sabato, 8 Maggio, 2021
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    La volpe e la pernice

    di Giulio Marseglia

    Racconto liberamente tratto dalla vita di Romano “Miro” Marchi.


    A quel tempo dovevo ancora scoprire che il mese a me più caro sarebbe diventato settembre.  A 16 anni, invece, l’ultimo mese di estate infligge il primo, vero, tradimento della vita: si presenta vestito dello stesso tepore e porta in dono la stessa libertà dei suoi predecessori, mentre ogni sera sottrae perfidamente un poco di luce alla giornata. Quando la brezzolina del tramonto si fa più fresca e le menti intorpidite dalla lunga incoscienza iniziano a risvegliarsi, suona all’improvviso la campanella, annunciando l’inappellabile sentenza che ci riduce tutti in cattività, dopo aver vissuto, per tre mesi, nell’abbaglio dell’eterno volere.

    Quella del ’44, tuttavia, non era un’estate come le altre;  io e miei compagni avevamo il nostro bel da fare per escogitare stratagemmi che ci consentissero di organizzare le nostre scorribande, lungo il litorale del lago, tra i campi alle pendici del Monte Baldo e lontano delle tante madri che battevano il territorio con il loro sguardo stanco e angosciato.  Perché c’era la guerra, sì, ma quella era la loro guerra. Noi avevamo la nostra guerra, non meno importante e di certo non meno decisiva. I fossi prosciugati dal sole estivo non erano forse le nostre trincee? I sassi lanciati contro le pareti rocciose non esplodevano forse come bombe? E non era sangue quello che sgorgava dalle nostre mani e ginocchia martoriate dalle zuffe sul selciato? Certo, non eravamo in prima linea, il fronte stava più su, là dove la cintura di vigne e ulivi cedeva il passo al bosco, un limite invalicabile che anche una truppa audace come la nostra non si sognava di varcare. 

    «Questa volta l’avete fatta grossa, caro mio!» era la formula che mio padre pronunciava ogni qual volta si profilava una punizione all’orizzonte. La frase veniva scandita con un misto di severità e compiacimento: includeva per un verso la necessità dell’intervento disciplinare e, per l’altro, un sottotesto volto a lisciare il pelo al maschietto italico, ancora intento a dimostrare il suo irriducibile sprezzo del pericolo.  «La caccia alla pernice è un ottimo esercizio, soprattutto di questa stagione in cui, quella traditrice, cambia d’aspetto: da bianco come la neve muta il piumaggio in un brunastro infingardo, color terra e foglie. E voi ragazzetti avete ben pensato che, se non riuscite a colpirla con la fionda, il problema sta nell’arma, non nel braccio… chiaramente! Allora cosa dovrebbe fare la volpe che non è dotata né di fionda né di…» «Papà!» lo interruppi bruscamente, «solo un colpo, abbiamo sparato solo un colpo!» «E nemmeno l’avete presa! Sempre che questa pernice sia mai esistita…» rispose mio padre agitando le mani per enfatizzare la beffa. «Era una pernice, te lo giuro. Con le zampe piumate e le punte delle ali nere, l’ho riconosciuta dal becco, che era nero anche quello.» Ma il tentativo di mostrare la mia cultura ornitologica non ebbe, come speravo, l’effetto di deviare l’argomento. «Ascoltami bene, uno sparo di questi tempi può gettare nel terrore una valle intera. Non è nemmeno passato un mese da quando quei banditi hanno tentato di catturare  il nostro podestà a San Zeno di Montagna, a nemmeno 10 km da qui. Quando il duce l’ha saputo ha fatto fuoco e fiamme! E voi date la caccia a tre colombi che scambiate per pernici!» Rabbuiato nello sguardo, mio padre estrasse dal taschino un fazzoletto e si asciugò con un gesto stanco la fronte imperlata. Sedeva nella poltrona di angolo nel salone della nostra villa a Torri del Benaco. La grande porta finestra alla sue spalle si affacciava sul lago e faceva da cornice ad un tramonto infuocato che riempiva la stanza di un’atmosfera marziale. Ero appoggiato all’uscio della porta e mi torcevo le mani dietro la schiena, in attesa del verdetto. ll mio sguardo errava sul mobilio muto, a brevi intervalli sfioravo il volto di mio padre, alla ricerca di un’increspatura all’angolo della bocca che sciogliesse la sua espressione in un insperato sorriso assolutorio. Il tamburellare delle sue dita sul bracciolo mi riecheggiava nello stomaco e progressivamente scivolavo dentro presagi cupi. Cercai di farmi coraggio ma appena mossi un passo verso la porta, nel tentativo di fuggire dal giudizio, udii il tonfo del suo piede battere sul legno del pavimento, e la sua voce rombare nella stanza: «Lo sai chi è passato oggi in segreteria giù a Gargnano?» Le mie labbra si schiusero ma non emisero parole, ebbi solo la forza di alzare gli occhi e guardarlo. «È venuto qualcuno a chiedermi di te. Per domani è stata predisposta un’operazione molto importante, alla quale ognuno deve dare il proprio contributo, anche i giovani dalla testa bacata, ma dalle braccia forti, come voialtri. Dal momento che dimostri tanta voglia di udire delle schioppettate, sono certo che sarai ben felice di partecipare. Così potrai misurarti al fianco di veri uomini. O forse questo giovane ardito preferisce spaventare qualche volatile, piuttosto che difendere la patria dai traditori e dai banditi che si nascondono in montagna? Sarebbe l’occasione per riscattarti. Mi hanno riferito che l’ultima volta hai fatto la figura del borghesuccio di città. Mentre i giovanetti di campagna stanavano quei miserabili sbandati nascosti nei fienili, ti hanno visto che rimanevi tremolante in disparte, tanto da non capire se fossi tu a reggere il forcone o piuttosto il contrario…  – Questi sono fascisti da salotto – mi sono sentito dire. Ti farebbe molto bene liberarti di questo puzzo puerile che ancora ti infagotta… Ma non sei tu il bersaglio di queste parole, l’attacco politico è rivolto a me. Sottolineare la tua viltà è solo uno strumento utilizzato da quei rastrellatori invasati per attaccare noi della segreteria del duce. Sono bestie furiose, senza alcun senso strategico, e vorrebbero prendere in mano il comando delle operazioni. Ci sono centinaia di uomini che non hanno risposto alla chiamata alle armi e loro pensano solo a sfibrare quel poco di popolazione che ancora ci viene dietro, fornendoci informazioni su dove si nascondono quei bastardi, chi li aiuta…» La litania politico-tattica riguardante il controllo del territorio e la sua organizzazione militare scivolava innocua tra i miei pensieri, ottenebrati com’erano dal ricordo di queste genti umili in fuga, avvolte nel fumo delle loro case date al rogo. Ancora sentivo il suono sordo delle mazze colpire gli uomini rannicchiati a terra. Intorno si ammassavano i loro figli, i quali, non sapendo se fuggire o rimanere, vagavano con lo sguardo folle e la bocca spalancata, incapace di produrre alcun suono al di fuori di qualche vibrazione rauca. «Risparmia le lacrime ragazzo, ho già detto che domani non andrai. Il tuo compito sarà di rimanere a casa e meditare sulla tua codardia.» Dopo aver deliberato, mio padre si alzò dalla poltrona e con passo lento si avvicinò alla panca all’altro capo della sala, dove da principio la mia cuginetta ascoltava in silenzio, dondolando con impazienza le gambe, in attesa di venire coinvolta nella questione. «Inoltre, dovrai badare a mia nipote» proseguì appoggiandole una mano sulla spalla, «te la affido mentre sono a Gargnano. Fai buon uso della fiducia che ti accordo» concluse. La linea d’ombra della sera attraversava orizzontalmente il volto di mio padre, così che sui miei passi malinconici verso la porta incombevano due occhi arroventati.

