venerdì, 23 Luglio, 2021
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    L’Aida mutilata

    di Viola Lucetti

    Sabato 15 luglio in Arena si è tenuta una rappresentazione monca dell’Aida: l’80% dei dipendenti ha scioperato (il 60% se si tiene conto di chi non ha copertura sindacale). Si tratta di uno sciopero che arriva al culmine di un lungo percorso, che si inserisce nella storia tortuosa della Fondazione di Verona in particolare, e delle Fondazioni liriche nazionali in generale. Nel corso degli ultimi vent’anni le Direzioni delle Fondazioni hanno messo in atto una costante precarizzazione (come avvenuto anche in altri ambiti del lavoro culturale) dei lavoratori e delle lavoratrici, come il processo di ristrutturazione della Fondazione Arena culminata nel 2016 con lo scioglimento del corpo di ballo. Mentre quindi i cosiddetti piani di risanamento della dirigenza sembrano garantire poche certezze, chi lavora in Fondazione ha provato a proporre delle soluzioni e dei progetti di rilancio, rimanendo però inascoltato. Se l’ostinata sordità alle richieste e alle proposte dei lavoratori non bastasse, il Sindaco, la direzione della Fondazione e gli agenti economici esterni – Federalberghi e Camera di Commercio veronese – hanno giudicato “inaccettabile” lo sciopero. Lo sciopero però c’è stato e ha avuto successo, mentre l’Aida mutilata dovrebbe far riflettere proprio chi si ostina a tagliare le risorse per la cultura e lo spettacolo.


    Il corpo di ballo esiste nonostante voi”.

    Su un cartello lo slogan che potrebbe riassumere il senso dello sciopero indetto e portato a termine dai sindacati areniani il 15 luglio. Slogan emblematico perché racchiude il senso del disagio dei lavoratori e delle lavoratrici che a quello sciopero hanno aderito, pagandolo con le tasche e con la faccia: immediatamente infatti è partito il fuoco di artiglieria mediatica proveniente dalle sovranità economiche scaligere, che non hanno perso tempo a rilanciare sulle spalle di quei lavoratori la croce degli irresponsabili. Gli scioperanti sono stati accusati della colpa di far cadere tutto il triste palco di finta ripresa, di posticcio ottimismo, di traguardi millantati e mai raggiunti, anche davanti ad economie fatte sulla pelle dei lavoratori, sulla serenità delle loro esistenze, addossando sempre a loro ogni responsabilità.

    Uno slogan emblematico perché arriva proprio da quel settore che è stato trasformato in un fantasma dalla Fondazione Arena e dalla città tutta, la prima fingendo che non esistesse, la seconda tirandolo fuori come uno sbiadito feticcio ad ogni tornata elettorale, ergendolo a simbolo dell’incapacità dell’avversa fazione. Invece eccolo il Corpo di Ballo, vivo e capace di animare le manifestazioni così come gli spettacoli del Festival che lo ignora, immagine putrescente e bellissima del Teatro che, quando poteva ancora essere un Teatro, lo rifiutò. Il Teatro scelse allora di diventare Azienda, tagliando rami che aridamente ritenne secchi, ma l’arte, si sa, è come la gramigna e rispunta sempre fuori. Quella scelta comportò l’allontanamento definitivo da ogni seppur minimo riferimento artistico, da ogni senso di appartenenza, trasformò gli artisti in lavoratori e lavoratrici. E checchè ne pensi Confindustria, essi godono del diritto di sciopero e lo esercitano. Lo esercitano quando il lavoro diventa un ricatto, quando si chiede loro di rinunciare ad ogni diritto ed alla dignità professionale, quando, dopo aver normalizzato il precariato, si passa a normalizzare l’abuso, la coercizione, l’imposizione muscolare delle scelte unilaterali. Si pretende che i lavoratori remino nella stessa direzione di chi li condurrebbe spensieratamente nel baratro, riservandosi però il diritto esclusivo del paracadute.

