venerdì, 30 Settembre, 2022
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    «Non puoi non desiderare di essere intelligente!»
    Le Smart City e il futuro digitalizzato delle nostre vite.
    Intervista a Alberto Vanolo

    di Martina Mancinelli

    Alberto Vanolo è professore associato di geografia economica-politica presso l’Università degli Studi di Torino, la sua ricerca si concentra sulla geografia urbana, la globalizzazione e la geografia culturale. Abbiamo deciso di contattarlo per farci spiegare il concetto di smart city, presente in tutti i programmi elettorali dei candidati sindaco per la città di Verona. La digitalizzazione degli spazi urbani sembra essere un obiettivo trasversale a tutti i partiti, da destra a sinistra, cerchiamo di capire con lui cosa significa e quali cambiamenti può portare nella nostra quotidianità vivere in una smart City.


    C’è una prima domanda che ho bisogno di farti: cos’è un geografo?

    Un geografo si occupa di guardare alle relazioni fra fenomeni, di qualsiasi tipo, e il territorio. Per esempio, possiamo considerare fenomeni sociali, politici, economici, ma anche culturali o psicologici, come le emozioni. L’idea è che le relazioni fra fenomeni e spazio geografico si sviluppino in due direzioni, dando forma a quella che chiamiamo dialettica socio spaziale: determinati luoghi producono certe socialità, certi modi di vivere, certi effetti economici e culturali, e allo stesso tempo determinati modi di vivere producono specifici spazi. La classica idea di geografia è proprio quella di guardare e interpretare lo spazio attorno a noi, individuando le forze che lo plasmano. Io sono un geografo urbano, quindi mi occupo prevalentemente di città. Il paesaggio urbano ci dice molte cose sulla società: per esempio ci comunica a colpo d’occhio quali sono i valori immobiliari: anche senza conoscere dati precisi, osservando il paesaggio riesco a capire se una zona è ricca o povera, il tipo di persone che la abitano o vi transitano, il tipo di servizi che sono a disposizione. Tutto questo ci parla di forze economiche e sociali, oltre che di giustizia e ingiustizia.


    Ti abbiamo voluto conoscere per capire meglio il concetto di smart city che sta sempre più prendendo piede nei media e nei programmi politici europei e italiani. Ci sono varie definizioni di smart city, a seconda delle correnti. Potresti fornirci una tua definizione e spiegarci quale modello si sta diffondendo nelle città italiane?

    Ho avuto la fortuna di cominciare a seguire il discorso italiano sulla smart city dalle prime volte in cui l’espressione è apparsa nel discorso pubblico, sostanzialmente intorno al 2012. In realtà, se si volesse tratteggiare la genealogia del concetto, l’espressione smart city già esisteva in precedenza, è come per quasi tutti i concetti è sempre possibile individuare qualcuno che l’ha utilizzata in precedenza. La particolarità del concetto di smart city è che ha avuto una genesi molto differente rispetto ad altri concetti che hanno guidato i paradigmi dello sviluppo urbano. Per esempio, fino a pochi anni fa era molto di moda il concetto di “città creativa” e di “classe creativa”, idea ancora utilizzatissima ma in parte oggi sostituita in quanto a popolarità dal concetto di smart city. L’idea era che le città dovessero essere costruite soprattutto per attrarre una certa classe, che chiamata “classe creativa”, composta da soggetti che sono attirati dagli stimoli culturali, dalla diversità, da un certo stile di vita cosmopolita. Il concetto di classe creativa veniva dall’accademia: è stato ideato da uno studioso piuttosto celebre (Richard Florida) che ha pubblicato le sue teorie e, sulla spinta della credibilità accademica, il concetto è stato assorbito dal policy making e ha riprodotto un certo modo di intendere lo sviluppo urbano che è stato più o meno imitato e declinato in tutto il mondo. Per circa vent’anni le città si sono “vendute”, raccontate o “brandizzate” come “città creative”, per i “creativi culturali”.

