giovedì, 7 Luglio, 2022
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    Il Tiberghien e il futuro delle aree industriali dismesse a Verona

    di Michelangelo Melchiori

    Nelle scorse settimane si è tornati a parlare del futuro dell’ex lanificio Tiberghien di San Michele Extra, di cui in questi anni tanto si è discusso. L’amministrazione uscente ha gioito per l’avvio del progetto di riqualificazione, che segue e rimodella il progetto avviato con l’amministrazione Tosi. Per l’occasione ripubblichiamo un articolo apparso sul numero collettaneo Le Mani Sulla Città (Dicembre 2019, 045 Publishing ), che ripercorre le vicende del lanificio tra passato e presente. Ringraziamo il collettivo editoriale per la disponibilità.


    Giugno 2016. La benna dell’escavatore abbatte l’ultimo muro rimasto dell’antico fabbricato. Lo stridio di un cingolato sulla distesa di detriti, e poi il silenzio che cala sulla spianata vuota che per un secolo aveva ospitato il lanificio Tiberghien. L’operosità e il trambusto di un tempo lasciano il posto alla tranquillità delle rovine. Gran parte del blocco est del comprensorio, quella protesa verso la periferia e non soggetta a tutela, è stata demolita: rimangono i capannoni con i tetti spioventi all’antica, il blocco ovest che guarda verso la città e soprattutto la grande ciminiera che osserva impassibile lo svolgersi della storia ai suoi piedi. La demolizione, rapidissima, è stata forse affrettata per anticipare un ulteriore inasprimento dei vincoli urbanistici sui manufatti di archeologia industriale, e si inserisce come una ferita nel tessuto urbano di San Michele Extra, un po’ quartiere e un po’ paese, sul lato orientale di Verona. Gli effetti dell’abbattimento sono dolorosamente visibili agli automobilisti che transitano per via Unità d’Italia, mentre i passanti che percorrano le viuzze che circondano il complesso troveranno ancora gli antichi muri di cinta, sbrecciati ma solidi, a proteggere pudicamente lo spazio denudato. La sensazione che aleggia è quella di un arto fantasma, e la causa non può essere solamente l’assenza fisica del complesso.

    Ciò che se ne va con la demolizione del Tiberghien, infatti, è la storia di San Michele dell’ultimo secolo: una storia legata indissolubilmente alle vicende della produzione laniera, con i suoi alti e bassi, i suoi picchi e le sue crisi, ma soprattutto alle persone che nella grande fabbrica hanno lavorato e che vi hanno trascorso buona parte della propria esistenza. Fondato nel 1907 da imprenditori francesi come esempio precoce di investimento estero, diviene per un periodo l’industria più importante di Verona: già nel 1913 dà lavoro a 900 operai, che costituiscono da soli un decimo della manodopera dell’intera provincia. I lavoratori vivono in buona parte in caseggiati appositamente fatti costruire nelle vicinanze. All’edilizia abitativa fanno seguito, nel corso degli anni, il convitto per le giovani lavoratrici, il circolo ricreativo, il campo da calcio e la colonia estiva per i figli dei dipendenti a Roverè Veronese. Tutte iniziative tacciate di paternalismo dagli esponenti del partito comunista dell’epoca, ma che servono ad approfondire il legame della grande fabbrica con il paese di San Michele. Nel frattempo gli operai si organizzano autonomamente in società di mutuo soccorso.

    Il tempo passa e il Tiberghien continua la sua produzione. Arrivano gli anni della guerra, ma la fabbrica fortunatamente sopravvive indenne alle attività belliche: lo stabilimento viene segnalato come proprietà francese sulle carte degli alleati e per questo risparmiato dai bombardamenti che sconvolgono gran parte del panorama produttivo veronese. È così possibile riprendere immediatamente la produzione dopo la fine del conflitto, e il lanificio si rende protagonista della fase di ricostruzione della città. Gli scenari del mercato globale della lana, tuttavia, non sono più rosei, e l’aumentare dei costi di produzione, insieme a una serie di investimenti sbagliati che diminuiscono la qualità dei capi prodotti, fanno avvitare il lanificio in una spirale di crisi consecutive, fino alla definitiva resa della famiglia fondatrice nel 1975.

    «Ciò che se ne va con la demolizione del Tiberghien, infatti, è la storia di San Michele»

    A questo punto avviene l’episodio più peculiare della storia del lanificio, che lo rende un caso di studio nazionale: invece di chiudere definitivamente i battenti, il lanificio vive l’esperienza di un’inedita gestione “politica” tra il ’75 e l’81 sotto la guida dell’allora sindaco di Verona, Renato Gozzi. Lo stabilimento riesce a salvarsi grazie allo sforzo corale dell’amministrazione e dei lavoratori. Risanati i conti, si pone il problema di decidere il futuro dell’azienda. Viene ritenuto impraticabile l’affidamento ad una qualche forma cooperativistica di autogestione da parte dei lavoratori: serve un’urgente iniezione di capitali per rinnovare il parco macchine, e il lanificio torna in mani private. Seguono tuttavia anni di progressiva e inesorabile diminuzione della produzione, fino alla chiusura definitiva nel 2004. Gli edifici cadono nell’abbandono.

    Si arriva così al giugno del 2016. Lo spazio sgomberato sembra destinato all’edificazione commerciale. «Vogliono costruire un altro supermercato» borbotta una commerciante del luogo. «Non si sa se al Tiberghien o più in giù verso la rotonda». Ma alla data odierna del nuovo centro commerciale sui resti del vecchio opificio non ci sono tracce. Senza dubbio la causa, oltre che le proteste di cittadini e comitati di quartiere, è anche e principalmente economica: esiste un’oggettiva saturazione del territorio veronese da parte di grandi supermercati e centri commerciali, e ogni nuova edificazione rischia di sottrarre pubblico agli stabilimenti già in attività e ai piccoli commercianti. Quale futuro dunque per il Tiberghien? Ora che anche il modello di sviluppo economico fondato sull’edificazione massiva per la grande distribuzione sembra essere tramontato, scalzato dallo sviluppo delle vendite on-line, lo spazio che ospitava il lanificio si trova imprigionato in un limbo, proteso verso un futuro che non esiste più.

    La storia del Tiberghien è raccontata in maniera eccellente nel libro di Nadia Olivieri “Il lanificio Tiberghien fra storia e memoria”, giunto nel 2018 alla seconda edizione. Ma l’ex-lanificio è solo una delle aree produttive dismesse che raccontano la storia della prima industrializzazione di Verona. Nell’ottica attuale, sotto la lente della lotta al degrado, queste zone devono essere quanto prima bonificate attraverso l’abbattimento. Poco importa se alle demolizioni raramente segue un progetto coerente di recupero, o se i progetti annunciati in maniera roboante rimangono lettera morta: anche i fondi per la vituperata gentrificazione nella nostra città sembrano scarseggiare. Gli spazi liberati rimangono così cicatrici urbanistiche, e alle potenzialità ancora non immaginate delle vecchie aree abbandonate si sostituisce la pace dei cimiteri. È possibile immaginare un’altra via? Una via che ad una riqualificazione addomesticante ed escludente, che ai paradigmi del decoro, della cementificazione e del profitto a tutti i costi sostituisca un’idea di recupero nel rispetto della memoria del luogo e delle sue potenzialità per la comunità?