venerdì, 17 Settembre, 2021
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    Bridge film festival: un anno a KM0

    di Michele Bellantuono

    L’edizione 2021 del Bridge Film Festival, da anni evento di punta dell’estate cinefila veronese, coglie da mesi di isolamento lo spunto per una rassegna cinematografica dedicata all’idea di spazio e a quei confini che separano il vicino dall’altrove.

    Chilometro zero, ovvero, in gergo commerciale, una merce prodotta e venduta nella medesima area. Un qualcosa di strettamente vicino, a contatto con la nostra realtà (con la nostra quotidianità) eppure spesso estraneo. Il Bridge Film Festival in questa sua seconda ostinata edizione pandemica elegge proprio questo termine, km0, a tema trainante del proprio programma, che comprende come da tradizione eventi musicali, performance di danza, esibizioni artistiche, ma soprattutto cinema, confermandosi anche quest’anno come evento cardine della cinefilia veronese.

    Un festival che inevitabilmente va a colmare un vuoto duraturo, quello creato dall’arrivo del coronavirus e dall’ondata di DPCM ministeriali, che come sappiamo hanno tempestivamente imposto l’interruzione delle proiezioni cinematografiche in sala e all’aperto. Mentre l’edizione dello scorso anno, quel 2020 maledetto in cui comunque il virus ci ha “regalato” una breve tregua estiva, evadeva dallo scenario emergenziale per dedicare il programma alle speranze, delusioni ed energie della “Generazione Z”, quella corrente, svoltasi tra il 14 e il 17 luglio scorsi, ha scelto di oltrepassare il tema pandemico con audacia: attraversandolo. In rapidità, tastandone i margini e ricavandone piuttosto il tema di cui sopra, quel km0 che, come ha spiegato la direttrice artistica Ginevra Gadioli, diventa contenitore pregnante di significati e che in particolare invita a riconsiderare il vicino come un altrove inesplorato, seppure prossimo. Vicinanza, distanza, contatto, prossimità: parole il cui significato scontato in periodo pandemico ha improvvisamente acquistato una risonanza straordinaria e, tutto considerato, inquietante. Parole che hanno anche ispirato le menti di artisti di tutto il mondo, lasciando un segno anche nella nostra città, come dimostrano le illustrazioni di Opera Aperta esposte al Bridge. Il progetto ideato da Agnese Barbarani e sostenuto da 045 Publishing e Circolo del Cinema ha avuto luogo durante il lockdown, in cui illustrazioni di vari artisti hanno sostituito le locandine dei film nelle loro teche fuori dalle sale cinematografiche veronesi. Un’iniziativa straordinaria, che in un periodo di grande difficoltà per il mondo degli esercenti dello spettacolo si è posta come commento critico in una veste pacifica e davvero suggestiva, lasciando parlare le immagini.

    Dal pianto dei cinema chiusi si arriva quindi a questa edizione 2021 del Bridge, che ha inaugurato il proprio ciclo di proiezione nell’atmosfera suggestiva dell’Antica Dogana di fiume all’insegna della sperimentazione, con un’opera breve pienamente in sintonia con le corde della rassegna, vicini a lavori indipendenti o d’avanguardia. Un cortometraggio che sfugge dalle definizioni e dai generi per ritagliarsi un proprio intimo, bucolico spazio di racconto. Deserto è un documentario sperimentale in cui i misteri della vita e della creatività artistica diventano le colonne portanti di una narrazione animata da uno spirito a tratti profondo e a tratti giocoso, che tenta di tenere insieme le fila di un racconto biografico e musicale. Dietro Deserto c’è infatti la regia della band veronese C+C=Maxigross, compositori e assieme protagonisti di questo bizzarro diario audiovisivo lanciato per promuovere il loro ultimo album, ma che in qualche modo tenta di racchiudere nei suoi circa 25 minuti di durata la stessa essenza creativa della band, colta in varie sfaccettature e fasi del proprio sviluppo. Un’operazione ambiziosa per ogni artista, quella che mira a tratteggiare le forme della propria Musa; però la formula di Deserto, alimentata dai ritmi folk psichedelici dei C+C, dà vita a un qualcosa che restituisce a pieno la chimica della band, attraverso un montaggio frenetico di immagini girate in vari contesti e in vari formati, ma legate assieme da un percorso comune. Tutto ciò mentre in sottofondo la calma voce narrante di un’anziana donna (nonna di uno dei membri del gruppo) racconta di luoghi e personaggi che sembrano direttamente strappati dalla letteratura di Borges, autore citato nell’incipit del film. Ritorna specialmente il simbolo del labirinto, metafora di un percorso creativo fatto di vicoli tortuosi, strade interrotte e una buona dose di mistero e avventura. Al suo centro, il luogo per un rito iniziatico che segna il contatto con la propria interiorità, che in sé è sempre una musa imprescindibile. Il documentario, alla cui fotografia ha lavorato Stefano Bellamoli, presenta anche alcune sequenze girate nello Studio TEGA, covo creativo della band. In queste scene i fan del gruppo riconosceranno sicuramente la figura di Miles Cooper Seaton, il musicista statunitense fondatore degli Akron / Family e amico e collaboratore dei C+C, tragicamente scomparso a 41 anni a inizio 2021.