    Il mattino seguente mi svegliai di cattivo umore e, spiluccata controvoglia qualche galletta, mi risolsi ad aprire il libro di algebra che giaceva impolverato in un cantone della biblioteca. Ripassavo le formule ripetendole con noia, ma il vociare dei ragazzi che mobilitavano davanti al cancello di casa mi riportava continuamente alla mia condizione di confinato. Ormai assuefatto dal senso di colpa, decisi di abbandonare lo studio e di cercare mia cugina nel tentativo di ridestare il mio orgoglio, forse impartendole qualche ordine. La trovai seduta in giardino intenta a disegnare con degli acquerelli. «Non puoi stare qui da sola, devi stare in casa se io non sono presente» le dissi incrociando le braccia. «Ma come faccio a vederla se sto in casa?» mi rispose con aria assorta senza alzare gli occhi dal foglio. «Non c’è niente da vedere qui, di cosa parli?» La bambina non parve nemmeno sentire le mie parole ma, mentre già gonfiavo il petto pronto a farmi ubbidire, mi accorsi che sul foglio prendeva forma un’elegante coda rossa dalla punta bianca. Incuriosito, mi avvicinai. «Se non la smetti di far baccano quella non si farà mai più rivedere e io non potrò finire il mio disegno, quindi mettiti lì e respira piano!» ordinò la giovinetta e, indicando con il pennello la panchina che le stava accanto, mi intimò di sedere. Preso alla sprovvista, mi ritrovai ad eseguire il comando senza ribattere, ma non feci in tempo a muovere un passo che improvvisamente udimmo un frusciare veloce provenire alle nostre spalle. Ci girammo bruscamente e osservammo l’erba alta scuotersi in una scia che sfrecciava lungo i campi. «Eccola! È lei!» Esclamò la cuginetta. Con un balzo si levò da terra e si mise all’inseguimento, non prima di avermi lanciato un’occhiata di sfida, che trafisse da un capo all’altro il mio amor proprio.

    La volpe sbucò dal limitare dei prati e per un istante si voltò verso di noi. Ci fissava con l’aria di chi si chiede come possano due ragazzetti pensare di batterla nella disciplina della corsa campestre. La sua linea di fuga verso la montagna, tuttavia, non si confaceva ad un quadrupede della sua taglia. Da tempi antichi, le pendici del Monte Baldo sono scavate e rimodellate per far spazio ad ampi terrazzamenti, i quali  accolgono filari di vigne e piante di ulivo, tanto che i gradoni in pietra che li delimitano facevano da barriera, costringendo la povera bestiola ad un’estenuante gimcana, mentre noi, arrampicandoci sui muretti, tagliavamo il percorso verticalmente. Ormai solo un livello ci divideva, ciononostante, l’ascesa aveva praticamente esaurito le nostre forze e all’ultima arrampicata dovetti fare scaletta a mia cugina, quasi esausta. «Su, fai veloce! ormai ha lingua di fuori, ma se non ci muoviamo entrerà nel bosco!» mi esortò lei con vigore. «Non avrai intenzione di…» Non feci in tempo a terminare la frase che, facendo leva con il piede sulla mia testa, ella diede un gran colpo di reni e in un baleno la vidi sparire tra le fronde del faggeto. Mi ritrovai appoggiato con le braccia sul ciglio del muretto a tenermi la testa fra le mani, eppure non era la fatica a frenare la mia rincorsa; messo di fronte all’azione, ancora una volta il mio slancio s’imbrogliava in una matassa di pensieri che asfissiava il mio giudizio, tanto da ritrovarmi incapace di distinguere il giusto dall’ingiusto, o più semplicemente, il mio giusto dal giusto altrui. A risolvere il dilemma ci pensò il grido di bimba che, risuonando nella selva, fece sobbalzare me e decine di rondini che si levarono in volo dalla sommità degli alberi. Mi precipitai nel bosco, e cercando di seguire la direzione da cui provenivano i richiami, mi addentrai nella vegetazione che si faceva sempre più fitta. Nel giro di pochi minuti raggiunsi la cuginetta. La ritrovai seduta su un tronco, decisa a mostrare un’espressione soddisfatta. «Dovevi vedere che bella! Tutta rossa con gli occhietti furbi. L’ho lasciata andare, così un giorno la possiamo inseguire di nuovo. Ecco, facciamo un segno su questo tronco, così sappiamo dove potremo rivederla» dichiarò  col mento sollevato e l’aria compiaciuta. «Ma se ti ho sentita cacciare un grido che pareva ti stessero sgozzando!» obiettai alzando a mia volta il capo e, senza attendere risposta, tracciai con il coltellino una croce sull’albero prescritto . «Certo! Era per spaventarla e farla fuggire, se no sarebbe stata lì ferma ad aspettare che l’acchiappassi». La guardai con benevolenza, la presi per mano e, facendola alzare, le sussurrai all’orecchio: «le bambine bugiarde se le portan via gli spiriti del bosco…»

