venerdì, 23 Luglio, 2021
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    25 Aprile: il futuro non è scritto (e nemmeno il passato)

    di Emanuele Bellintani e Oreste Veronesi

    A settantasei anni dalla Liberazione, abbiamo bisogno più che mai di festeggiare la libertà che i nostri padri  e le nostre madri, i nostri nonni e le nostre nonne hanno conquistato combattendo la dittatura fascista, l’occupazione nazista e la brutalità della guerra. All’alba del 25 aprile 1945 rinasceva la speranza di un mondo di pace, solidarietà e giustizia sociale: cosa significa dopo tutti questi anni, nel pieno di una pandemia e con le avvisaglie di un “dopo” tutt’altro che rassicurante?


    La storia non è inamovibile, è una materia viva e plasmabile che riflette i rapporti di forza presenti nella società: in Italia su Resistenza e Liberazione non c’è mai stata una memoria condivisa, ma abbiamo assistito a continui incontri-scontri tra concezioni diverse del mondo. Nell’immediato dopoguerra, all’ombra del compromesso Costituzionale tra i partiti antifascisti, nel Partito Comunista Italiano, egemone nel fenomeno resistenziale, si rivendicava la Liberazione come lotta popolare pre-rivoluzionaria per abbattere il fascismo e lo sfruttamento di industriali e latifondisti che l’avevano foraggiato. Per la Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi si trattava invece di una visione più interclassista ed astratta di lotta per la libertà democratica. Settantasei anni dopo il patto Costituzionale non esiste più, né gli stessi partiti che lo crearono. Una parte politica consistente rifiuta più o meno platealmente i valori della Resistenza e del 25 aprile; la maggioranza di chi invece si sente politicamente erede di quel “patto antifascista” è oggi appiattita sulla visione democristiana della Liberazione.

    Non di meno, schiere di intellettuali negli ultimi anni hanno edulcorato il fenomeno fascista, eliminandone i profondi caratteri classisti. Sembrano essersi dimenticati che il fascismo è stata la forza che ampi settori della borghesia nazionalista hanno protetto e foraggiato per reprimere con il terrore l’organizzazione del movimento operaio, le sue organizzazioni di solidarietà e le sue rivendicazioni, come gridava Gérard Depardieu alla fine di “Novecento” del 1975. Sull’elisione dell’origine classista del fascismo si fonda gran parte dell’antifascismo mainstream. Abbiamo però bisogno di comprendere il fascismo per tutto ciò che è stato, e quindi anche come momento fondamentale nel processo di modernizzazione capitalistica in Italia. Ciò significa intenderlo, come scrisse lo studioso Karl Polanyi negli anni Trenta, come «la forma più recente dell’attacco ricorrente del capitalismo contro le forme popolari di governo»; il fascismo, continuava Polanyi, «vuole abolire la politica, assolutizzare l’economia, impossessarsi dello stato e “separarlo” dall’economia. […] Il fascismo elimina con la sfera politica la sfera ideale della libertà; la sua forza risiede nella promessa che, in seguito a questa “eliminazione della politica”, l’economia riprenderà a funzionare».

    Quindi, la depoliticizzazione della commemorazione della liberazione dall’occupazione nazi-fascista è servita a cancellare la portata delle rivendicazioni da cui essa è scaturita. Mettendo in scena nell’ottobre del 1970 uno spettacolo sul senso del fenomeno resistenziale, il drammaturgo Dario Fo fece pronunciare all’attore in scena delle parole ancora oggi significative: «La preoccupazione di togliere ogni accenno alla lotta di popolo – prima che nazionale, lotta di classe – contro un’altra classe, responsabile del fascismo e non di un antifascismo generico, ha sporcato, ingessato, mummificato il significato di tale guerra». E allora dobbiamo essere fieri testimoni di quella guerra, e ricordare con forza tutte le donne e tutti gli uomini che cospirarono, sabotarono, spararono per combattere gli autori e le autrici dello sterminio, delle stragi e dell’ingiustizia sociale. Tenendo a mente che molte delle loro speranze vennero tradite in un lampo: già nel 1946 i fascisti erano di nuovo liberi e ai posti di comando mentre i partigiani e le partigiane arrestati o ridotti al silenzio se “refrattari” alle linee di partito. Si tratta del tema, mai discusso pubblicamente a sufficienza, dell’amnistia dei fascisti da una parte e dall’altra della cosiddetta “continuità dello Stato” tra fascismo e repubblica. Dove per Stato si deve intendere sia l’organizzazione della macchina istituzionale fatta di servizi, uffici e procedure, sia dei codici, di procedura penale in particolare. Ma anche, e forse con maggiori conseguenze, della continuità del fatto istituzionale nella società: scuole, carceri, manicomi, ospedali etc. Quindi possiamo dirci degni e degne testimoni di chi si sacrificò in quella causa perché le incognite del presente e del futuro ci mettono di fronte a dilemmi e scelte molto simili a quelle che animarono la generazione che scelse di insorgere contro un presente ingiusto. Cosa sono il mutuo aiuto solidale nel cucire e consegnare mascherine a chi non le riceve dallo Stato, il sostenere i lavoratori e le lavoratrici buttati in trincea a contagiarsi o il donare cibo a chi è in difficoltà se non i nipoti diretti del nascondere i ricercati, dare protezione ai fuggiaschi e condividere cibo con gli sfollati dei nostri nonni? Cos’è il costruire un’idea di società radicalmente slegata dal passato se non il porsi le questioni di cosa regga la struttura dello sfruttamento e delle diseguaglianze odierne?

