domenica, 28 Novembre, 2021
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    Via Olimpio Vianello n°0. Storie di homeless ai tempi del Covid

    di Nicole Righetti, foto di Filippo Tommasoli

    La gestione politico-istituzionale della pandemia ha contribuito a rendere ancor più evidenti alcune delle contraddizioni strutturali della nostra società, come la questione abitativa e il diritto ad abitare per tutti. Questo fotoreportage da Verona si muove all’interno di queste contraddizioni, raccontando le storie di chi si mobilita contro il vuoto e le responsabilità delle istituzioni.


    La via che ufficialmente ospita le persone senza fissa dimora di Verona è intitolata a Olimpio Vianello, la cui storia si aggiunge alle numerose pagine di cronaca nera dense di violenza che hanno avuto come teatro la tanto proclamata “città dell’amore”.

    Olimpio, soprannominato “El Crea”, era un distinto signore di 73 anni che, la notte dell’8 dicembre del 1990, dormiva nei pressi del volto tra la piazza del Tribunale e la chiesa di Santa Maria Antica. Proprio lì venne ammazzato, picchiato selvaggiamente da tre ragazzi, due minorenni e un diciottenne. Quest’ultimo varcò la soglia del carcere soltanto 22 anni dopo, con una condanna a 10 anni e mezzo di reclusione.

    L’iniziativa di nomina della residenza fittizia, intitolata a Olimpio, nasce dalla volontà dell’associazione Avvocato di Strada, che opera su tutto il territorio nazionale a favore del diritto alla residenza delle persone senza fissa dimora.

    Luigi è un ospite di lunga data. Come gli altri, ha passato un periodo molto difficile durante la pandemia.

    Fondamentali per lo svolgimento delle attività dell’associazione sono gli sportelli legali, dove i volontari incontrano gli assistiti e forniscono consulenza per le questioni giuridiche che vengono sottoposte.

    Come ci spiegano l’avvocata Anna Tragni, co-coordinatrice della sede di Verona, e Laura Prando, responsabile degli sportelli legali, per lo più si tratta di pratiche di diritto civile: diritto alla residenza anagrafica, reddito di cittadinanza e diritto di famiglia.

    Durante tutto il periodo pandemico, gli avvocati hanno accolto le richieste di ricorso alle sanzioni amministrative inflitte dalle forze dell’ordine a moltissime persone che, non essendo in possesso di una residenza, non erano chiaramente in grado di ottemperare all’intimazione di “rimanere a casa” imposta dagli innumerevoli decreti legislativi emanati in questi mesi. Al cambiare del colore della nostra regione, queste persone si sono trovate più o meno severamente “fuori legge”, per il solo fatto di occupare il suolo pubblico violando le restrizioni imposte, senza però che le istituzioni offrissero loro una concreta e definitiva alternativa alla strada.

    Inesorabile ritorna il tema della residenza, requisito che segna una linea di demarcazione che distingue le vite al margine, al limite della vita normata e universalmente definita come degna, cioè all’interno di mura domestiche.

    All’interno della struttura di accoglienza si può usufruire di diversi servizi, tra cui quello di lavanderia. Luca, operatore storico del centro, è sempre disponbiile per dare una mano

    Un nodo cruciale della gestione pandemica, soprattutto durante la prima ondata del 2020, ha interessato la degenza delle persone affette da Covid-19, in particolar modo per quanto riguarda l’isolamento e la riduzione del contagio fra le persone senza fissa dimora, come ci riportano dal CESAIM, il Centro per la Salute degli Immigrati a Verona: una struttura convenzionata con l’ULSS 9 Scaligera, composta da circa 50 medici e infermieri volontari che garantiscono assistenza e prestazioni sanitarie agli immigrati “irregolari” non coperti dal SSN.

    «Si tratta di volontariato sanitario, ma anche di un servizio di salute pubblica, perché dove andrebbero queste persone a curarsi se non venissero qui?», queste le parole della dottoressa Luisa Caregaro, president del Centro, che sottolinea come sia stata complessa, soprattutto durante i primi mesi di pandemia, la gestione del servizio: «Con il Covid abbiamo avuto meno assistiti, a causa della chiusura durante il mese di marzo del 2020, quando facevamo soltanto assistenza telefonica e consegna dei farmaci. Ora invece abbiamo potuto riprendere il servizio grazie alla disponibilità di copricamici, visiere e mascherine. Abbiamo deciso di implementare l’assistenza psicologica: collaborano con noi due psichiatri e due counselor, questi ultimi chiamati su indicazione degli psichiatri qualora ci fosse qualche utente che avesse bisogno di un appoggio e di accompagnamento psicologico, più che medico.»

    La pandemia di COVID-19 ha aumentato considerevolmente la quantità di persone costrette a vivere per strada, sia di nazionalità italiana che migranti

    La dottoressa ci racconta della mobilitazione avvenuta da parte del CESAIM, insieme ad altre realtà del territorio, per risolvere la problematica della gestione dei positivi tra i senza fissa dimora, che, non avendo un luogo dove risiedere per rispettare l’isolamento o per essere monitorati e ricevere le cure necessarie, dopo la segnalazione alle autorità competenti tornavano per strada.