    Il concetto di smart city ha invece una storia differente perché è emerso, ma non era del tutto chiaro da dove provenisse. Non è un concetto strettamente accademico: è emerso principalmente dal lavoro e dai discorsi di alcune imprese multinazionali. L’espressione smart city era già stata utilizzata da alcuni movimenti ambientalisti americani, ma nel senso generico e banale di città costruite in maniera intelligente. E poi l’espressione era stata utilizzato negli anni Novanta a Singapore come slogan, ma il discorso vero e proprio nasce da IBM, Cisco, Siemens e una serie di multinazionali che hanno cominciato a sviluppare soluzioni tecnologiche per la gestione della città, e in particolare le infrastrutture e i servizi urbani. Intorno al 2012 il concetto arriva nel mondo della politica. In particolare, il grande salto è avvenuto quando l’idea di smart city è stata inserita in un grosso programma dell’Unione europea, e quindi è divenuta oggetto di finanziamenti. In quel periodo collaboravo con un ambiente politico in Italia e ricordo persone che si guardavano e si domandavano «sì ma esattamente cos’è? Dobbiamo riempire di significato quest’idea».

     «è questa la potenza auto-affermativa di questo slogan: non puoi non desiderare di essere intelligente»

    I progetti si sono poi facilmente sovrapposti ai contenuti di altri programmi come l’Agenda Digitale, creando una sovrapposizione fra immaginari digitali, immaginari della città felice ed efficienti, e ideali riguardanti la città del futuro. Quello che accade in quegli anni è che il mondo accademico iniziò a prendere atto del fatto che tutti parlavano di smart city, e occorreva interrogarsi al riguardo. Negli studi urbani, non era stato scritto quasi nulla in merito. Un primo filone della letteratura sulla smart city ha cercato di definire il concetto, di stabilire di cosa si trattasse. Non era semplice: non ci sono definizioni condivise, o detto in altro modo potevano essercene mille. Ognuno ha proposto la propria definizione con le proprie varianti. Se dovessi scrivere dell’argomento oggi, eviterei di cercare di fornire una vera e propria definizione. Utilizzerei piuttosto un approccio che chiamiamo costruzionistico: smart city è qualsiasi tecnologia, discorso, soluzione, dispositivo che chiamiamo smart city. E questo è il motivo per cui tranquillamente si parla di smart city con riferimento agli orti urbani o a iniziative decisamente poco tecnologiche, così come lo si applica ai processi di digitalizzazione e a questioni di sicurezza. Il discorso e la retorica della smart city possono investire qualsiasi campo, proprio perché alla fine si tratta essenzialmente di uno slogan estremamente generico: “smart” vuol solo dire intelligente. Ed è questa la potenza auto-affermativa di questo slogan: non puoi non desiderare di essere intelligente.


    Parliamo dei possibili problemi: come è stato detto, il concetto di smart city è stato fortemente portato avanti dalle grandi multinazionali dell’ICT. Il risultato è che abbiamo progetti per le comunità urbane proposti e sviluppati da privati attraverso le pubbliche amministrazioni, enti che spesso, per mancanza di competenze interne, delegano ai privati l’intera gestione dei progetti, rischiando di perdere l’obiettivo del bene comune. Come si può conciliare il profitto privato con gli interessi collettivi delle comunità urbane?

    Sì, il discorso sulla smart city proviene soprattutto da grandi multinazionali private, anche se ci sono stati altri soggetti che hanno avuto un ruolo chiave, come per esempio il MIT, alcuni grandi centri di ricerca, alcuni personaggi chiave, alcuni guru delle tecnologie. 

    In realtà chiamiamo smart city una serie di cose e questioni che sono vicine nel tempo e hanno tutte a che fare con la sfera dell’innovazione e del digitale, ma sono a volte un po’ diverse fra loro. La smart city intesa come soluzioni tecnologiche di servizio alle pubbliche amministrazioni, come i sistemi per la gestione delle strutture sanitarie sviluppati da imprese come IBM, hanno dato forma a un primo tipo di discorso sulla smart city, tendenzialmente quello più vicino alla questione della politica comunale. Però è possibile far riferimento ad altri aspetti che hanno a che fare con le tecnologie digitali e la vita urbana, come l’estrazione dei dati e la fornitura di servizi ai privati da parte di Google, Airbnb e tutto quello che acquistiamo attraverso uno smartphone. Tutto questo è cruciale nella vita della città, ma è tendenzialmente al di fuori del controllo della pubblica amministrazione. Il fenomeno è spesso indicato come “economia delle piattaforme” o “capitalismo delle piattaforme”, e le sue logiche sono un po’ differenti rispetto a quelle di cui parlavamo prima, perché sono basate soprattutto sulla ricerca di un profitto di breve periodo in uno scenario in cui la sfera pubblica sembra avere capacità di regolazione dei fenomeni molto limitate.

