martedì, 26 Ottobre, 2021
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    Il breve passo verso il nazismo

    di Marco Tabacchini

    Recensione a “I nazisti di Ludwig e il rogo del cinema Eros” di Saverio Ferrari (RedStar Press, 2021)


    Nel suo pionieristico studio sulla cultura di destra, apparso nel 1979 per i tipi di Garzanti, il germanista e filosofo Furio Jesi ricostruiva gli slittamenti ideologici a cui si era prestato il neofascismo italiano dopo la sconfitta storica segnata dal conflitto mondiale. Tra questi, di particolare interesse e inquietudine risultava essere la penetrazione, al cuore della galassia culturale fascista, di riferimenti e modelli fino ad allora inediti, mutuati da altre esperienze storiche e da altre destre europee fino ad allora estranee all’identità che il fascismo si era costruito nel corso del ventennio. La larga diffusione di modelli, riferimenti e autori recuperati dalle fila del collaborazionismo europeo (Degrelle, Saint Loup o Brasillach, giusto per citare i più noti) o dello stesso nazismo, con le sue simbologie tanto seducenti e i suoi miti razziali altrettanto abbaglianti, attestava inequivocabilmente una deriva inaspettata delle traiettorie della militanza fascista. D’altra parte, se il regime fascista non si era ritirato di fronte a un possibile utilizzo di simbologie funerarie e proclami di morte eroica – un patrimonio tutto sommato già caro al nazionalismo prebellico – tali risorse, ricorda Jesi, erano parse poco più che semplici trovate, espedienti di propaganda per solleticare gli immaginari delle masse, ben lontane dal costituire quel fanatismo e quel rigore che la mistica della morte stava assumendo altrove.

    Ciò che in quegli anni inquietava Jesi, in un clima politico segnato dal terrorismo nero con le sue stragi e le sue bombe, era anzitutto la conversione del fascismo italiano a quella religione della morte, a quell’esaltazione della morte di sé e degli altri, che aveva costituito l’asse ideologica portante di molte rivoluzioni nazionaliste europee ma che aveva fino ad allora risparmiato la via italiana alla conservazione. Il neofascismo italiano, orfano dei suoi capi e del suo regime seppe allora trovare in simili esperienze non solo nuovi elementi con cui ravvivare la propria militanza, ma anche nuove giustificazioni teoriche con cui sostenere la propria azione eversiva entro un sistema segnato dalla sconfitta, dalla degenerazione e dalla catastrofe. Di fronte a una simile conversione, allora come oggi, il pericolo più subdolo per chiunque sostenga a una posizione antifascista e democratica sarà proprio quello di non riconoscerne la portata, liquidando l’estremismo di cui tali segnali sono portatori con lo sdegno di chi si limita a riconoscerne l’inattualità ma non l’efficacia – un errore, questo, che le istituzioni e gli apparati di Stato non hanno mai commesso, pur nell’ottica di ben altri interessi.


    Si potrebbe definire la ricerca decennale di Saverio Ferrari come un appropriato correttivo rispetto a una simile tendenza: da Le nuove camicie brune (2009), passando per Fascisti a Milano (2011) fino a I denti del drago. Storia dell’Internazionale nera tra mito e realtà, l’autore non ha mai smesso di indagare le vicissitudini e i mutamenti che da decenni interessano i movimenti dell’estrema desta italiana, riconoscendone di volta in volta la capacità di organizzazione e azione, le collusioni col crimine organizzato o con le istituzioni, nonché le pericolose radicalizzazioni ideologiche. Esemplare in tal senso è lo spaccato che emerge da I nazisti di Ludwig e il rogo del cinema Eros, in cui l’omonima setta neonazista viene descritta in tutta la sua natura politica e i suoi crimini come altrettante feroci e spietate azioni «in linea con la strategia del terrore da seminare, costruito nell’ambito dei progetti di sovvertimento delle istituzioni democratiche» (p. 82). Tra il 1977 e il 1983, anno del rogo al cinema milanese Eros in cui perirono sei persone, la banda Ludwig, i cui membri non tardarono a proclamarsi «gli ultimi eredi del nazismo» (p. 26), commise diversi delitti tutti volti a colpire soggetti marginali o, come nel caso dei frequentatori del cinema a luci rosse, segnati da un qualche stigma che li avrebbe additati come passibili di esecuzione agli occhi dei propri carnefici: «Ludwig attaccò nomadi, omosessuali, tossicodipendenti, sbandati e prostitute, tutti esseri considerati non degni di vivere, da “punire” senza pietà. […] Passò in un crescendo dagli assassinii agli eccidi collettivi» (p. 33). I volantini con cui le azioni omicide venivano pubblicizzate e rivendicate erano scritti in caratteri modellati sulla forma delle rune, i fogli intestati con un’aquila e una svastica, accompagnate dalla scritta “Gott Mit Uns”. I testi parlavano di esecuzioni contro forme di vita degradate, di odio nei confronti di luoghi intollerabili, da distruggere con un’azione avente valenza di rito purificatorio. E proprio questa commistione di politico e religioso, in cui la mistica della morte come sola risposta alla degradazione del mondo – «La nostra giustizia è morte. La nostra democrazia è sterminio», recitava il loro motto (p. 24) – si unisce a un anelito di purezza tale da schiacciare la vita altrui, costituisce il motore ideologico, inequivocabilmente nazista, in grado di spingere a nuovi efferati massacri. Come nella tentata strage del 1984, quando la banda arrivò a colpire anche a Monaco con l’incendio di un locale notturno, il Liverpool Sex Diskothek, provocando la morte di una cameriera. Perentoria nei suoi toni esaltati la rivendicazione: «Al Liverpool non si scopa più. Ferro e fuoco sono la punizione nazista» (p. 31).

    Di fronte alla sistematicità degli omicidi, alla fitta rete di legami intrattenuti dai membri della banda (i cui contatti raggiungono le fila di organizzazioni terroristiche come Ordine Nuovo e persino ad associazioni dichiaratamente religiose come Ananda Marga), così come ai potenti appoggi ricevuti (che permisero a Furlan di fuggire indisturbato in Grecia per anni), paiono ancora incomprensibili gli atteggiamenti di chi, allora, forse per scarsa lungimiranza forse per un’incomprensione del fenomeno nazista, tentò di liquidare gli episodi attribuendoli all’azione di mitomani, o chiamando in causa singolari disposizioni psicopatologiche che nulla avevano pertanto da spartire con la situazione politica contemporanea. La ricostruzione di Ferrari muove in direzione opposta, ricollocando la vicenda di Ludwig tra le altre stragi nere della storia italiana, al fine di dimostrare che non si trattò di «un’azione non frutto di turbe psichiche, bensì riconducibile a un’ideologia basata sull’affermazione di una “razza” superiore di uomini» (p. 87). Quella stessa ideologia condivisa da coloro che, riconoscendo nei membri della banda altrettanti camerati, non mancarono, proprio a Verona, di esprimere incondizionato sostegno nei loro confronti.