    Le motivazioni che hanno portato a questo sciopero sono in realtà annose e ricorrenti, ma gonfiate dall’emergenza pandemica che tutti viviamo. Emergenza nel nome della quale si vorrebbe un esercito di martiri pronti a qualunque rinuncia pur di far appuntare la medaglia di eroi ai dirigenti, che hanno portato in scena questo festival monco di artisti e di personale tecnico qualificato; ma ricco di quelle figure niente affatto professionali o contrattualmente deboli, quindi più ricattabili e gestibili proprio perché privi di professionalità e senso artistico o semplicemente ignari dei propri diritti. Gli artisti che quella professionalità l’hanno coltivata negli anni si sono visti messi ai margini della scena, invasa da una marea di ragazzi e ragazze alle prime armi, seguiti a vista e vezzeggiati da chi può fregiarsi del titolo di regista, di direttore o direttrice artistica, addirittura sovrintendente. Se il teatro è la metafora della vita, questo senso registico è la metafora della Fondazione Arena. Infatti, nel nome dell’emergenza sanitaria, il centro della scena spetta a chi non si oppone, a chi ringrazia e basta, a chi non rivendica diritti e rispetto.

    Prima che questa stagione iniziasse sono stati molteplici i tentativi della Dirigenza areniana di saltare o forzare le graduatorie di anzianità, di imporre accordi tombali in cui i lavoratori avrebbero dovuto rinunciare a qualsiasi diritto o rivendicazione pregressa; tutto ciò per evitare ulteriori vertenze che sarebbero pesate sulle spalle dell’Arena, ma senza mai considerare che quel gravoso peso deriva da decenni di inadempienze, forzature e abusi contrattuali dell’attuale e precedenti gestioni del Lirico veronese. Vengono poi le relazioni sindacali, per la verità quasi del tutto assenti o comunque mai costruttive. 

    Leggendo il comunicato stampa con cui le OOSS indicono lo sciopero si rileva facilmente come nessuno dei punti di discussione, relativi alla gestione della emergenza, sia mai stato discusso, limitandosi semplicemente al collocamento dei lavoratori stabili in cassa integrazione e abbandonando tutti gli altri, ovvero il maggior numero di coloro che permettono la realizzazione del Festival estivo. Questo sarebbe quasi ragionevole se la Fondazione Arena di Verona non avesse goduto di una elargizione extra da parte dello Stato volta proprio a tamponare tale situazione di emergenza e scongiurare il ricorso alla cassa integrazione. Qualora questo non bastasse, basterebbe un veloce paragone con quanto operato dalle altre Fondazioni Lirico Sinfoniche italiane nella gestione della pandemia e nel coltivare il rapporto con il proprio pubblico. Rapporto che l’Arena ha smarrito ormai da decenni, e questo è presto dimostrato analizzando un semplice dato di fatto: l’abbandono sistematico della stagione invernale al Teatro Filarmonico. E non è una questione di oggi e neanche imputabile alla dirigenza attuale: questa sproporzione a favore del Festival estivo ha aggravato la disaffezione da parte del pubblico veronese, ma d’altronde il pubblico a cui si rivolge il Festival non è quello di casa. Non è nemmeno più quello dei melomani che, allontanati da allestimenti uguali a se stessi per decenni e messi in scena sempre peggio a causa delle continue riduzioni delle prove, a lungo andare hanno iniziato a disertare quello che un tempo era uno dei palcoscenici più prestigiosi al mondo. Il vero pubblico a cui il Festival si rivolge è quello del turismo d’oltralpe, non nell’interesse di dare un Servizio culturalmente valido, ma con lo scopo poco edificante di spennare il più possibile il pubblico teutonico a beneficio del settore di ristorazione e alberghiero.

    Ecco che la Fondazione Arena, svuotata del suo significato di Fondazione Lirico Sinfonica, svolge la sua funzione non già di faro culturale per l’intera città, ma di intrattenimento a basso costo per i turisti, da intervallare con concerti ed eventi che nulla hanno a che fare con la tradizione lirica ma possono comunque contribuire ad ingrassare le tasche di chi poi, sdegnosamente, butta qualche spicciolo nella gola assetata del relitto di una delle più grandi realtà liriche che la storia del nostro paese ricordi.
    Sempre che i lavoratori non disturbino.