    Ci incamminammo in silenzio credendo entrambi di imboccare la via del rientro. La luce intensa di mezzogiorno attraversava il soffitto di fronde che riparava il nostro cammino e con il suo reticolo imperfetto maculava il sottobosco di piccoli dettagli, portando in scena qui un muschietto denso e là una pietruzza nuda. Ognuno dedito ai suoi pensieri, seguitammo a marciare; in un susseguirsi di radici annodate, intervallato da pellicce d’erba compatta, zompavamo tra gli ostacoli in punta di piedi. Non passò molto tempo, quando sulla nostra strada apparve crudelmente l’albero che poco prima avevamo inciso. Per cercare di sfuggire allo sgomento, ci confrontammo in breve allo scopo di decidere quale direzione prendere per ritrovare la via di casa. Credemmo saggio cercare le orme che la volpe aveva lasciato, considerato che le nostre, oramai, si erano confuse nel disegno di quel girotondo. Alla vista di un ciuffetto di peli rossi, incastrato tra le spine di un cespuglio, ci rianimammo e, noncuranti del fatto che il percorso preso per quel verso non faceva che salire lungo il crinale del monte, col cuore sostenuto dalla ragione affrettammo il passo. In capo a poche decine di metri il chiarore si fece più vivo, allorché la vegetazione cominciava a diradarsi ed il bosco  lasciava il passo a quella che pareva essere una radura. I nostri sguardi si incrociarono radiosi, così ci scagliammo verso il traguardo, tracciato dagli ultimi arbusti che vedevamo allinearsi davanti a noi. Non appena varcata la soglia del bosco, rimanemmo accecati dal bagliore della luce diretta a tal punto che ci arrestammo all’istante, coprendoci la vista per il dolore. Come in una camera oscura le immagini prendono vita sulla pellicola, vidi, nel buio del mio sguardo, animarsi la sagoma di due uomini. «E questi chi sono?» proruppe con un balbettio la mia compagna d’avventure. Vincendo il fastidio, misi a fuoco quel tanto che bastava per capire cosa ci stesse di fronte, quindi l’afferrai per il braccio e sibilai: «Questi, sono i banditi.»

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    «Chi va là!?» esclamò il Tigre indicando il bosco con il calcio del fucile. Ci voltammo tutti verso il punto indicato dal nostro compagno e scorgemmo un giovane ed una bambina che ci fissavano con aria interdetta. Non essendo ora di messa, né tanto meno Domenica, il loro abbigliamento insospettiva alquanto: il ragazzo indossava dei calzoncini di velluto di ottima foggia ed una camicia di cotone, giusto un po’ sgualcita, mentre, la più piccola, un bel vestitino beige con un ampio bavero che svolazzava al vento. Pertanto, non ci volle molto per renderci conto che non si trattava di qualche figlio dei malgari fidati della zona. «Miro, che facciamo?» mi urlò il gruppetto dei nostri che sostava a breve distanza dai ragazzi. 

    Oramai eravamo stati sorpresi, sicuramente ci avevano riconosciuti; il rischio che la notizia del nostro avvistamento venisse diffusa in paese e giungesse fino alle orecchie dei nazi-fascisti era troppo grande. Ma ciò che temevo maggiormente era la rappresaglia che avrebbe subito la famiglia di pastori presso cui avevamo stabilito il nostro campo. «Prendeteli!» ordinai senza indugiare oltre. L’inseguimento ebbe durata breve; una volta acciuffati, i due giovani non opposero nessuna resistenza e, quando me li portarono davanti, potei constatare che tremavano da capo a piedi. Cercai pertanto di rivolgermi a  loro con fare conciliante: «Non se ne vedono molti di ragazzi come voi da queste parti, da dove venite?» Non ricevendo risposta, aggiunsi in tono brusco: «non ve ne andrete da qui finché non ci direte chi siete, avanti!» La piccola cominciò a singhiozzare affondando il visino nel bavero quando un rivolo caldo già scorreva abbondantemente lungo il polpaccio del ragazzo. Alzando gli occhi al cielo, mi voltai verso il Tigre e gli feci cenno di portarli nel casolare. 

    La Buca della Volpe era un piccolo spazio rado, immerso tra i boschi di San Zeno di Montagna. La Divisione Avesani, di cui ero Commissario Politico, se ne serviva come luogo di sosta; la presenza di una fonte d’acqua, la sua posizione riparata e la collaborazione della famiglia Tronconi, la quale ci concedeva coraggiosamente rifugio e ristoro, rendevano quel sito un nodo fondamentale all’interno del reticolo di acquartieramenti che l’Avesani aveva steso lungo tutta la dorsale prealpina veronese. Il controllo del territorio era possibile solo grazie a questa strategia di dispersione delle nostre forze, le quali erano strutturate in piccole formazioni che si muovevano nell’ombra, lungo sentieri boschivi intervallati da aree di stazionamento, note soltanto alla popolazione locale che condivideva la nostra causa. Ciò permetteva di dissimulare la reale consistenza del nostro contingente, di pianificare efficaci azioni di attacco e sabotaggio ed, infine, evitare scontri in campo aperto, i quali ci avrebbero visti sfavoriti per numero di uomini ed equipaggiamento militare. 

