domenica, 20 Giugno, 2021
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    L’imbroglio ecologico

    di Dario Paccino

    L’imbroglio ecologico. L’ideologia della natura, di Dario Paccino, sarà disponibile da domani in una nuova edizione, a cura di Gennaro Avallone, per ombre corte. A distanza di quasi 50 anni dalla prima edizione (Einaudi 1972), ritorna disponibile un lavoro che oggi si rivela più che mai fondamentale, nella sua attualità, per orientarsi all’interno di un ambito, quello ecologico, nel quale quello che potremo definire “il nuovo lessico verde” viene utilizzato anche dal grande capitale per continuare l’opera di messa a valore/morte del vivente su scala planetaria. E’ così che il testo di Paccino offre una cassetta degli attrezzi necessaria in grado di smascherare un vero e proprio imbroglio ecologico: un “inganno che consiste nell’evitare di andare alla radice delle cause strutturali che hanno prodotto e riprodotto la crisi ecologica”. Senza considerare i rapporti sociali, ineguali e conflittuali, che strutturalmente si legano alla questione ecologica, la natura diventa un’ideologia impiegata per rafforzare, e naturalizzare in continuazione, quello stesso paradigma della crescita e dello sviluppo che invece dovrebbe essere messo radicalmente in discussione. Ringraziando l’editore, pubblichiamo un estratto del libro.


    Ecologicamente la differenza fra il tipo d’uomo che ci presenta Morgan e quello della Grecia di Pericle sta in questo: che l’indiano non ci pensava neppure a chiedere alla natura più di quanto essa possa dare, e se ciononostante in qualche modo la danneggiava, era solo perché non poteva conoscere dell’organizzazione ambientale quanto noi; mentre il protagonista della società divisa in classi antepone a tutto l’accumulazione, per cui non ci pensa due volte a estendere alla natura la rapina che perpetra abitualmente in danno del proprio simile, specialmente quando le conseguenze di una iniqua amministrazione delle risorse naturali può farle ricadere sugli altri.

    È con la nascita del padrone, e del suo naturale complemento, lo schiavo, che incomincia a porsi il problema dell’ecologia. Può anche essere lo schiavo che compie materialmente il guasto irreparabile all’ambiente: ma chi l’ha deciso (e come potrebbe essere diversamente?) è il padrone. Il quale prenderà in relazione all’ambiente decisioni sempre più gravi man mano che potrà disporre di utensili sempre più perfezionati.

    I momenti storici dell’ecologia coincidono pertanto con le fasi successive del potere sociotecnologico del padrone. Che mostrerà di accorgersi dell’ecologia solo in tempi molto vicini a noi, quando le conseguenze dei guasti ambientali hanno incominciato a minacciarlo direttamente, nello stesso tempo che gli hanno fatto intravedere nuove possibilità di guadagno con l’industria ecologica.

    Joan Robinson nell’opera citata rileva che senza padrone non c’è accumulazione. Che è vero senz’altro, considerato che in società come quelle degli indiani d’America il surplus era per la sopravvivenza e per le esigenze di comunità, che non potevano sentire il bisogno del Partenone e di Notre-Dame. Onde si può anche concludere che senza padrone, non avremmo né Partenone né Notre-Dame.

    Non avremmo avuto però neppure la guerra dei trent’anni, la prima e la seconda guerra mondiale, il nazismo, e via dicendo. Ovviamente sarebbe ozioso qualsiasi tentativo di valutare se i flagelli del padrone valgano le sovrastrutture culturali ch’egli ha promosso, consapevole o no. Quel che è certo, ecologicamente, è quanto si è già detto, che cioè il problema ecologico incomincia a porsi con l’avvento del padrone.

    L’asservimento sociale e la devastazione delle risorse naturali vengono dal padrone non solo perché, proprio perché padrone, a tutto antepone la ricchezza: ma anche per la situazione che inerisce al suo essere padrone, la proprietà privata. Nell’ambito della proprietà privata, scriveva il giovane Marx, «ogni uomo s’ingegna di procurare all’altro uomo un nuovo bisogno, per costringerlo ad un nuovo sacrificio, per ridurlo ad una nuova dipendenza e spingerlo ad un nuovo modo di godimento e quindi di rovina economica. Ognuno cerca di creare al di sopra dell’altro una forza essenziale estranea per trovarvi la soddisfazione del proprio bisogno egoistico. Con la massa degli oggetti cresce la sfera degli esseri estranei, ai quali l’uomo è soggiogato, ed ogni nuovo prodotto è un nuovo potenziamento del reciproco inganno e delle reciproche spogliazioni».

