venerdì, 23 Luglio, 2021
More

    Questa cicatrice non smette di bruciare. Intervista a Anna Holme

    di Alessandro Foladori

    In questi giorni è esplosa di nuovo a partire da Verona la polemica contro i migranti. Tutto è iniziato da un titolo de L’Arena che parlava di un bando per l’accoglienza di 1.200 persone. Si trattava di un normale bando biannuale per riassegnare agli enti gestori l’accoglienza delle persone già presenti sul territorio, ma l’ambiguità del titolo, che poteva far pensare all’arrivo di nuovi profughi, è stato immediatamente strumentalizzato dalla destre. Abbiamo chiesto chiarimenti e considerazioni a Anna Holme, che coordina il progetto di accoglienza della Virtus Vecomp, progetto sociale che si occupa appunto di accoglienza per i richiedenti asilo e progettazione sociale.


    Qualche giorno fa è uscito un titolo de L’Arena che parlava di un bando indetto dalla prefettura in vista dell’accoglienza di 1.200 migranti sul territorio veronese. A quell’articolo sono seguite molte polemiche interne alla destra e tra forze amministrative e governative. Tra le varie, Sboarina ha attaccato Lamorgese; Salvini, rilanciato da Libero, ha usato la cosa come strumento di propaganda politica. Ci aiuti a fare chiarezza su quanto è accaduto?

    L’articolo in realtà parlava chiaramente. Anche il giorno prima era uscito un articolo, il primo riguardante questo bando, su Il corriere del Veneto, a firma di un amico che mi aveva preventivamente chiamato per chiedermi informazioni sugli estremi di gara. Il problema è stato il bugiardino de L’Arena, che era ambiguo e induceva a pensare che fossero in arrivo 1.200 profughi. In aggiunta la prefettura non ha mai smentito la cosa in via ufficiale, lasciando che si sviluppasse tale fraintendimento. Questo ha innescato un effetto domino per cui si è arrivati alla presunta necessità, ribadita da Libero, che servissero 1.200 case per i profughi. Nonostante l’assurdità di questa idea, è stata rilanciata su tutti i social, anche da pagine di parlamentari. Comencini ha delirato dicendo che le stanze più grandi, necessarie per i protocolli Covid, avrebbero attratto altri migranti. Come enti gestori ci siamo allarmati quando è arrivata notizia di giornalisti che volevano entrare nei CAS. A partire da qui abbiamo chiesto alla RAI di ospitare un servizio su TGR, e poi abbiamo emanato un comunicato chiarificatore, che per fortuna sta girando ed è stato ripreso dalle testate cittadine. Anche a livello giornalistico hanno iniziato a comparire articoli con delle chiare smentite. Purtroppo è stato comunque un disastro a livello di impatto sul territorio, perché tutti ancora pensano che arriveranno orde di profughi a Verona.

    A proposito di impatto sulla percezione, al di là delle disattenzioni giornalistiche, che ricaduta può avere questa polemica?

    A brevissimo termine può incentivare manifestazioni dell’estrema destra che creano problemi sul territorio e rigenerano, anche a medio termine, l’odio verso i migranti che si era placato con il diminuire dei numeri dei profughi. Inoltre può riportare un’attenzione pesante sul quotidiano delle persone, che magari non sono neanche profughi ma hanno solo la pelle di un altro colore. Potrebbe incentivare il controllo capillare e paranoico da parte della popolazione. Questo episodio mediatico  da un lato rovina il nostro lavoro, ponendoci in una situazione di sorveglianza costante, e dall’altro, soprattutto, porterà i richiedenti asilo accolti a sentirsi sempre osservati e criticati.

    Se invece ci fosse stata un’emergenza tale da rendere necessario un bando per gestire nuovi arrivi, questo episodio mediatico potrebbe creare un precedente negativo e strumentalizzabile?

    Le cose stanno così: la prefettura ha fatto un bando con il numero dei già presenti. Ma questo numero andrebbe scremato togliendo tutte le persone che hanno proceduto alla sanatoria, che sono 3-400 solo su Verona, quindi circa un terzo. Credo che la prefettura abbia comunque tenuto gli stessi numeri avendo già in mente di riservarsi dei posti potenziali nell’ottica di eventuali arrivi. Poi, ogni procedura pubblica può essere ampliata del 20 o 50% senza nuovi bandi. Inoltre ce ne sarà comunque un altro a ottobre per le strutture demaniali le cui convenzioni scadranno più tardi. Non credo quindi che ci sia il problema che dici. Credo si tratti di una pessima gestione delle informazioni da parte della prefettura, e un gongolare di quel tipo di giornalismo che si regge su notizie di questo tipo. Su Verona non credo arriverà mai quel numero di persone, perché ci sono territori in cui la soglia del tre per mille è molto lontana, mentre il Veneto è vicino al limite. Dovrebbero quindi prima allocare i ragazzi su altri territori.