    Riguardo alla prima dimensione della smart city, quella relativa alla gestione delle grandi infrastrutture e servizi urbani, c’è effettivamente un importante problema in relazione al legame fra la sfera del pubblico e privato. In estrema sintesi: chi comanda? Chi è che fornisce sussidi all’altro? Il discorso smart city rende attraente e profittevole, forse per la prima volta, la fornitura e la gestione di infrastrutture e servizi pubblici da parte di soggetti privati. Non sono un economista, ma è chiaro che il servizio pubblico, quello che chiamiamo welfare, ha un costo ed è tendenzialmente non profittevole, a meno di non trasformarlo in un oggetto diverso, molto più caro e socialmente selettivo. Quello che riescono a fare queste multinazionali è progettare pacchetti mobili di tecnologie: soluzioni hardware o software, con un insieme di dispositivi come sensori, che consentono di gestire in maniera efficiente la distribuzione dell’acqua o dell’elettricità. Efficiente significa in maniera più economica e funzionalmente migliore. Ma la novità è che i grandi colossi tecnologici sono riusciti a produrre pacchetti che, una volta progettati, possono essere venduti praticamente ovunque, con un costo marginale bassissimo. Una volta che ho sviluppato un pacchetto di soluzioni tecnologiche, lo posso riproporre ovunque, a Hong Kong, a Verona o in qualsiasi città del Brasile. Questo permette di trarre beneficio dalle cosiddette economie di scala, realizzando notevoli margini di profitto. Tutto questo nel momento in cui le città piangono miseria, perché ci troviamo in una fase storica caratterizzata dalla cronica mancanza di risorse, dal capitalismo dell’austerità. Queste nuove possibilità di risparmio e di miglioramento dell’efficienza sono sicuramente positive, ma ci sono alcuni problemi di livello politico e che creano conflitto.

    http://www.veronasmartcity.com/

    Un primo problema è il fenomeno spontaneo chiamato “lock-in”: una volta che ci si lega a una soluzione tecnologica, è difficile cambiare traiettoria. Se si comincia a utilizzare il sistema prodotto da una qualsiasi impresa multinazionale e i lavoratori o lavoratrici, i gestori o gli utenti si abituano a quel sistema, è difficilissimo uscirne fuori. Questo significa che ci si lega per periodi molto lunghi ai servizi, alla manutenzione, alla formazione, a tutto ciò che ruota intorno a quel prodotto o tecnologia determinando situazioni di quasi-monopolio.

    Un secondo problema è che il soggetto privato per definizione, comprensibilmente, persegue il profitto. Non ne faccio una questione morale, ma rispetto ad alcuni temi chiave il controllo e la regolazione da parte della sfera pubblica devono essere molto forti, perché la tendenza del profitto è penetrare esclusivamente gli spazi dove vi è la possibilità di un ritorno sugli investimenti. Su un problema come l’infrastrutturazione digitale, per esempio la decisione di dove fornire connessioni in fibra ottica, se l’ente pubblico non fornisce direttive, la tendenza sarà che queste infrastrutture andranno a localizzarsi in luoghi già altamente dotati di tecnologia, dove è più probabile trovare una base di utenti che pagheranno per ottenere connessioni veloci o altri servizi. Il pericolo è di  produrre una città sempre più “esplosa”, quello che in termini tecnici viene chiamato “splitering urbanism”: isole tecnologiche che funzionano benissimo circondate da periferie tecnologiche sempre più distanti. Ovviamente queste differenze vengono spesso sfumate nel discorso pubblico: si parla della competitività di alcune città, ma bisognerebbe anche tenere conto delle fratture che si producono e riproducono fra alcune aree centrali e molte aree marginali.