    I bisogni che il padrone considera non sono, o sono solo parzialmente, quelli reali. La sua maggiore considerazione va per i bisogni dai quali si ripromette maggior guadagno, niente importando se la loro soddisfazione comporti il saccheggio della natura e il consumo di masse umane. Quanti milioni di negri furono sacrificati al bisogno dei bianchi della tazzina di caffè zuccherata, quanti ettari di terreno devastati, per questo scopo, dalla monocoltura? In quei tempi in Europa c’erano bisogni ben più urgenti, ma per il padrone non c’era bisogno più urgente, neppure la “manutenzione” dei propri schiavi, data la rapidità con cui potevano essere ammortizzati.

    Anche oggi possiamo vedere come viene stabilita la graduatoria dei bisogni. Data la convenienza di darci automobili e autostrade in luogo di ospedali, scuole, metropolitane, campagne moderne ecc., siamo forse il popolo del mondo che ha più metri quadrati di autostrade pro capite, nello stesso tempo che affastelliamo gli ammalati nei corridoi, facciamo fare ai ragazzi doppi o tripli turni, consumiamo il nostro tempo libero negli ingorghi urbani divorando veleni, dilatiamo continuamente le coree degli emigrati, in arrivo magari da terre che erano state fertilizzate col sudore e col sangue di generazioni.

    Mai, prima dell’avvento del padrone s’era conosciuta la fame nel senso che oggi sappiamo, di un bisogno vitale non soddisfatto quale necessario complemento di chi fa dello spreco norma di vita, o addirittura (come nella odierna società dei consumi) il motore dello sviluppo. Ora, in un pianeta dalle risorse limitate come il nostro, il fatto stesso di privilegiare i bisogni più lucrosi, comporta necessariamente, oltre a scotti come quelli che si son dovuti pagare per la tazzina zuccherata di caffè, anche la condanna a morte di chi, date le condizioni di sottosviluppo in cui è venuto al mondo, potrebbe sfamarsi solo se, per dirne una, si privilegiasse il bisogno di cibo anziché quello di petrolio.

    C’è inoltre l’aspetto degli oggetti, che non sono solo gli esseri estranei ai quali l’uomo è soggiogato. Sono anche il risultato della tecnologia che più conviene al padrone, quella che li fa deperibili e subito superabili, anche se tecnicamente potrebbero risultare durevolissimi. Per cui si trasformano ben presto in prodotti di rifiuto, che la biosfera dovrebbe metabolizzare a un ritmo ben più rapido di quello che le è abituale. Più crescono, più diventa problematica la metabolizzazione, tanto più quando (come a esempio per la plastica) la natura non ha ancora trovato decompositori ad hoc.

    Al pari di re Mida, che trasformando in oro tutto ciò che toccava, distruggeva le condizioni della propria esistenza, il padrone, mercificando tutto ciò che tocca, sta liquidando la biosfera col deserto e i rifiuti. È così che ogni sua attività, anche quella che al tempo della barbarie era innocua per l’ambiente, genera deleterie conseguenze ecologiche. Si prenda l’agricoltura che, insieme con l’allevamento e la selvicoltura, fa parte di quella che un geografo, Renzo Battistella, definisce economia produttiva, contrapponendola all’economia distruttiva, rappresentata dalla raccolta occasionale, dalla deforestazione, dalla caccia, dalla pesca.

    Astrattamente la distinzione è convincente, giacché il generico nomade, che si sposta per raccogliere, cacciare, pescare, e del bosco si serve senza pensare alle conseguenze, appare più distruttivo del generico stanziale, per il quale il campo, la selva, il bestiame costituiscono un capitale da conservare, per continuare a trarne frutti nel tempo.

    In concreto però il padrone, che ha come imperativo il lucro, è indotto a trarre dalla terra, per l’oggi, tutto quanto essa può dare, non preoccupandosi per il domani, se la propria spada può mettergli a disposizione altri campi da sfruttare.