    Per comprendere il paradosso italiano mai risolto e solo acuito basta pensare al più celebre canto della Liberazione, “Bella Ciao”. Una melodia di lotta per la libertà rimbalzata per decenni a Est e a Ovest che abbiamo sentito risuonare tra chi combatte sulle alture del Rojava e tra chi manifestava nelle piazze di Occupy Wall Street, ma che in Italia è diventato un canto “divisivo”: prefetti e sindaci lo vietano alle manifestazioni del 25 aprile, altri multano chi lo canta per protesta e gruppi di genitori non vogliono che a scuola venga insegnato ai loro figli. Eppure “Bella Ciao” messa alla porta rientra prepotentemente dalla finestra con “La casa di carta” una serie spagnola dal successo planetario che parla di una piccola brigata che sulle sue note lancia un attacco al cuore del sistema economico e si beffa continuamente delle massime autorità di Stato. E forse è giusto così, perché un canto che parla di lotta partigiana e di Liberazione non è per tutti, non è per una società votata all’obbedienza e al profitto, ma deve stare sulle bocche di chi ama la libertà e la giustizia sociale. Specialmente oggi.

    Sotto i colpi del virus, un intero sistema sta collassando: gli stessi che hanno creato il disastroso “prima” sbavano per governare anche il “dopo”. Industriali, amministratori, politici, manager sono la stessa compagnia cantante di un ventennio di privatizzazioni, inquinamento e sfruttamento. Loro contano già i soldi mentre noi contiamo i morti. Qui il parallelo è palese: è come se nel 1945, con l’Italia in macerie, i Ras, i gerarchi e gli industriali avessero gestito il dopoguerra; in effetti andò così, ma nella decantata “memoria condivisa” questo aspetto non emerge mai. Le prime anticipazioni sul dopo sono spuntate tra gli insidiosi “dovremo convivere col virus e fare dei sacrifici”: app di controllo spostamenti, esaltazione poliziesca, didattica online, e-commerce, distanziamento, obbedienza. Cittadini il più possibile chiusi in loculi abitativi dotati di ogni comfort tecnologico, fuori solo per produrre ricchezza (per altri); la normale vita sociale di un concerto, una manifestazione o uno sciopero trasformata in crimine nella guerra al virus. E il ruolo di elezione della politica istituzionale demandato a una figura esterna, un tecnico, perché possa gestire con “imparzialità e rigore” la crisi pandemica nel turbine di una crisi del sistema politico italiano. Una storia già vista?

    Eccola qui, ancora una volta l’eredità viva del 25 aprile e della Resistenza. Abbiamo di fronte a noi un sistema in crisi che non intende curare la paura ma renderla Orwellianamente strutturale “come uno scarpone che calpesta una faccia, per sempre“. Chi ci ha preceduto ce lo ha insegnato o ce lo grida dalla tomba: per questo siamo tutte e tutti chiamati a cambiare il finale. Tenendo bene a mente le parole di Giovanni Pesce, militante comunista e combattente prima nella Guerra Civile Spagnola e poi eroe della resistenza italiana: «Quarantotto ore prima eravamo pochi, ora siamo folla».

    Illustrazione di Louseen Smith