    «Abbiamo coinvolto il Comune, poi la Curia e l’ULSS, scrivendo una lettera al direttore sanitario, il dott. Girardi, poiché uscivano dall’ospedale pazienti ancora positivi al Covid e giravano per la città. Sono venuti anche da noi e per fortuna li abbiamo intercettati al triage.

    All’inizio della pandemia mancava un collegamento tra l’ospedale e una dimissione protetta dei pazienti. Hanno predisposto quindi, oltre al Covid Hotel a pagamento, una struttura, la Casa di soggiorno San Fidenzio, per il ricovero dei dimessi ancora positivi ma asintomatici, o negativi ma indeboliti, che non avessero un alloggio sicuro dove passare la quarantena di 15 giorni. Ora [Novembre 2020, ndr.] San Fidenzio non c’è più».

    Il dottor Monteiro, medico primario del reparto di infettivologia dell’Ospedale di Negrar, ci segnala che la mancanza di una struttura che accolga le persone senza dimora sia un fattore limitante nello svolgimento del servizio sanitario. La procedura da seguire nel caso in cui i volontari del Cesaim trovino un paziente che presenta positività al test di screening per il Covid-19, infatti, prevede la segnalazione al Palazzo di Sanità, il quale dovrebbe intervenire prendendo in carico il paziente e monitorando le sue condizioni.

    Il Rifugio 2 è un punto di riferimento fondamentale per molti uomini e donne senza fissa dimora, e lo è diventato ancora di più durante questi due anni di pandemia, che hanno acuito pesantemente le disuguaglianze sociali, enfatizzando la marginalizzazione di chi già viveva ai margini. è un luogo in cui tentare di ricostruire una dimensione sociale e relazionale andata in frantumi.

    «Purtroppo, i pazienti, non avendo una dimora fissa, non sono rintracciabili e non possono essere seguiti o isolati. Noi qui li teniamo un po’ controllati, cercando di non farli mescolare agli altri pazienti. Lasciamo la segnalazione fino a quando non effettuano il secondo tampone e quando si negativizzano possono rientrare nei nostri ambulatori normalmente, ma rimangono comunque per strada. Stiamo parlando di persone che hanno diverse patologie e che magari riescono a trovare da mangiare grazie all’esistenza di diverse mense sul territorio, ma allo stesso tempo hanno bisogno di un luogo dove risiedere.

    Non si tratta solo di immigrati irregolari e senza tetto, ma anche di tante famiglie che hanno perso il lavoro e non hanno potuto rinnovare la tessera sanitaria perché hanno perso la casa.

    Bisognerebbe pensare a un’accoglienza vera, perché queste persone non possono vivere per strada. Noi ci sforziamo di prestare un servizio sanitario, però ci rendiamo conto che manca tutto il resto, soprattutto in questa situazione di emergenza sanitaria, che ha nettamente aggravato il problema.»

    Il dottor Monteiro, in forza al dipartimento di malattie tropicali dell’Ospedale di Negrar, è un elemento importantissimo all’interno del CESAIM e un anello di congiunzione tra il Centro e le strutture ospedaliere

    La gestione dei ricoveri sembra essere migliorata durante l’inverno del 2021, nonostante la difficoltà riscontrata inizialmente nel reperire i tamponi per testare le persone nelle strutture rivolte alla popolazione homeless – ovviata in seguito da un progetto sentinella dell’Università di Verona – si sia tradotta nell’attesa di un piano vaccinale che ha tardato fino a fine luglio 2021 per arrivare, portato avanti grazie all’iniziativa di Medici per la Pace, in collaborazione con l’AULSS-9 Scaligera, che garantisce finalmente l’accesso alla vaccinazione anche alla popolazione senza fissa dimora di Verona.

    Marco Zampese, direttore della Cooperativa Sociale di Caritas, Il Samaritano, ci spiega che quest’anno è stato implementato, grazie ai fondi della Fondazione Cariverona, il Piano annuale “Emergenza Freddo”, per il periodo da Ottobre a fine Aprile, garantendo l’accoglienza in diverse strutture sul territorio veronese delle persone che richiedessero sostegno, incluse quelle positive al Covid-19 ma asintomatiche, in grado di isolarsi presso la struttura femminile di San Bernardino, con 20 posti letto, o quella maschile del Tempio Votivo, che può ospitare fino a 8 persone.

    La pandemia ha però anche dato un nuovo impulso alla solidarietà dal basso. Ouafa, insieme a molti altri membri della comunità islamica di Verona, si è unita nel 2020 alla Ronda della Carità, diventando presto un membro fondamentale dell’associazione.

    È stato attivato inoltre un rifugio notturno a bassissima soglia e senza vincoli di accesso, con una capienza di 15 persone, presso la Parrocchia di San Giovanni Evangelista: questa struttura è nata con l’obiettivo di intercettare persone con gravi problematiche, tali da non poter essere inserite in una struttura di accoglienza, che avessero bisogno di un luogo dove trascorrere la notte.