    Deserto dunque, in questa edizione del Bridge a km0, rappresenta il “viaggio” e, assieme, quello scarto tra quotidiano e immaginario che si viene a creare nel corso dell’atto creativo e che, in questo caso, nasce dalla suggestione musicale. Il festival ci invita poi a spostare questo nostro “metro” a misurare una distanza fisica, ma non rivolta all’orizzonte, bensì sotto i nostri piedi. Il Bridge ci ricorda infatti che il 2021 è anche l’anno del carsismo e della speleologia, proiettando il cortometraggio The Tough del polacco Marcin Polar, documentarista che si è addentrato nelle viscere delle montagne Tatra (le vette più alte dei Carpazi) accompagnando uno speleologo nella sua attività esplorativa. La camera di Polar insegue il protagonista in pertugi bui, che sembrano quasi impossibili da attraversare. Il film è un claustrofobico racconto di scoperta, in cui ogni inquadratura diventa finestra sull’ignoto, che mantiene un suo misterioso fascino, alimentato qui da un ottimo lavoro sul sonoro, che costruisce l’atmosfera di un luogo inviolato e dunque puro, essenza di una Terra madre che serba nel suo ventre abissali tesori (come le meravigliose grotte di Tatra).

    Abbandoniamo quindi una visione buia, affascinante e assieme claustrofobica come The Tough per respirare un’aria diversa, meno rarefatta e, a suo modo, altrettanto magica. Parliamo di un “incanto” non benevolo. Una condizione dalle molteplici manifestazioni, detta dello spettro autistico: è lei la silenziosa protagonista di Marana, documentario dei registi veronesi Giovanni Benini e Davide Provolo. Autori che tuttavia non pongono questa condizione al centro del proprio racconto, ambientato nella comunità Villa Santa Rita di Marana di Crespadoro (nell’alto vicentino), che ospita ragazzi autistici. Sono questi ultimi ad attirare l’obiettivo della macchina da presa, che da loro non si stacca per l’intera durata del film. Benini e Provolo, grazie anche al sensibile lavoro di montaggio di Pierpaolo Filomeno, raccontano la comunità attraverso il viaggio emotivo, sperduto e affascinato di uno sguardo estraneo, immerso improvvisamente in una sorta di bolla in cui sono seguite regole incomprensibili ai più, ma che sembrano accordare le vite dei giovani protagonisti. In questo luogo in cui la lingua stenta a farsi mezzo di comunicazione, forse è proprio l’obiettivo di una cinepresa e il suo linguaggio, cioè quello audiovisivo, cinematografico, lo strumento migliore per attivare un canale percettivo efficace. Un approccio registico ai disturbi dello spettro autistico che restituisce un’immagine reale, autentica, ma che al tempo stesso si arrende ad essa, trasmettendo il fascino incantato di un mondo dalle caratteristiche surreali, isolato nelle alture, lontano da sguardi invadenti e giudizi. La camera, dunque, inquadra da vicino e racconta, ma infine si perde, quindi coglie un’assonanza e danza insieme ai ragazzi in una foschia multicolore, oppure attende nello spazio fino all’accadere di un qualcosa, un moto nella quotidianità. Capta sogni espressi ad alta voce, come quello di Max “Divine”, nome d’arte di uno dei ragazzi appassionato di canto. La stessa struttura del film si fa allora fiabesca, come suggerisce la suddivisione in capitoli dai titoli essenziali ma evocativi. Marana esplora dunque un confine spezzato, alterato dalla condizione dello spettro autistico, che proietta questi ragazzi in una realtà tanto vicina eppure al tempo stesso tanto apparentemente invalicabile. La cinepresa dei due documentaristi diventa così lo strumento a sostegno di quel ponte tra pregiudizio e realtà che forse solo una rappresentazione così sensibile e intima può restituire.