    Intento a rinfrescarmi presso la vasca di marmo posta a raccogliere l’acqua della fonte, riflettevo a tal riguardo, cercando di misurare quanto l’indesiderata visita dei due ragazzi esponesse i nostri movimenti al pericolo di un attacco nemico. «Porto cattive notizie, Miro» disse il Tigre avvicinandosi, e con sguardo tormentato proseguì: «i bocia che abbiamo fermato non sono due borghesucci qualunque. Rispettivamente il figlio e la nipote del Dinale.» Per non tradire il mio turbamento, seguitai a sciacquarmi il viso; ponderata la circostanza, mi asciugai e risposi con tono fermo: «lascia in malga un uomo di guardia e raduna gli altri.» Ci riunimmo all’ombra di un tiglio che soleva accoglierci quando era il momento di confrontarci. 

    Seduto sul suo ceppo personale, ognuno assumeva la postura che meglio credeva adattarsi alla solennità del nostro Gran Consiglio Militare. Nessuno di noi raggiungeva i trent’anni, solo alcuni disertori dell’esercito regolare e qualche badogliano erano usi alla vita soldatesca, e ancora in minor numero erano coloro che avevano avuto modo di maturare una coscienza politica definita. Tuttavia, su quegli scranni disadorni, i concetti camminavano lungo sentieri ispirati al più alto senso di responsabilità, benché azzoppati da forme che risentivano di percorsi scolastici approssimativi. «Non li possiamo tenere qui Miro, ci saranno solo di stralcio» esordì il più anziano dei nostri. Altri gli fecero eco: «non abbiamo prigioni e per sorvegliarli tocca impegnare sempre un uomo». Ascoltai in silenzio e con attenzione il parere di tutti. Fui molto sollevato nell’udire che nessuno proponeva di liberarsi dei due ragazzi in maniera spiccia, nonostante non fossero mancati episodi di rappresaglia ai danni di giovanissimi: figli e figlie, fratelli e sorelle dei nostri compagni. Una soluzione comune, tuttavia, non emergeva; stretti tra il bene supremo della lotta ed il peso delle nostre coscienze, faticavamo a venire a capo della questione. Cercai pertanto di fare sintesi prendendo tempo: «La cosa più importante è che di questa faccenda non si faccia parola con nessuno. Questa storia non deve uscire dalla Buca della volpe. Se tra gli altri dell’Avesani si sparge la voce che abbiamo per le mani il figlio e la nipote del Dinale non saremmo più in grado di controllare la situazione. Qualcuno cercherebbe di usare questi ragazzi come esca, mettendoli in grave pericolo. Non è solo una questione etica, le ricerche per ritrovare questi due saranno già iniziate e la notizia si starà già diffondendo, in gioco c’è la nostra reputazione. Nessuno tra la popolazione deve pensare o, non sia mai, sapere che ce li abbiamo noi. Agli occhi della gente questa cosa si trasformerebbe in un rapimento di minori, roba da canaglie senza scrupoli. Se perdiamo l’appoggio del popolo siamo perduti: niente ripari, niente cibo, comunicazioni e collegamenti tagliati. Devono credere che si siano persi, che siano bloccati da qualche parte, che siano finiti in un crepaccio!» Pronunciai la parola “crepaccio” nella maniera più minacciosa di cui ero capace, volevo essere sicuro di incutere timore nelle menti dei miei compagni, nella speranza di dissuaderli da iniziative personali. «Il sole sta tramontando, per questa notte potrebbero dormire qui» proposi quindi salomonicamente. «Sperem che ghe pensa la spusa dela stala e dele bestie a coparli al posto nostro!!» concluse il Tigre, e con una risata ci accendemmo la sigaretta della buonanotte.   

    Il buonumore durò ben poco. I nostri rifugi mal si adattavano alla presenza di prigionieri e al contempo non potevamo spostarci come facevamo abitualmente, poiché i due giovani non avrebbero potuto sostenere le nostre lunghe marce. Passammo la giornata a far legna e a lavare le nostre poche cose. La figlia del malgaro, come ogni domenica, ci portò una pentola di gnocchi; il profumo di cacio e burro penetrò l’aria della radura e richiamò tutta la truppa come una campana che suona a messa. Sul davanzale della finestrella della stalla vidi far capolino quattro manine appaiate, sulle quali poggiavano in attenta osservazione i volti dei giovani Dinale. «Miro, mi non son bon de magnar coi oci dei buteleti che i me fisa da drìo le sbare» si lamentò il Tigre appoggiando la forchetta sul piatto. Per la verità nessun’altro pareva urtato dalla cosa, forse nemmeno era stato udito. «Tigre, non ce n’è di sbarre, mangia gli gnocchi che la fame ti dà le visioni!» ribatté infastidito il compagno che gli stava accanto. Guardai il Tigre per interrogare il suo sguardo ma lo vidi che già si stava dirigendo verso il casolare. Ritornò seguito dai due ragazzi, li fece sedere al suo fianco e fece girare per tutta la tavola due piatti, in modo che ognuno donasse uno gnocco. «Così saprete cosa rispondere quando vi chiederanno che tipi sono i banditi della montagna» disse il Tigre porgendo gli gnocchi ai due adolescenti. Mentre la bambina si avventò sul piatto quasi a volersi tuffare nella pozza di burro fuso, il ragazzo piantò gli occhi sul Tigre tenendo le braccia incrociate sul petto. «Non gradisci il menù ragazzo? Forse al posto del burro preferiresti l’olio di ricino come condimento?» ruggì il Tigre. «Dai mangia, dopo a stomaco pieno ti potrai ribellare meglio» intervenne la bambina senza levare gli occhi dal piatto. Il ragazzo si volse furioso in direzione della cugina mentre un lungo “oooh” di ammirazione si levò dalla tavolata. Il ragazzo fece per alzarsi ma il Tigre lo trattenne per una spalla, «dove pensi di andare? Se è per cercar donne meno schiette, tanto vale star qua» solidarizzò l’omone, e cingendolo col braccio gli sorrise benevolmente. Con un gran sospiro l’adolescente impugnò le posate; il nobile distacco delle prime forchettate lasciò spazio ad una gran foga e, finito il pasto, ci guardò soddisfatto con il muso unto e beato.

