venerdì, 17 Settembre, 2021
More

    The (broken) chair. L’università fatta a pezzi

    di Angela Adami

    La Direttrice, The Chair in lingua originale, è una serie uscita su Netflix alla fine di agosto, opera prima di Amanda Peet, sceneggiatrice, produttrice esecutiva e showrunner insieme ad Annie Julia Wyman. 


    Ambientata in un’università americana di finzione, e precisamente in un decadente dipartimento di inglese, la serie Netflix “La Direttirce” mette in scena le dinamiche che governano l’università e il tentativo di salvare il dipartimento dall’imminente tracollo economico, mettendone a capo una nuova direttrice, Ji-Yoon Kim, interpretata da un’impeccabile Sandra Oh. Il tentativo del rettore è dunque quello di offrire un’immagine rinnovata e fresca del dipartimento: Ji-Yoon Kim è per l’appunto una donna asiatica, progressista, e certamente giovane per i canoni accademici. 

    Si aspettava da tempo una messa in scena dell’università che fosse meno romanzata e più vicina alla realtà, e finalmente è arrivata. Per quanto infatti la commedia ne drammatizzi certi tratti, le esagerazioni tipiche del genere servono più che altro a far riflettere. In special modo chi lavora in università non può non sentire quel gusto un po’ amaro di cose vissute, che fa somigliare la serie ad una tragicommedia. Il tema è complesso, intreccia livelli diversi, e la serie ha il merito di mostrarli scegliendo una prospettiva precisa ed evitando di sciogliere le contraddizioni nella narrazione: i problemi rimangono a riempire le aule universitarie, reali o fittizie che siano. 

    C’è il piano della governance accademica neoliberista, che fa un uso spregiudicato della differenza, sia essa di genere, di razza o di età, e delle posizioni politiche più progressiste per metterle a valore, salvo poi costringerle all’interno di ranghi strettissimi, che non consentono nei fatti di spostare alcun equilibrio. C’è il piano delle proteste studentesche che da qualche anno attraversano i campus delle università statunitensi, e che in particolare a seguito delle proteste di Black Lives Matter hanno chiamato in causa la produzione di conoscenza e la memoria collettiva, tracciando un filo non tanto sottile che unisce le statue dei sudisti nello spazio pubblico ai syllabus dei corsi universitari, pieni di voci bianche e maschili. C’è poi il piano di tensione tra un baronato accademico talmente vecchio da essere incontinente e il precariato che inevitabilmente si inasprisce quando intreccia questioni di genere e di razza. Il ruolo di precaria è infatti inscenato da una giovane professoressa afroamericana che nonostante le evidenti doti nell’insegnamento e l’originalità della ricerca non riesce a ottenere un posto fisso. Questi diversi piani sono osservati dalla prospettiva di Ji-Yoon Kim, la nuova direttrice, che con tutte le buone intenzioni del caso e con un’ingenuità difficile da credere si accinge a svolgere il suo ruolo di capo dipartimento e, tuttavia, viene sistematicamente rimessa al suo posto, un posto di facciata per l’appunto. 

    Il merito principale de La direttrice è senza dubbio quello di mettere in scena la perfetta incomunicabilità tra le diverse componenti che popolano l’accademia. I soldi della dirigenza, la rabbia e il senso di ingiustizia degli studenti, il desiderio di cambiare le cose dall’interno dei professori progressisti. Questa incomunicabilità chiama in causa tutte le componenti accademiche, ma in special modo la relazione tra i professori e gli studenti in un momento, se non unico certamente eccezionale, in cui le fonti della conoscenza sono messe in discussione, trasformando alcuni temi in questioni a fior di pelle, sensibilissime. Il caso che fa esplodere l’incarico vacillante della nuova direttrice rappresenta un esempio certamente estremo, e dunque perfetto, di questa incomunicabilità: da un lato si staglia la rabbia degli studenti che manifestano, a tratti rappresentati come superficiali nelle loro istanze, a tratti come sordi di fronte a chi sta presuntamente dalla loro parte, e dall’altro l’impraticabilità di ogni relazione possibile tra studenti e professori progressisti quando questi occupano una posizione di potere all’interno dell’accademia, e tra professori progressisti e governance universitaria, se non al costo dell’abbandono di ogni velleità radicale. La serie lascia aperta questa serie di contraddizioni, che riguardano da vicino il modo in cui il modello neoliberista, incarnato dalle alte dirigenze, stia agendo su un piano profondissimo, che finisce per inibire ogni possibile relazione di fiducia tra studenti e professori. La domanda che resta è: quale scambio di quale conoscenza è possibile senza questa relazione?