    Scostandoci dalla questione e cercando di andare sul generale, la situazione a Verona in che stato è? E come è stata nell’ultimo anno, particolarmente impegnativo?

    Al di là e prima della pandemia la situazione attuale è una situazione consumata da due anni di capitolato Salvini. Un capitolato che ha ucciso l’accoglienza e ha tolto ogni elemento di integrazione, supporto anche psicologico e percorsi di cura della persona, riducendola a mero assistenzialismo. Sarà una sfida rifare il salto di qualità che prevederebbe il nuovo capitolato, che reinserisce una serie di servizi che dovremo riattivare, dopo essere stati, sia noi operatori che i ragazzi, abituati a un livello bassissimo. Bisognerà capire come reinserire questi servizi che in realtà sono ragionati tanto sui nuovi arrivi, mentre la maggioranza delle persone è con noi da anni. Nell’ultimo anno poi è stata dura per due motivi: il coronavirus e il cambio della guardia in prefettura, che ha cambiato le persone con cui eravamo abituati a relazionarci. Il Covid è stato duro, ma come le è stato per tutti. Le nostre difficoltà sono state di far capire ai richiedenti asilo positivi di stare in quarantena, e per fortuna tra i positivi nessuno è stato male. Anche tra gli operatori i positivi sono stati pochissimi.

    Sottolinei giustamente che l’accoglienza è o dovrebbe essere molto più che assistenza, e che tocca le vite, non solo dei ragazzi ospitati, ma anche degli operatori. Che tipo di impatto ha avuto sugli operatori che coordini tutta la problematica che hai descritto dal capitolato Salvini in poi?

    Il capitolato Salvini è stato un vero e proprio spartiacque. Come ente gestore siamo sempre stati idealisti e di cuore, disposti a lanciarci dove ci portava la nostra passione. Il capitolato ci ha tolto la possibilità di fare quello che ci piaceva e che sentivamo di dover fare, e il riscontro negativo lo constatiamo nei rapporti con le persone di cui abbiamo la responsabilità. Poi avendo grandi numeri siamo comunque riusciti a garantire alle persone vulnerabili, come per esempio bambini, donne in gravidanza e persone psichiatriche, una serie di servizi che non erano previsti, ma che ritenevamo necessari anche semplicemente per riuscire a dormire di notte. Perché in onestà questo è il punto: devi fare di più per loro, sono persone che vedi ogni giorno e che secondo il governo avremmo dovuto abbandonare da un momento all’altro. Tanti operatori, alcuni tra i più bravi, se ne sono andati dopo il capitolato. Pian piano ci siamo adattati. La pandemia è stata complicata: lo staff si è diviso tra quelli che erano disposti a esporsi, e coloro che avevano paura e cercavano di allontanarsi dai casi positivi. Per quanto mi riguarda sono due posizioni legittime, perché credo che il Covid abbia smosso corde profonde. Abbiamo fatto come potevamo e secondo me abbiamo lavorato bene. Però è una di quelle esperienze che crea una cicatrice interiore e professionale da cui è difficile liberarsi. Siamo tutti molto cambiati negli ultimi due anni, più disillusi e arrabbiati, tanto nei confronti del governo quanto in quelli dei profughi.

    In che senso nei confronti dei profughi?

    Nel senso che nel momento in cui hai poche risorse e hai in testa di dare una mano o di fare più del previsto, capita che si abbiano dei cedimenti fisici e psicologici, e non si riesca a stare dietro a tutto. Quando un servizio che nemmeno era previsto va storto una volta, magari per cause di lavoro, gli operatori tendono a essere messi sotto accusa anche dai richiedenti asilo. Per fare un esempio: con la sanatoria molte persone dovranno abbandonare i CAS, e anche se da un anno diciamo loro che questa sarebbe stata una conseguenza, ora che è arrivato il momento ci rinfacciano di non aver detto nulla, e questo non è vero. Credo faccia parte della natura umana il tentativo di guadagnare qualcosa in più, ma non per questo smette di fare male. Tutto quello che riteniamo necessario fare in più per loro raramente riceve un ringraziamento. Lavorare con le persone ha anche questo risvolto, ma non è mai facile da preventivare e accettare.

    Come vedi il futuro del tuo lavoro e dell’accoglienza a Verona?

    Più si va avanti più i numeri si abbassano, quindi tra gli operatori resta chi ci crede davvero e chi non ha l’ansia di guadagnare. Questo secondo me è positivo. I controlli prefettizi si sono intensificati negli ultimi tre anni, e diventa sempre più difficile sfociare nell’abuso o disperdere le energie. Se le cose non cambiano con un’altra emergenza credo e spero che fra pochi anni saranno tutti fuori dai centri. È un lavoro che cava il fiato. Spero però che non arrivi una sanatoria “umanitaria” che cacci tutti fuori senza alcuna reale possibilità di integrazione. In questo momento è questa la mia paura, perché coloro che restano appartengono alle fasce più fragili.

    Illustrazione di Louseen Smith