    La giornata proseguì tediosa fino a sera e poco dopo il tramonto ci coricammo. La notte non riuscivo a prendere sonno. Il cielo tuonava inclemente sopra le nostre teste, ancora stordite dai bombardamenti che durante tutta l’estate avevano martellato sull’Italia occupata. Sapevamo che la fine della guerra si avvicinava ma il modo in cui sarebbe finita avrebbe determinato il futuro della nazione. Dovevamo avere un ruolo risolutore nella liberazione dai nazi-fascisti per imporci politicamente e frenare gli appetiti delle forze alleate. Quell’attesa alla Buca della Volpe stava erodendo l’attivismo dei miei compagni, non avevamo affrontato tutti quei rischi per ritrovarci a far da balie a due giovinetti. Per trovar pace dal rimuginio mi alzai dalla branda e infilai la camicia col fazzoletto rosso legato al collo. Fuori il vento sferzava la montagna e fischiava tra le fronde, confondendosi con lo squittio delle civette. Camminavo lentamente mentre l’aria attraversava i miei pensieri, portando oblio e ristoro. La luna piena illuminava i miei passi ed in breve tempo mi avvicinai alla stalla adibita a carcere. Non ero l’unico a vegliare quella notte: dalla finestra udivo provenire dei sospiri addolorati, così mi affacciai e vidi il ragazzo in piedi, appoggiato di spalle al muro. L’uomo di guardia alla porta dormiva della grossa, pertanto, con la scusa di dargli il cambio, lo svegliai e lo mandai a riposare. Appena mi vide, il giovane si rizzò dritto come un soldato pronto alla rassegna. Con fare complice gli feci cenno di seguirmi. «Una notte insonne scorre più veloce se passata in compagnia, non trovi?» esordii sorridendogli, «con questa luna il lago si vedrà benissimo. Qui sopra c’è uno sperone di roccia perfetto per ammirarlo, saliamo.» Il ragazzo annuì convintamente e notai che, rispetto al giorno precedente, una qualche forma di curiosità cominciava a germogliare nel suo sguardo. 

    Per salire in cima alla parete di roccia era necessaria una piccola arrampicata, pertanto mi offrii di far scaletta ma il giovane con due balzi salì in cima e dall’alto mi guardò con un sorriso, che pareva in cerca di approvazione. Lo raggiunsi e ci sedemmo uno accanto all’altro, tirai fuori il mio tabacco e girai una sigaretta. Il vento aveva lasciato posto a qualche refolo solitario, ed il fumo aleggiava docilmente annodandosi in riccioli d’argento. «Chi è questo Carlo Max?» scandì il mio vicino con voce tenue, come a non voler spezzare la perfezione del silenzio. «Chiunque ci faccia la guardia parla di questo qua; a turno dicono che bisogna fare tutto come dice lui oppure che bisogna fare tutto l’incontrario. E’ il vostro capo, no? Anche se siete dei banditi dovreste almeno essere d’accordo con quello che dice il capo!» Dall’occhiataccia che ricevetti colsi che la mia risata dovette risultare in qualche modo offensiva. «Hai proprio ragione, in effetti la questione è ancora molto aperta. Infatti Marx diceva “proletari di tutto il mondo unitevi” e non “proletari di tutto il mondo sbranatevi”» replicai ambiguamente. Il volto del ragazzo si fece turbato e dopo un attimo di esitazione domandò: «In che senso “diceva”? Il vostro capo è morto? L’hanno ucciso?» «Oh no, no. Non è stato ucciso, è morto molto tempo fa, quando io e te dovevamo ancora nascere. In un certo senso, per molti di noi è comunque il nostro capo più importante. Se non ci fossero i suoi scritti, le sue idee, forse non saremmo qui a combattere» puntualizzai senza entrare nei dettagli. «Non ho mai sentito di un esercito che abbia come capo uno che è già morto. Pensavo che ci fossero solo i preti che per decidere cosa fare vanno a leggere un libro…» commentò con una smorfia. Stimolato dal paradosso pensai di sfidarlo: «tu che parli tanto di capi: a te piace il tuo capo?» gli chiesi tirando una boccata di fumo con lo sguardo rivolto all’orizzonte. «Io non ho nessun capo! Io rispondo solo alla Patria ed alla mia giovinezza!» esclamò il giovane con una voce artefatta che non potei tollerare: «e la patria non sono anche quei giovani come te, a cui vengono bruciate le case e torturati i genitori? Quanto vale la loro giovinezza? Qui, sulle nostre montagne, ci sono giorni in cui ci raggiungono ragazzi che pur di non far la fine dei loro vecchi, umiliati e massacrati per il loro coraggio o, più spesso, per via di calunnie abilmente architettate, sono disposti a bruciarla, la loro giovinezza. Ma per voi, balilla da salotto, un rastrellamento sarà tuttalpiù roba da mezzadri che armeggiano nei vostri poderi di campagna» conclusi sdegnosamente. A quel punto il giovane Dinale chiuse gli occhi, cominciò a tremare e si aggrappò alla roccia per non cadere. Era scosso da un fremito pulsante che contorceva i lineamenti in sembianze innaturali. Istintivamente lo abbracciai. «Cosa ti prende!? Cosa ti senti?» dissi stringendolo nel tentativo di placare gli spasmi. «Non posso! Non posso!» rantolava in preda al panico. «Cosa non puoi?» interrogavo, nell’animo mio ormai scosso. «No! no, no…» gemette a lungo e inconsolabile. Poi, terminato il fiato, si sgravò di un sospiro più grande del suo stesso petto e versò un fiume impetuoso di lacrime, quale nessun ghiacciaio mai seppe partorire. 

