dei ricchi. Ma non deruberebbe anche il capitalismo globale del suo esercito di riserva di lavoro “a buon mercato”, dal quale è dipeso finora? Un mondo con un clima mostruoso, con più tempeste, alluvioni, siccità e frequenti eventi meteorologici estremi non può beneficiare né le persone ricche attualmente in vita né le loro discendenti, che dovranno vivere in un pianeta molto più ostile. Si tenga a mente che il libro dello scienziato americano James Hansen del 2009, Tempeste. Il clima che lasciamo in eredità ai nostri nipoti, l’urgenza di agire, parlava dei pericoli che le future generazioni di americani dovranno affrontare. Il libro di Hansen parlava dei suoi nipoti, non dei nipoti di amici che avrebbe potuto avere in India o Cina. In effetti, la rivista Science News pubblicata dall’University of Leicester ha semplicemente riportato le conclusioni di uno studio condotto dal professor Sergei Petrovskii della sua facoltà di matematica applicata, che suggerisce che “un aumento nella temperatura dell’acqua degli oceani del mondo di circa sei gradi Celsius – che alcuni scienziati prevedono possa accadere già nel 2100 – potrebbe arrestare la produzione di ossigeno del fitoplancton distruggendo il processo della fotosintesi”[5]. Non è una gran prospettiva, nemmeno per i super ricchi.

    Naturalmente, questo è uno scenario estremo. Ma il punto della metafora della scialuppa di salvataggio non era negare che le persone ricche, a seconda di quanto ricche sono, avranno sempre – a paragone con le povere – più risorse a propria disposizione per affrontare i disastri e comprarsi una relativa salvezza. È possibile che la metafora della scialuppa di salvataggio fosse troppo criptica (e ha fatto evidentemente cilecca con alcuni lettori) ma ciò che volevo sottolineare era che il cambiamento climatico potenzialmente ha a che fare con cambiamenti nelle condizioni limite necessarie per la sussistenza degli esseri umani e di molte altre forme di vita. I climatologi hanno fatto notare che c’è una zona di temperatura all’interno della quale la sopravvivenza umana è facile: il riscaldamento globale incontrollato potrebbe in teoria riscaldare il pianeta fino a un punto in cui la sopravvivenza umana sarebbe difficile. Le persone ricche ad esempio, nonostante tutti i loro soldi, non troverebbero facile vivere in un mondo la cui riserva di ossigeno è prosciugata, anche loro sono soggetti ai processi biologici! E, restando in polemica per un momento, si potrebbe sostenere che persino i super ricchi hanno bisogno di mercati funzionanti e sistemi tecnologici per continuare a godere dei benefici dei loro beni e investimenti. Nello scenario estremo – che speriamo sia improbabile – del riscaldamento globale incontrollato, i discendenti dei super ricchi troveranno difficile mantenere i loro privilegi.

    «Si tratta di una crisi anche per i ricchi e i loro discendenti»

    Si consideri inoltre questo argomento aggiuntivo: se le persone ricche potessero semplicemente comprarsi la via d’uscita da questa crisi e solo le povere soffrissero, perché le persone ricche delle nazioni ricche dovrebbero fare qualcosa riguardo al riscaldamento globale, se le persone povere del mondo (comprese quelle delle nazioni ricche) non fossero tanto potenti da costringerle ad agire? Un tale potere dalla parte dei poveri non è certo evidente, né le nazioni ricche sono mai state note per il loro altruismo. Un caso migliore per le nazioni e classi ricche per agire sul cambiamento climatico, mi sembra, è formulato in termini di interesse personale illuminato. La scienza del riscaldamento globale ci autorizza a farlo sottolineando precisamente che, nonostante il suo impatto differenziato, si tratta di una crisi anche per i ricchi e i loro discendenti – come chiarisce ampiamente il famoso libro di Hansen. Oltretutto, alcune nazioni ricche come l’Australia sono molto esposte ai probabili impatti negativi del cambiamento climatico a causa della loro posizione geografica. Quindi sì, è necessaria una politica di solidarietà più ampia della semplice solidarietà tra poveri, anche se concordo che non è affatto facile da raggiungere.

    Tutte queste considerazioni sottolineano solo quanto sia difficile rendere operativa la parola “comune” nell’espressione “responsabilità comune ma differenziata” che è spesso usata come una linea guida per le politiche del cambiamento climatico. È solo collocando il problema del cambiamento climatico planetario in un contesto più ampio delle scale spaziotemporali coinvolte nell’analisi del capitalismo o della globalizzazione, che cominciamo a vedere in che senso il cambiamento climatico può essere – se non una responsabilità comune – una comune difficoltà. Le sezioni a seguire sono un tentativo di espandere ulteriormente l’argomento generale in quest’ultima direzione.


    [1]     Dipesh Chakrabarty, The Climate of History: Four theses, in “Critical Inquiry”, 35(2), 2009, p. 221.

    [2]     Andreas Malm e Alf Hornborg, The geology of mankind? A critique of the Anthropocene narrative, in “Anthropocene Review”, 1(1), 2014, p. 65.

    [3]     Ivi, p. 66.

    [4]     Per altre informazioni su questo punto, si veda il mio saggio Climate and capital: On conjoined histories, in “Critical Inquiry”, 41(1), 2014.

    [5]     University of Leicester Press Office, 2015, inedito; si veda anche Sekerci e Petrovskii, Mathematical Modelling of Plankton-Oxygen Dynamics Under the Climate Change, in “Bulletin of Mathematical Biology”, 77(12), 2015. Devo questo riferimento a Julia Adeny Thomas.