venerdì, 23 Luglio, 2021
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    Il “whatever it takes” di Fratelli d’Italia. Una narrazione senza compromessi

    di Marianna Bettinelli

    L’opposizione di Fratelli d’Italia al governo Draghi rientra in perfetta continuità con la narrazione politica del partito, resa ancora più fruibile e compatta dalla pubblicazione dei due saggi di Francesco Boezi e Francesco Giubilei.


    Che si tratti di strategie prepolitiche per raggiungere i gruppi sociali lasciati indietro dai partiti del centrosinistra, che sia la volontà di non far sfigurare il partito dei Conservatori e riformisti europei (ECR) o il tentativo di fidelizzare chi ancora non si è deciso a «tornare a casa», Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia proseguono la loro opera di ampliamento del consenso, incassando i risultati di una mossa comunicativa vincente dopo l’altra, giocate su strategie argomentative tanto viziate quanto credibili e, anzi, funzionali a rafforzare ulteriormente la continuità interna della narrazione politica del partito. Se c’è un indiscusso punto di forza della comunicazione di Meloni, infatti, è proprio quello di saper modulare le informazioni canalizzando l’attenzione dell’elettorato nella direzione prescelta, con il risultato di essere percepita dall’opinione pubblica come una politica alla mano, simpatica e attenta ai bisogni delle persone. 

    La corsa di Giorgia Meloni per la leadership di quello che i media nazionali si ostinano a definire «il centrodestra unito» ha ricevuto una prima forte spinta realmente visibile a livello pubblico e, con il remix di Io sono Giorgia, anche virale, durante il governo Lega – MoVimento 5 Stelle, incrementata peraltro dalla produzione culturale di destra, che tra ottobre e dicembre 2020 ha sfornato ben due libri sulla cultura politica di FdI e sulle qualità carismatiche della sua leader. Il titolo del primo, Fenomeno Meloni, è già una garanzia. Pubblicato nell’ottobre del 2020 dalla veronese Gondolin edizioni, che vanta anche una sede collaboratrice in USA, Colorado (la Gondolin Press), il libro di Francesco Boezi, giornalista vaticanista ed ex militante sia di Azione giovani che di Gioventù nazionale, fornisce un’accurata quanto edulcorata visione della nascita di FdI dal cosiddetto «salto nel buio per salvare la destra», ad opera di una Giorgia Meloni nei panni di leader guerriera, al pari di Giovanna d’Arco. Del resto, parola di Fazzolari (responsabile del programma di FdI), sono nate nello stesso giorno e questo basta a renderne epiche le vicende. 

    Giorgia Meloni in versione Daenerys Targaryen al Romics di Roma

    E cosa di più epico ed eroico potrebbe esserci se non rappresentare l’unico partito d’opposizione al governo «dei ricchi e dei potenti», «dell’ortodossia globalista» e «della dittatura del pensiero unico»? Decisione prevedibile: in quanto presidente di ECR Meloni non avrebbe potuto fare altro, pena l’infrazione del vincolo di coerenza che la lega alla sua «famiglia di sovranisti, ma quelli veri» e alla sua idea di un’Europa confederale, l’Europa «delle patrie» e per «l’unità nella differenza», come ribadito nel discorso per la dichiarazione di voto tenuto in parlamento il 18 febbraio scorso. Di fronte al silenzio laconico di Draghi, tipico dell’autorevolezza dello specialista che seleziona accuratamente quale informazione è pronto a ricevere il suo interlocutore e quale invece lo getterebbe nel panico, di fronte a un centrosinistra completamente disorientato e caratterizzato da una capacità comunicativa sempre più desolante, come potrebbe passare inosservata la scelta di campo di un partito che ribadisce di essere pronto a mantenere «l’impegno solenne» di una «sfida nazionale» senza compromessi e scegliendo di rappresentare anche «le voci più flebili e dimenticate»? La cosiddetta «opposizione patriottica» di FdI arriva fin sulle pagine del The American Conservative, da dove Meloni si pronuncia umilmente come unica garante della libertà democratica, «altrimenti avremmo avuto il caso più unico che raro di un governo senza opposizione. Cosa che avrebbe reso l’Italia più simile alla Corea del Nord che a una democrazia occidentale». In altri tempi, meno difficili, avrebbe probabilmente dichiarato di essersi immolata, con «una scelta d’amore», a favore della cittadinanza, ma da qualunque punto di vista si considerino queste scelte linguistiche, finché resteranno tali, a essere trasmessa nell’opinione pubblica sarà comunque la caratterizzazione di salvatrice eroica. 