    Sì, questa è l’agricoltura di rapina, tipica del colonialismo. Ma che la tendenza, anche al di fuori del colonialismo, sia a uno sfruttamento più sollecito del profitto che della conservazione del suolo, è stato confermato anche in tempi recenti, nel paese più ricco del mondo. Nel 1934 la terra lavorata dall’aratro fu letteralmente strappata via, per milioni di tonnellate, “da località come il Texas e l’Oklaoma”, e, attraversando “tutti gli Stati Uniti, oscurò la luce del giorno a New York per una giornata intera e proseguì verso l’est, nell’Atlantico”. Sotto l’incalzare del lucro non si era pensato che ci sono plaghe come “le praterie e le steppe che ricoprono suoli leggeri, in regioni a scarse piogge”, che “non dovrebbero essere arate, ma dovrebbero essere mantenute nella loro condizione originaria, come prati, ed usate per la pastorizia”. Lezione che è valsa a ben poco, nonostante le terribili conseguenze sul piano sociale (riecheggiate fra l’altro nell’opera di Steinbeck Furore), se tuttora si calcolano in miliardi i danni annuali delle erosioni in Usa.

    Questo per l’agricoltura. Ma forse che è diverso il discorso per la pastorizia? Può considerarsi un’attività produttiva non dannosa ecologicamente solo se il peso trofico del bestiame non sia tale da impoverire il pascolo: al punto giusto cioè per consentire al prato quella rotazione spontanea che si ha in natura, per cui un anno dopo l’altro c’è alternanza nelle specie vegetali, col risultato che il terreno recupera nel presente ciò che ha perso nell’immediato passato. In caso contrario si ha degradazione, col che si inizia il processo di desertificazione. Fenomeno ben conosciuto nell’antichità, e legittimamente attribuibile per gran parte alla pastorizia, che era allora una delle attività più lucrative.

    Persino la selvicoltura, che fra le attività colturali appare la più conservativa, può trasformarsi col lucro, per esempio sostituendo il bosco naturale con quello artificiale. Il primo, come dice il nome, è diretta espressione dell’ambiente, e si hanno perciò specie diverse, anche quando, come accade normalmente, si abbia una predominanza di talune specie, fra le quali comunque gli individui sono disetanei (giovani, maturi, vecchi). Proprio per questa varietà, e per il fatto che le condizioni ambientali hanno favorito i più adatti, è ben raro il caso che un’epidemia possa arrecare danni irreparabili, anche in ragione della specificità dei germi patogeni per le diverse essenze, per altro, come si è detto, selezionate dall’ambiente.

    Il bosco artificiale è invece quello piantato dall’uomo, il quale, per calcolo economico, pianta l’essenza da cui si ripromette il maggior guadagno. Com’è avvenuto in val padana, quando, per considerazioni di mercato, ci si è dati alla coltura del pioppo, specie a rapido accrescimento, e perciò con possibilità ravvicinate di realizzo. Col risultato che le pioppete hanno offerto il più facile bersaglio alle cause nemiche naturali, che ne hanno deteriorato il legno, consumando l’illusione del sognato realizzo, mentre il terreno è stato sfruttato per piante che sarebbero, ai fini colturali, ben più vantaggiosamente sostituibili con leguminose per l’azoto che ne verrebbe al suolo.

    Attività manifatturiera. Se Hitler ha potuto darci l’esempio più “scientifico” di universo concentrazionario senza tradire i modelli della civiltà occidentale, fondata per tanta parte sulla schiavitù antica e moderna, se ormai si nasce col ddt nel sangue e la biosfera è contaminata da scorie generatrici di malattie, mutazioni, morti immature; se è vero, come proclamano i militanti del movemento ecologico, che si è persa la qualità della vita; se il padrone ha potuto dividere, col tossico piatto di lenticchie del consumismo, il proprio nemico di classe, il proletariato, e può decidere non solo della vita e della morte dei subalterni, ma anche del pianeta; è perché l’attività manifatturiera ha operato quella che si è convenuto di definire rivoluzione industriale, che risulta – per l’energia e le materie prime che richiede, per gli inquinamenti che origina, per il privilegiare i bisogni lucrosi e indurne altri fittizi vantaggiosi per il profitto, per la quantità di oggetti degradabili e non che rovescia giornalmente sulla terra – come la negazione stessa d’ogni norma di conservazione della natura e delle sue risorse.

    È per questa rivoluzione che il problema ambientale ha finito per porsi in modo che anche il padrone ha dovuto accorgersene e creare una nuova ideologia, quella appunto ecologica.

    Illustrazione di Daniele Vanzo