    Quando il giovane terminò di espellere il suo dolore alzò il volto lentamente, poggiò lo sguardo sulle cime del bosco, e con incedere pacato iniziò a raccontare. Accolsi in silenzio le sue tristi rivelazioni; le atrocità a cui era stato costretto, la sistematica mortificazione della sua innocenza, i legami spezzati, riannodati, e di nuovo spezzati con i suoi già fragili principi. Il senso di colpa per aver, anche solo per un attimo, visto il nemico là dove c’erano solo formule e incoscienza mi trapassava con spietatezza. Non seppi far altro che annuire e deglutire la poca saliva amara che il tabacco mi aveva lasciato.

    Ci calammo silenziosamente dalla rupe intuendo gli appigli nel bagliore lunare. Sopra di noi il profilarsi delle cime montuose annunciava nuova luce. Così, nell’ora equivoca che sfugge ai reami del giorno e della notte, varcammo la soglia della foresta. L’umidità smorzava i nostri passi, quasi a non voler disturbare i nostri pensieri, e in questo abbraccio selvatico sentii scivolarmi tra le dita la sua mano, timida e tiepida.

    Il giorno seguente radunai tutti i miei compagni a parlamentare sotto al nostro tiglio. «Dobbiamo riportarli a casa» attaccai con risolutezza, «non possiamo trattenerli oltre, e non possiamo rimanere bloccati qui, col rischio di finire braccati. I ragazzi non riveleranno questo rifugio, ne sono certo. E, comunque, dobbiamo correre questo rischio.» Il Tigre, che sin dal mattino mi scrutava con occhio indagatore, non fece attendere la sua replica: «Riportarli a casa significa avventurarsi in territorio sconosciuto. Per arrivare alla villa del Dinale bisogna uscire allo scoperto e non sappiamo se la sua proprietà sia sorvegliata da guardie fasciste. Solo un pazzo azzarderebbe questa mossa.» Guardai il mio compagno per qualche istante, consapevole che egli aveva già intuito le mie intenzioni, le quali non esitai a palesare: «la responsabilità di quest’azione può ricadere solamente su chi l’ha promossa. Questa notte mi accompagnerete fino al faggeto e poi mi attenderete lì con i ragazzi, mentre io andrò a prendere il padre.» Stabilii senza esitazione. Tutti si guardarono titubanti, così approfittai della loro indecisione e mi alzai per raggiungere i due giovani e informarli su quanto era stato disposto.

    La tensione strisciò per tutto il giorno lungo le nostre fila in ricognizione per l’area circostante. Scegliemmo di appostare una sentinella ai quattro varchi del bosco, in maniera da essere certi che quella notte nessuno ci prendesse alle spalle. La nostra azione doveva essere fulminea, non dovevamo dare il tempo al nemico di prepararci un’imboscata. 

    Per raccogliere le forze andai a coricarmi nelle ore centrali del pomeriggio. Mi svegliai con un senso di costrizione in fondo alla branda. Il tigre aspettava seduto al mio capezzale, le braccia incrociate sul petto ed il capo rivolto verso l’alto, come ad invocare l’attenzione delle divinità. Mi sedetti accanto a lui, gli sorrisi, e per riportalo alle cose terrene lo scherzai un poco. «Se cerchi La Mecca devi rivolgere le tue preghiere dall’altra parte, di là c’è Toscolano Maderno». Il Tigre accennò un ghigno e si voltò, poi con una mano sul suo fianco ed una sul mio ginocchio fece schioccare la lingua: « Sta forse parlando il grande cartografo che conosce la strade d’Oriente ma questa notte si perderà nel paesino qua di sotto?» rispose compiaciuto della propria ironia. «Ammetto di non essere mai stato invitato a cena dai Dinale, ma la villa di un fascista di alto rango la so ben riconoscere!» mi difesi irritato. «Ah ecco! Quel che ci vuole per l’azione di questa notte è proprio una passeggiatina alla cieca nel contrada. Risparmia le suole Miro, per fortuna l’espressione da cavallo denutrito che mi avete fatto venire in montagna passa abbastanza inosservata tra la gente di paese, e non mi è stato difficile avvicinare la casa del Dinale. Ascoltami, dal muro del vicino si vede tutto: stanze, cucina, salotto. Bella dimora, non c’è che dire.» Poi cambiando occhi proseguì: «Non ci sono molti movimenti in casa. Evidentemente si sono arresi alla scomparsa dei ragazzi e si stanno preparando al lutto. Il Dinale passa le ore a guardare nel vuoto, sta sempre seduto su una poltrona del salotto. Puoi facilmente riconoscere la stanza perché ha una grande porta-finestra che si affaccia sul lago. La villa non la puoi sbagliare, è la prima che incontri dopo i terrazzamenti giù dal faggeto. Le guardie controllano solo la strada sull’altro lato e, comunque, se quella è la disciplina che ci mettono di giorno, non penso che la notte rappresentino una grande minaccia.» A quel punto il Tigre si tacque e fece passare qualche istante, quindi si piegò per trarre qualcosa da sotto il letto: «Questa volta quel tuo vecchio ferro che si inceppa sempre lo lasci a qualcun’altro. Il mio fucile è più leggero e sicuro, spero non dovrai usarlo, ma prendilo lo stesso» e mi porse l’arma dal lato del calcio, pronta per essere imbracciata. 