    Una presa di posizione di questo tipo non è affatto nuova nella narrazione politica di Fratelli d’Italia, che non ha mai smesso di innalzare la propria esperienza personale a patrimonio condiviso, selezionando definizioni come «partito dei patrioti», «partito degli italiani» o «paladini» e «sentinelle del popolo italiano in parlamento», quest’ultima pronunciata da Lollobrigida (capogruppo alla Camera) proprio a Verona, dove FdI è quotato come «primo partito della città al 17%», almeno secondo le parole del presidente del Consiglio comunale, Ciro Maschio. Meloni stessa, soprattutto a partire dal 2017, anno in cui è stato ufficialmente lanciato il brand del patriottismo, a seguito del suo Appello ai Patrioti con cui ha dato avvio alla seconda fase di FdI (a partire dal nuovo simbolo partitico liberato dal riferimento esplicito ad Alleanza nazionale), ha iniziato ad autorappresentarsi come “protettrice” e “liberatrice dei popoli oppressi”, senza mancare di rendersi ancora più fruibile sulle piattaforme mediatiche social sfruttando i riferimenti pop a questo mito dell’anticonformismo che la destra, non solo italiana, porta avanti ormai da qualche decennio. Per non scadere troppo nell’ovvio nominando la già abusata saga di Tolkien, si consideri solo che sui profili Facebook ufficiali di Meloni e FdI esiste una modesta quantità di materiale citazionale preso a prestito da La storia infinita di Ende e da Il trono di spade di Martin (e di quale personaggio se non della popolarissima, guarda caso, «distruttrice di catene»?). 

    Non esiste un momento esatto in cui l’opinione pubblica ha iniziato a situare FdI nella sfera anti-establishment, perché si è trattato, e si tratta, di un lungo processo di spostamenti progressivi di ciò che è considerato come socialmente accettato, in una direzione sempre più orientata alla normalizzazione di posizioni estreme come quelle della destra in questione. Per fare un esempio relativamente recente, basti pensare alle conseguenze che potrebbe causare nell’immaginario comune, come probabilmente sta già facendo, una riappropriazione di significato come quella messa in atto dall’autore del secondo libro su FdI, Francesco Giubilei, fondatore di ben due case editrici, dell’associazione Nazione Futura e presidente della fondazione Tatarella, alcuni dei think tank più attivi nella costruzione della cultura politica del partito, intitolando la sua ode al conservatorismo di FdI La rivoluzione dei conservatori. Come spiega l’autore, il termine «rivoluzione», «spesso utilizzato a sproposito» e «confuso con altre correnti politico-culturali», dovrebbe invece essere inteso come il tentativo della destra conservatrice di riportare al centro dell’attenzione le esigenze del popolo, concetto tra l’altro sottoposto ad amplissime riformulazioni di significato attraverso le epoche, insistendo su battaglie meramente identitarie in difesa di valori religiosi e tradizionalisti, a garanzia dei quali viene spesso tirato in ballo il diritto di natura. 

    Giorgia Meloni alla convention dei conservatori americani del 2019

    Stessa riappropriazione avviene nella narrazione della lotta al pensiero unico, un cliché che Meloni recupera strumentalmente per trasmettere all’elettorato un’immagine di sé come portavoce del dissenso; un’immagine di sé, solo apparentemente trasgressiva, come unica alternativa possibile al sistema-Europa che vorrebbe “rivoluzionare”, senza in alcun modo metterne in discussione le fondamenta capitalistiche. Certo, uno slogan come «in Europa per cambiare tutto» potrebbe risultare accattivante, ma basta scorrere qualche riga dei due saggi encomiastici di Boezi e Giubilei, o magari ascoltare qualche intervento di Meloni a manifestazioni e congressi di partito, per rendersi conto della quantità di eufemismi utilizzati per veicolare nient’altro che, e ci risiamo, la visione di una Fortezza Europa che criminalizza i flussi migratori come «tratta degli schiavi», che auspica di abolire la tutela della protezione umanitaria squalificandola come «anomalia tutta italiana» e che edulcora gli obiettivi d’assimilazione del diverso sotto la definizione di «integrazione» e «cultura del rispetto», la cui accezione corretta resta sconosciuta a Meloni, vista la falsa etimologia che continua a proporne in tutte le trasmissioni televisive a cui viene invitata. 

    In un contesto di questo tipo, dove la destra di Fratelli d’Italia riesce a erodere consenso mese dopo mese, lavorando non solo sul rafforzamento della presenza territoriale e delle alleanze internazionali, ma anche sulla stabilizzazione del proprio immaginario politico-culturale all’interno di una sfera pubblica che, lo si ricorda, almeno a livello parlamentare non vede contro-narrazioni particolarmente incisive, viene spontaneo chiedersi se forse non sia il caso di iniziare, a partire da un ambito accessibile come l’uso della lingua, a smantellare quei modelli di destra ormai interiorizzati e pubblicamente accettati, che tanta parte hanno nella trasmissione di modalità interpretative collettive resistenti nel tempo.


    Illustrazione di Edoardo Marconi