    Il dormitorio è rimasto aperto fino al 30 Aprile ed è stato gestito da Caritas, insieme all’Unità di strada della Coop. Comunità dei giovani, lavorando in collaborazione con la Ronda della Carità, organizzazione di volontariato impegnata da 25 anni sul territorio veronese.

    La sede logistica dell’associazione Ronda della Carità si trova in via Guardini, nella zona industriale della città: qui si preparano i pasti che vengono poi distribuiti durante la notte insieme ai beni di prima necessità, quali indumenti, scarpe e coperte.

    La Ronda della Carità è un’associazione che dal 1995 ogni giorno si occupa di portare pasti caldi e coperte a chi vive per strada.

    I volontari ci raccontano degli ingenti sforzi che hanno dovuto compiere per riuscire a far fronte all’emergenza sanitaria senza dover sospendere il servizio. Anche nel periodo più duro, durante la prima ondata di marzo 2020, la Ronda è sempre rimasta presente con la distribuzione dei pasti, adottando le misure igienico-sanitarie necessarie e quindi confezionando le porzioni e consegnandole in sacchetti individuali, con una bottiglietta d’acqua e uno snack per la colazione del giorno successivo.

    Il rammarico, tanto dei volontari, quanto di Alberto Sperotto, vicepresidente dell’associazione, è quello di aver perso parte dei momenti di convivialità e aggancio delle persone che si rivolgono ai loro servizi, sebbene da alcuni mesi siano state introdotte, presso il Rifugio 2 di Via Campo Marzo, attività di grande coinvolgimento attivo, come il Bla-bla Ronda, un momento di scambio linguistico e di accompagnamento all’apprendimento dell’italiano, e la Ciclofficina, dove le persone possono ricevere una bicicletta, imparare a ripararla, acquisendo competenze meccaniche che spesso, ci raccontano, vengono tramandate anche a persone che non frequentano la struttura.

    Stefano ha viaggiato molto, in tutto il mondo, sperimentando diversi lavori. Dall’inizio della pandemia è tornato a Verona, trovando nel Samaritano un importante punto di riferimento

    Si tratta di un insieme di servizi che pongono l’accento sulla necessità di una progettualità e di un intento educativo nell’approccio alle problematiche della popolazione homeless, le quali non si limitano all’assenza di una dimora, tutt’altro: la mancanza di una casa in cui vivere è solo la conseguenza ultima del diradamento di una rete relazionale comunitaria e solidale, dell’atomizzazione prodotta da un sistema socio-economico disgregante e di un sistema di welfare a dir poco inefficiente, fondato su servizi territoriali selettivi e non capillari.

    Aurelio ha fatto il camionista fino al 2000, poi ha provato a cambiare lavoro ma la fortuna non l’ha aiutato. Dal 2005 vive per strada. Ha passato il primo lockdown nella struttura comunale di accoglienza del Camploy: non gli facevano tamponi e potevano uscire senza problemi. Le persone ai margini sono state tenute ai margini anche nella gestione istituzionale della pandemia.

    Stay safe, stay home”. Questo il motto di un periodo storico profondamente segnato dalla percezione del pericolo e dell’insicurezza. “State a casa”, perché soltanto lì sarete al sicuro. Difficile non ricondurre a questa intimazione l’eco di un’esortazione a mettersi al riparo, che però non tiene conto dell’impossibilità di molti di attenersi a questo invito, o ancora, del fatto che per molte persone, soprattutto donne, la casa non sia un luogo sicuro, anzi, sia piuttosto un luogo di violenza e oppressione.

    Restiamo a casa, ma…perché non tutti siamo a casa nello stesso modo.

    Nel 2020 hanno portato 63.000 pasti notturni e più di 6.000 coperte, salvando numerose vite altrimenti a rischio.

    La riflessione sulle diseguaglianze strutturali che permeano il sistema economico e sociale che ci governa, rese ancora più evidenti dall’emergenza sanitaria, ha accompagnato l’affiorare di una questione assai critica: il tema della casa si è fatto spazio tra le righe della narrazione di una pandemia che ci ha colti di sorpresa, o almeno che così ci viene proposta.

    E il ritornello dell’inaspettato, ma soprattutto dell’imprevedibile, è stato la scusa migliore per giustificare una gestione discutibile e prettamente assistenziale, all’insegna di tragiche metastasi burocratiche, di criticità sociali che avevano bisogno soltanto dell’ultima fatidica goccia (il Covid, per l’appunto) per inondare le strade delle nostre città e il cui dilagare è stato arginato grazie all’impegno di associazioni, volontari e cooperative sociali, che con le loro attività e servizi si sforzano ogni giorno di colmare queste lacune istituzionali.

    La Ronda della Carità non si occupa solo di portare pasti e coperte nelle strade, ma gestisce anche uno spazio vicino al centrocittà, il Rifugio 2. Lì vengono servite ogni giorno le colazioni, si può fare due chiacchiere, riparare la bicicletta alla ciclofficina, tagliarsi i capelli dal Barbiere di Strada, imparare l’italiano al Bla Bla Ronda.