    Il cielo era ancora tinto di luce vespertina quando sopra il lago cominciarono a formarsi degli ammassi di nubi scure, accompagnate da forti correnti che spazzarono in breve la caligine estiva. Certamente la pioggia avrebbe meglio celato i nostri movimenti, tuttavia sarebbe stata di non poco intralcio nell’eventualità di una fuga. Pertanto, decidemmo di posticipare di qualche ora la missione. Il temporale che seguì non fu particolarmente intenso ma si protrasse a lungo, tanto che all’ora prefissata ci ritrovammo nel faggeto a prender acqua. «Quando sarò di ritorno vi avviserò con un fischio prolungato. Non chiederemo nessun riscatto e, quando vedranno il Dinale, i ragazzi non andranno trattenuti. Farò in modo di non essere seguito. Se sentirete degli spari tornate tutti immediatamente alla Buca della Volpe» comandai a voce alta, in modo da sovrastare lo scrosciare del temporale. Mi rivolsi quindi ai due giovani. Inibiti dal freddo e dall’umidità, questi sostavano silenziosi l’uno accanto all’altro e parevano scomparire tra le pieghe dei mantelli che gli avevamo procurato per ripararsi dal maltempo. Così dovetti avvicinarmi per scorgere i loro volti: «ci metteremo poco, vi prometto che stanotte dormirete nei vostri letti» li rassicurai prendendoli per mano. Quando feci per andare, il ragazzo mi trattenne aggrappandosi con forza alle mie dita, mi voltai, pronto a confortarlo nuovamente, ma ad accogliermi svettava uno sguardo energico e fiero: «sotto ad un cappello appoggiato sul tavolo, in fianco alla sua poltrona, mio padre tiene sempre nascosta una beretta carica» mi confidò, avvicinando le sue labbra al mio orecchio, e solo dopo avermi nuovamente fissato con determinazione, lasciò la presa.

    Il Tigre aveva ragione: una volta attraversati i terrazzamenti, il profilo della villa si stagliava nel cielo, illuminato a intermittenza dai fulmini attirati dal lago. Attraversai velocemente i prati che mi separavano dal cortile interno dell’abitazione e mi appostai ad osservare. Tutt’intorno regnava il crepitio della pioggia, variando tonalità tra le fronde più folte e quelle più rade. Grazie alla luce d’una lampada che filtrava tenue attraverso lo schermo d’acqua, potevo già scorgere il salotto della villa. Scivolai tra le piante fino ad appoggiarmi con le spalle al muro della casa, accanto agli scuri ancora aperti. Proiettata sul prato di fronte al salotto apparve l’ombra di un uomo; con la coda dell’occhio cercai velocemente il punto più fragile nel telaio della porta-finestra, feci un passo e mi scagliai brandendo il calcio del fucile.

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    Quando ripresi conoscenza mi ritrovai sdraiato sul tappeto del mio salotto. Da quella prospettiva riuscivo a vedere solo le finestre spalancate e la pioggia che cadeva all’interno. Il profumo dell’erba bagnata si mescolava con l’odore di un tabacco a me sconosciuto. Provai ad alzare il capo ma un ferro gelido premette sulla mia fronte bloccandone il movimento. «Non così in fretta» pronunciò una voce maschile alle mie spalle. «Hai preso un brutto colpo ed è meglio che aspetti qualche minuto prima di alzarti, altrimenti potresti farti male» proseguì, e con atroce lentezza fece scorrere la canna di un fucile sopra al mio naso. Il panico ebbe il sopravvento: mani e piedi iniziarono a gonfiarsi sotto ad un incontrollabile formicolio e un fremito corse lungo tutta la schiena, fino a sciogliersi copiosamente nelle mutande. «Vedo che è una dote di famiglia!» esclamò l’uomo inspiegabilmente. «Adesso potrò dire ai miei compagni di cosa profuma l’ardore italico. A chi il piscio? A noi!» 

    Il panico si trasformò in rabbia. Trovai il coraggio per sollevarmi aggrappandomi alla gamba del tavolino, ma non ne ebbi il tempo; con una spinta fui ricacciato indietro e caddi seduto sulla poltrona. Potei così distinguere la figura che mi stava di fronte. Era un giovane di una ventina d’anni, con baffoni pieni e sopracciglia folte a sormontare due serafici occhi neri. Al collo portava il fazzoletto rosso dei partigiani comunisti e una camicia bruna inzuppata di pioggia. Mi accertai che sul tavolino a fianco ci fosse la mia bombetta e feci scivolare la mano lungo il ripiano. Non appena sfiorai l’orlo del copricapo mi vidi puntare il fucile in faccia: «lascia stare il cappello, non è ancora ora di uscire» intervenne il partigiano e, abbassata l’arma, estrasse dalla tasca posteriore dei pantaloni la mia pistola.  «Che vuoi canaglia?» domandai con frustrazione, «Se vuoi ammazzarmi fai pure, ma questo non cambierà il vostro destino. Siete solo una marmaglia di sbandati e la vostra ora si sta avvicinando, l’arma segreta è quasi pronta, nessuno avrà scampo» minacciai con voce rauca, «spara vigliacco, spara con le armi rubate a noi che difendiamo la nazione.» Ma tutto quello che ottenni fu una risata sommessa. «La storia dell’arma segreta può andar bene per illudere quei poveretti che non hanno avuto il coraggio di sfuggire al vostro reclutamento sgangherato. Nemmeno l’ultimo dei malgari della Lessinia ci ha mai creduto. Risparmia il fiato Dinale, non sono qui per toglierti di mezzo. Sono venuto a mantenere una promessa che ho fatto a due ragazzi, e tu mi aiuterai a mantenerla… Tuo figlio e tua nipote ce li abbiamo noi, e se vuoi rivederli mi devi seguire» dichiarò, e aggiustandosi il fucile a tracolla guardò fuori in direzione del giardino. «Ci mancavano anche i rapimenti» mormorai avvelenato. «Cosa volete in cambio? Dobbiamo liberare qualche miserabile? Volete soldi? Non perdiamo tempo, parla!» Il partigiano rimase a fissarmi qualche istante, poi si avvicinò al tavolo, prese il cappello e me lo mise in testa. «Non esigiamo nessun riscatto, non c’è stato nessun rapimento. Questa notte avrai da pensare, se lo vorrai… Ora andiamo.» 