    Un ponte che in qualche modo ritroviamo in un’altra delle opere più interessanti di questa edizione. Ne La casa dell’amore il regista Luca Ferri entra infatti nelle mura domestiche di Bianca Dolce Miele, sex worker transessuale di Milano. Quest’ultimo documentario di Ferri completa una trilogia tutta dedicata a protagonisti ripresi esclusivamente all’interno delle proprie abitazioni, allineandosi perfettamente con il tema del km0. Ma, appunto, anche qui come in Marana il concetto di distanza non è declinato solo in termini spaziali, ma anche ideologici. La transessualità di Bianca è osservata però al di fuori di ogni pregiudizio: Ferri è un abile documentarista, dà spessore e dignità al suo personaggio mettendone a fuoco l’intimità più genuina, inquadrando gli spazi domestici illuminati dalle candele (in casa non c’è elettricità) come fossero aree di un tempio sacro. Ferri non fa mistero sul fatto che non tutti gli incontri che vediamo nel film siano autenticamente reali, dato il coinvolgimento di interpreti vicini al regista per alcune scene (recitate); tuttavia ogni scelta narrativa di finzione è comunque ispirata a situazioni o personaggi realmente entrati in contatto con Bianca. La sensazione resta quella di un racconto d’autore che procede a raccontare intimamente la sua protagonista, lasciando che i limiti tecnici dovuti alla location (su tutti la mancanza di luci elettriche) diventino stratagemma per puntare l’obiettivo su quei pochi, fiochi raggi di luce che scolpiscono gli spazi interni e i profili dei tanti clienti di Bianca. Ne La casa dell’amore scenografia e personaggio diventano davvero un soggetto unico, dotato di una sua profondità e personalità. Un film frutto di uno sguardo attento più al dettaglio e all’aneddoto, all’espressione di un volto o ai tempi morti narrativi, che interessato a interrogarsi su questioni politiche, dalle quali Ferri dichiara di distaccarsi completamente, durante il processo di regia. Certo, per noi spettatori del Bridge, vedere proiettato un film che ruota attorno agli appuntamenti di una prostituta transessuale proprio a Verona, in un festival che tra l’altro si è guadagnato il patrocinio del Comune, fa comunque il suo bell’effetto e suscita un sorriso. Qualcosa insomma passa tra le maglie di un’amministrazione non troppo vicina alle lotte per i diritti LGBT (per usare un eufemismo).

    Questo excursus a contatto con la vita e l’appartamento di Bianca ci porta a tornare alla più forte e contemporanea delle immagini suscitate dal tema del festival: quel km0 che inevitabilmente ora, con queste ultime opere, evoca l’immagine della pandemia e delle ormai drammaticamente familiari misure di contenimento del contagio. I due restanti film in concorso hanno come tema di fondo la Covid-19, essendo cronache di una quotidianità alterata dalla dimensione pandemica, nate dagli sforzi creativi di due documentaristi che hanno scelto di raccontarsi nella fase del lockdown nazionale. Kufid di Elia Moutamid (il vincitore del Premio della giuria) e Dissipatio di Filippo Ticozzi si collocano perfettamente all’intero di una densa massa di opere prodotte letteralmente in casa da registi e videomaker sparsi in tutto il mondo. Per qualcuno realizzare un film tra le mura domestiche può essere stato semplice diversivo per combattere la noia, o la disperazione. In altri casi, la riflessione attorno a questi prodotti audiovisivi si fa più complessa, toccando aspetti più profondi non direttamente correlati con il virus. Nel film di Moutamid, regista di origini marocchine, la pandemia interrompe un importante lavoro di ricerca sulla gentrificazione che parte proprio dal Marocco. Il lockdown coglie il documentarista a Brescia, città in cui vive, costringendolo a riflettere sugli sviluppi del lavoro tra le mura di casa. Con il passare dei giorni, il virus diventa una sorta di silenzioso interlocutore per il regista, un personaggio di nome Kufid al quale confessare il proprio intimo diario dell’isolamento, ma anche riflessioni che toccano soggetti come la famiglia, la politica, l’attualità. Con uno sguardo che passa costantemente dal commento alla società marocchina a quella l’italiana, instaurando così un confronto sulle diverse modalità di gestione della pandemia, ma non solo. Il film tocca inevitabilmente anche il tema dell’integrazione, senza tuttavia adottare mai un taglio politico: a emergere è solo il tono critico ma assieme amicale e diaristico di Moutamid, narratore di sé stesso in queste condizioni straordinarie che anche per lui si sono tramutate in occasioni di intensa autoriflessione.