    L’uso sempre maggiore delle tecnologie digitali negli spazi che attraversiamo, non può rappresentare una nuova forma di repressione?

    I dati sono per certi versi tecnologie di controllo: questa non è una novità che perché da sempre lo Stato esercita un controllo sulle popolazioni catalogandole e classificandole. È un fenomeno modo comune, tanto da apparire scontato. Per esempio, parte della nostra identità è definita da un numero corrispondente alla nostra età. Quel numero costituisce una tecnologia di disciplinamento perché definisce, in una certa misura, dove dobbiamo essere (per esempio a scuola) oppure quali attività possiamo o dobbiamo svolgere nelle differenti fasi della vita, per esempio distinguendo fra comportamenti legali o illegali. Lo Stato ha una grande capacità di ottenere dati, gestirli e utilizzarli per il governo della popolazione.

    Ma esistono due aspetti del controllo attraverso i dati: uno è il governo dell’individuo come singolo, e su questo il potere dello Stato è molto esplicito, nel senso che disciplina ciò si può oppure non si può fare, ciò che è appropriato o inappropriato. Si potrebbe inserire in questo quadro il discorso del Greenpass, ma non entro nel merito, perché si tratta di una questione enorme. Quel tipo di controllo è molto esplicito e palpabile, perché siamo abituati nella nostra cultura a riflettere su questa dimensione individuale del controllo. Ma esistono altre forme di controllo, legate a una dimensione collettiva e sociale. Si tratta per esempio del potere che esercita Google o altre multinazionali dei big data: il fenomeno non è spaventoso o preoccupante se pensato con riferimento al controllo individuale della singola persona. Dopo tutto, posso decidere in qualsiasi momento di abbandonare Google. Allo stesso tempo, quel tipo di controllo è davvero preoccupante a livello collettivo, perché le capacità di influenzare e plasmare i comportamenti sono davvero notevoli. In più, rispetto all’estrazione dei dati, gli Stati stanno perdendo controllo e autonomia. Per esempio, se l’amministrazione di una qualsiasi città vuole ottenere e analizzare dati sul traffico, potrà anche avere un proprio Osservatorio sul traffico, ma la mole di dati raccolti non sarà mai pari a quelli raccolti da Google Maps. La subordinazione del pubblico rispetto a scelte tecnologiche effettuati da imprese private è evidente. Le imprese private scelgono in totale autonomia come organizzare i servizi, sollevando non pochi nodi problematici.

    «Il discorso smart city rende attraente e profittevole, forse per la prima volta, la fornitura e la gestione di infrastrutture e servizi pubblici da parte di soggetti privati»

    Prendiamo l’esempio di Google Maps. Se ci fermiamo ad analizzare i costi e i benefici si tratta di un servizio fantastico per il singolo o la singola utente: è un servizio gratuito, lo si trova già pronto sul cellulare, lo si usi facilmente per muoversi del traffico. In cambio riceveremo qualche pubblicità ogni tanto, ma tutto sommato non si tratta di un grosso problema. Allo stesso tempo, la enorme quantità di dati che sono collezionati in modo non esplicito è sorprendente. Viene chiamata in modo critico “capitalismo della sorveglianza”. La sorveglianza tecnologica oggi non è più incentrata su oggetti visibili e appariscenti come le telecamere e i microfoni di pochi anni fa. Dal punto di vista del capitalismo delle piattaforme, la sorveglianza è alimentata dalla quantità incredibile di informazioni estratte senza che ne siamo coscienti, in modo occulto e invisibile, per alimentare degli algoritmi che hanno capacità predittiva e di profiling molto forte.


    Sicuramente è utile, nella gestione degli spazi urbani, riuscire a calcolare quanto traffico ci sarà in una zona, quanto saranno affollati i mezzi pubblici, quanta criminalità c’è in un territorio, al fine di ottimizzare i servizi per i cittadini. Ma questi “vantaggi” che prezzo hanno? Sulla dialettica costi/benefici della smart city manca un dibattito pubblico. Cioè, se io desidero una smart city, qual è l’immaginario di città che ho in mente?