    Lasciai la stanza con il cuore in gola. L’ansia di riportare mio figlio e mia nipote a casa s’intrecciava con il timore che si trattasse di una trappola. Privo di qualsiasi lucidità affondavo i miei passi nella fanghiglia, rimanendo incollato al giovane partigiano. Quando ci avvicinammo ai terrazzamenti lo vidi guardare verso l’alto, in direzione del bosco. Intuendo la meta, mi lanciai in una corsa frenetica. Una, due, tre volte scivolai nel tentativo di sormontare i muretti in pietra, non riuscendo a fare presa sui sassi resi scivolosi dalla pioggia. Non mi restò quindi che correre parallelamente e aggirarli uno per uno, mentre dietro vedevo il partigiano destreggiarsi con disinvoltura, quasi spiccando il volo ad ogni barriera. Giro dopo giro la mia corsa rallentava, raggiunsi la cima trascinandomi avanti disperatamente. Sul margine del bosco mi attendevano appoggiati ad un albero due uomini; mi fermai ad osservarli timoroso. Il più alto dei due si avvicinò rapidamente chiamandomi per nome: «Non vorrai fermarti proprio ora Dinale! Al sabato fascista non ti hanno insegnato che la corsa finisce quando si taglia il traguardo? Su, Ancora uno sforzo e sei arrivato» disse prendendomi a braccetto con fare in apparenza amichevole. Mi inoltrai nel fagetto stretto tra quei due uomini, i quali non lesinavano sberleffi e derisioni; le loro parole, tuttavia, riecheggiavano lontane, finendo col perdersi nel vortice dei miei assilli. La selva si faceva sempre più fitta e i profili degli alberi svanivano confondendosi nelle ombre notturne. Venivo continuamente sballottato da un lato e dall’altro perché non sbattessi contro gli ostacoli, tanto che mi pareva d’esser maneggiato come un cieco. Marciammo per un tempo, e ancor più per una distanza, per me indefinibili, finché in lontananza avvistai una luce fioca. La trepidazione affrettò il mio passo e, giunti a pochi metri di distanza, vidi seduto sul ceppo di un albero il partigiano dal fazzoletto rosso, illuminato da una lampada ad olio appoggiata a terra: «ora potete lasciarlo, Tigre» disse rivolgendosi al colosso che mi tratteneva. Poi voltandosi fece un cenno. Vidi comparire i due ragazzi. La piccola si gettò nelle mie braccia e affondò la testolina bagnata nel mio petto, il quale riprese a battere e a riportare il sangue a scorrere nelle vene. Poi osservai mio figlio, ricambiando il suo sguardo grave. Gli tesi la mano col palmo rivolto in obliquo verso terra, ordinandogli tacitamente di afferrarla. Lo vidi contrarre le labbra e inspirare profondamente. «Forza giovanotto! Che succede? Ti abbiamo portato il padre sbagliato?» lo incalzò sarcastico l’omone accanto a me. Ma egli non muoveva un muscolo. 

    La presenza di quegli uomini mi condizionava alquanto: disarmato della mia superiore autorità, percepivo la pressione di dover rispondere delle mie prerogative paterne. Osservai nervosamente i volti che mi circondavano. Per disinibirmi di fronte all’umiliazione dell’attesa, tentai a mia volta di pronunciare qualche parola d’incoraggiamento, di mostrare un volto conciliante; ma non seppi suscitare alcuna emozione. Non conoscevo nemmeno un vocabolo di quel linguaggio, mi ritrovai dunque ad esprimermi a gesti, come fa un mendicante in terra straniera.

    «Dai! Che fai lì impalato? Dobbiamo tornare a casa, mica possiamo restare qui tutta la notte ad aspettare!» ruppe gli indugi la bambina, trovando il coraggio di dire ciò che io non riuscivo e, soprattutto, ottenendo finalmente una risposta: «tu vai se vuoi, io non vengo, io rimango a combattere con i partigiani!» 

    Ammutolii. E si tacquero la pioggia, il vento, lo stormire dei rami. Vidi mia nipote agitarsi intorno al cugino ma non udivo le sue parole. Cercai allora le mie, ma esse si fecero negare. Il dolore per il colpo che poco prima m’aveva tramortito riprese a vibrare e non potei che piegarmi, vinto nel corpo e nello spirito.

    «Adesso basta!» sentii gridare, e tutta la foresta venne scossa dall’urto di quel ruggito. «Non permetterò che un compagno venga abbandonato in questo modo! A 16 anni è già un uomo e deve poter scegliere da sè!» Due occhi neri lo fulminarono all’istante: «Tigre, non è questo che vuole il ragazzo, non è questa la sua lotta!» Poi, illuminandosi di amicizia si rivolsero a mio figlio: «Non tutti i partigiani combattono col fucile, in montagna. C’è chi combatte cucendo una maglia per l’inverno, altri aggiustano una bicicletta, altri ancora semplicemente disobbediscono. Torna a casa, quella sarà la tua Buca, da lì partiranno le tue operazioni, la tua propaganda. Avrai molto da raccontare.» Poi, voltandosi a guardarmi, aggiunse: «e non temere, sono sicuro che troverai chi ti vorrà ascoltare». Il mio ragazzo sorrise appena, e ricevette malvolentieri la lampada a olio che gli fu affidata, fece qualche passo verso di me e poi si voltò. Nell’oscurità del bosco si distinguevano  solo delle macchie brunastre e le punte nere dei fucili involarsi tra la vegetazione.

    Illustrazione di Rotondo – Giada Franceschelli & Luca Tellurio