    Indubbiamente anche Dissipatio di Ticozzi presenta questa struttura autoriflessiva. Nessun stretto legame con l’opera di Guido Morselli, autore del romanzo di stampo distopico Dissipatio H.G., ma il titolo deriva in effetti da qui, scelto più perché “ad effetto” e in quanto termine di una lingua morta. Se da un lato Kufid a livello spaziale tende ad aprire le inquadrature ed estendere il suo sguardo al di là delle mura di casa, pur restituendo la dimensione del lockdown, dall’altro Dissipatio restituisce a pieno, in un film desaturato in bianco e nero girato nelle stanze del regista, tutto il carattere negativo, monotono, depressivo dell’isolamento. Lo scarto tra i due film è dato proprio dallo stile narrativo, da un montaggio che nel film di Ticozzi alterna primi piani sfocati a immagini che restituiscono tutto il degrado quotidiano del lockdown. Domina un senso di trascuratezza, alimentato dalla figura dello stesso regista, anche qui protagonista del racconto. Ticozzi riflette a mente libera sulla sua condizione di autore in un periodo di fermo, descrivendosi spesso come un corpo finalmente libero di “gioire del nulla” e di sopravvivere nella propria solitudine. Un registro verbale e visivo assai diverso da quello di Moutamid, in cui ad esempio l’uso all’interno del montaggio di messaggi vocali è un modo per dare spessore alla difficile situazione familiare che ha vissuto durante la quarantena del fratello, oppure per descrivere il rapporto con colleghi e parenti, usando come mezzo efficace la propria voce. Anche Ticozzi sceglie di usare i vocali nel suo film, ma in questo caso fungono da tasselli di una narrazione che prevede appunto vaghi commenti audio sulla pandemia, inviati da amici del regista, non connessi tra loro ma sfruttati per accompagnare le immagini simbolo di solitudine o malaugurio (il corvo posato sui rami secchi, l’ospedale in lontananza, confezioni vuote di bagnoschiuma abbandonate nella doccia) che costituiscono il film. In un certo senso, Dissipatio può far tornare in mente il termine usato da Bifo Berardi nel suo diario della pandemia, pubblicato sulla rivista Not: psicodeflazione. In Ticozzi si assiste proprio a questo processo di “sgonfiamento” che ha certo anche effetti psicotici, come nella narrazione di Bifo. Al di là di ogni speculazione o ricerca di un significato, sul quale peraltro lo stesso autore dichiara di non potersi esprimere, il documentario vive di una propria spontaneità narrativa, senza percorsi o intrecci, senza personaggi se non le stesse immagini, che popolano la storia come frammenti di un immaginario quotidiano in attesa (della fine?). Il punto di vista è quello di un Ticozzi-asceta, rintanato nel proprio studio (il suo “deserto” privato) a osservare se stesso e quel mondo fuori dalla finestra, cambiato dal virus eppure uguale in superficie, simulacro cadaverico di ciò che è sempre stato, nella visione del regista. Dissipatio e Kufid sembrano dunque mettere inconsciamente gli spettatori di fronte a una fondamentale domanda, che va posta riflessivamente: più che chiederci come la pandemia ci abbia cambiato, forse dovremmo capire se ci ha cambiato. Oppure, dopo il grande “sgonfiamento” globale, torneremo a gonfiarci e ad assumere le vecchie sagome?