    Concordo che smart city sia un contenitore e bisognerebbe proprio far questo: discutere quale tipo di smart city si vuole vivere e come costruirla. Rispetto alla capacità predittiva consentita dai dati, il tema è molto caldo e complesso. Gli algoritmi sono oggetti complessi ed è arduo costruire un dibattito pubblico, in prima battuta perché sono discorsi complicati, tecnici e questo tende a produrre degli immaginari magari distanti dalla realtà di queste tecnologie. Allo stesso tempo, chi scrive codici, app e algoritmi molto spesso è relativamente privo di sensibilità sociale.

    Prendiamo il caso di una smart camera, ossia le telecamere in grado di interpretare le azioni delle persone. Si tratta di tecnologie che riescono a dare un nome alle azioni compiute dalle persone, e quindi a classificarle e decidere quali siano pericolose, non pericolose, opportune e inopportune. Ci sono però molte situazioni che si presentano “ambigue”: per esempio sedersi per terra o dormire su una panchina chiaramente non sono azioni socialmente pericolose, ma potrebbero magari essere identificato come tale, per esempio come potenziali minacce al “decoro”. C’è molta politica negli algoritmi e nei dispositivi tecnologici.

    Abbiamo esempi distopici che fanno paura a tutti, come quello che sta accadendo in Cina, dove le tecnologie digitali consentono ampie forme di controllo e monitoraggio sociale attraverso meccanismi di credito sociale. Se compio azioni considerate implicitamente negative per la comunità, il mio punteggio di credito sociale tenderà a diminuire. Ma non si sa esattamente quali siano le voci che fanno alzare o abbassare il punteggio. Occorre cercare di “comportarmi bene”, ma non avendo un’idea così chiara di cosa di cosa significhi si tende a ottenere una forma di auto-disciplinamento molto forte e invasiva. Simili sistemi di sorveglianza modificano tutto lo spazio pubblico. Il senso di libertà ha molto con l’idea di non essere osservati e non essere oggetto di sospetti.

    «La subordinazione del pubblico rispetto a scelte tecnologiche effettuati da imprese private è evidente»


    Da geografo, ritieni che il digitale sia un altro spazio dalla realtà che viviamo?

    Si, io lo considero un particolare tipo di spazio. Non ha proprietà strettamente materiali e funziona in modo differente rispetto allo spazio fisico, quindi occorre ripensare alcune categorie come “prossimità” e “distanza”, però è un luogo in cui si sviluppano relazioni e dove prendono forma effetti, incontri, emozioni, forme di lavoro e meccanismi di sfruttamento assai reali. Molto spesso gli spazi digitali sono immaginati come privi di materialità e le iniziative legate al mondo online sono considerate economiche e relativamente semplici. Non è esattamente così, anche gli spazi digitali hanno una forte materialità, perché hanno bisogno di infrastrutture, producono un impatto ambientale, hanno a che fare con la vita delle persone e meritano quindi la stessa attenzione che meritano molti progetti legati allo spazio fisico.


    Per chiudere il nostro incontro vorrei citare un famoso geografo, David Harvey, che in “Geografia del dominio” scrive «Il capitalismo è sopravvissuto nel XX secolo con un solo mezzo: occupando spazio e producendo spazio. Che ironia, se si dovesse dire la stessa cosa alla fine del XXI secolo?». Ecco, ti chiedo: dobbiamo dire la stessa cosa?

    Penso proprio di sì. Harvey ha tracciato una storia del capitalismo discutendo come abbia sempre espanso la propria frontiera. Una delle grandi idee della critica al capitalismo è che, per rimanere in vita, esso debba sempre espandersi. È avvenuto con il colonialismo, ma il capitalismo può espandersi anche inventando nuovi bisogni, nuovi prodotti, nuovi mercati, nuove forme di consumo. La nostra economia, per esempio, è fatta oggi in gran parte di esperienze, perché non riguarda più prevalentemente l’acquisto di lavatrici, televisori o automobili. Certo, il consumo di merci è ancora importantissimo, ma in larga misura consumiamo mode ed esperienze culturali, come per esempio quelle turistiche. Tutto questo ha permesso una grandissima accelerazione ed espansione del consumo. E ora abbiamo questa incredibile frontiera digitale tutta da costruire. Praticamente un nuovo far west del capitalismo.


    Illustrazione di Vittoria Annechini