lunedì, 15 Agosto, 2022
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    Non restano altre risposte

    di Alessandro Foladori

    Nel 2020 Malora aveva intervistato Maurizio Lazzarato a proposito del suo libro sul funzionamento del capitalismo, e in quell’occasione l’autore aveva affermato di essere al lavoro su un libro riguardante la rivoluzione. Questo nuovo libro “L’intollerabile presente, l’urgenza della rivoluzione. Classi e minoranze” (ombrecorte, Verona 2022) conferma Lazzarato come uno dei più lucidi interpreti della situazione politica attuale, e come un intellettuale che ci aiuta a non fare del realismo un alibi per la depressione e il ritiro su di sé.



    «La più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste» diceva Charles Baudelaire e, con i dovuti cambiamenti, si potrebbe sostenere che per il capitalismo vale lo stesso. Non è una novità: da anni ormai moltissimi teorici anticapitalisti hanno posto l’attenzione su questa beffa del capitale: travestirsi da natura, pur essendo un’ideologia specifica, scritta dalla storia e nella storia.

    Maurizio Lazzarato spinge più in là questa considerazione e riesce a mostrare la provenienza di tale concezione e, soprattutto, le sue conseguenze. Il gesto inaugurale del capitalismo è un’indebita appropriazione, fondata nel sangue e perpetuata con la violenza, a cui corrisponde sempre un’espropriazione. Così, le recinzioni inglesi di epoca elisabettiana rendono privata la proprietà della terra, ma per farlo devono sottrarla ai contadini, che devono quindi essere sottomessi; la scoperta delle Americhe consente di immaginare un enorme flusso di beni e profitti sul Vecchio Continente, ma perché accada bisogna schiavizzare gli africani, che devono quindi essere sottomessi; perché il tempo degli uomini sia dedicato al lavoro o al profitto è necessario che vengano sollevati, ad esempio, dall’ambito familiare, ma in quell’ambito è necessario relegare le donne, che devono quindi essere sottomesse.

    Tutti questi esempi afferiscono a modelli politici ed economici che possono tradizionalmente essere definiti «precapitalisti», ma per Lazzarato le cose sono chiare: è proprio del capitale annettersi tutti questi modelli, riproducendoli su scala più grande e con maggior violenza. Ognuno di questi è un movimento di oppressione che crea la differenza tra oppressi ed oppressori. Ognuno di questi è un atto di guerra che, una volta sconfitti i vinti, li naturalizza: li convince che le cose non erano mai state diverse, né potrebbero esserlo.

    Ogni volta che si pensa che questo sia «il migliore dei mondi possibili», che in fondo il capitalismo abbia consentito un aumento generale del benessere per tutti, si dimentica o si mistifica quanto sangue è stato versato per imporlo. Si afferma, in modo implicito, che una dose di oppressione è un prezzo che si può pagare per avere in cambio delle “libertà” individuali. Si accetta soprattutto che tale oppressione non ci riguardi, finché ricade sulla testa di altre e altri. Lazzarato ricostruisce molto bene come gli effetti più devastanti dell’opera capitalista, in un primo momento, abbiano riguardato soprattutto popoli e soggettività che non avevano a disposizione la potenza teorica dell’illustre Europa, e a cui i maschi europei erano ben contenti di far pagare la propria ricchezza.

    Il segreto del colonialismo e dell’imperialismo si annida in tale cecità volontaria. Ma anche questa tendenza si sta ormai invertendo, attraverso un processo che Lazzarato definisce «colonizzazione del centro»: se il «lavoro astratto», puro, degli operai descritto da Marx aveva bisogno del lavoro gratuito e servile di donne e colonizzati, ora il precariato sempre più diffuso, o i lavori di cura che si diffondono in Europa, hanno tutti i tratti di un lavoro altrettanto servile, di un modo di esistenza che non può nemmeno immaginare una lotta per i diritti, perché deve essere grato di avere un lavoro sottopagato per un numero di ore settimanali esorbitanti.

    Non esiste capitalismo senza imperialismo e senza patriarcato, senza sfruttamento e senza violenza, perché il capitale si regge sulle divisioni e sulle oppressioni che opera, anche se senza dubbio si guarda bene dall’opprimere tutti allo stesso modo. Proprio la differenza di trattamento che i vinti ricevevano hanno portato tutte le varie “minoranze” (e chi, in cuor suo, può dire davvero di appartenere alla maggioranza?) a scagliarsi l’una contro l’altra: nel secondo dopoguerra gli operai statunitensi erano ben contenti di collaborare allo smantellamento delle politiche di assistenza perché erano convinti che esse avrebbero agevolato i neri, e in particolare le donne nere non sposate. Per Lazzarato il problema è proprio la costituzione di queste minoranze, che si percepiscono come tali e non come vere e proprie classi. La differenza è netta: una classe è oggetto di un’oppressione e si costituisce in quanto tale attraverso la lotta con la classe che la opprime; una minoranza è costretta a definire e ridefinire la propria identità per assicurarsi di compartecipare a questo mondo, non importa se in modi del tutto deietti.

    Il giurista Natalino Irti dice che «la norma è il segno riassuntivo della conquista», e finché ci affideremo alla tutela delle norme, alla scelta tra condotte ammesse, all’accettazione di piccole violenze e umiliazioni, potremmo forse trovare delle nicchie di libertà, ma non ci sarà nessun movimento di liberazione. Per quello è necessario che le minoranze risalgano al punto in cui la violenza del capitalismo le ha rese classi: il patriarcato, l’eteronorma, il razzismo, il fascismo, il capitalismo, e la guerra guerreggiata spargono devastazione, miseria e oppressione in modi molto diversi, ma rispondono alla medesima logica di conquista e sottomissione dei vinti. E i vinti, se vogliono smettere di essere tali, devono combattere in modi anche diversi, ma uniti nella medesima sete di liberazione. Non ci si può fidare della pace apparente che consentirebbe a ognuno di “vivere la propria vita”, di “farsi gli affari propri”: il 21 gennaio 2022 Lorenzo Parelli – 18 anni – muore in un “incidente” durante il percorso di alternanza scuola-lavoro, in altri termini muore mentre presta un servizio di lavoro non pagato, spacciato per formazione. Quando i suoi coetanei scendono in manifestazione pacifica per rivendicare la cosa più umana del mondo – che non si può morire così, che questa morte è sommamente ingiusta – vengono subito caricati dalla polizia, manganellati e dispersi.

    Con ogni evidenza questo accade per due ragioni: la prima è che nel sistema che ci ha sconfitti e alle cui regole abbiamo accettato di sottostare quello è il modello della morte, che deve essere accettato, e subito. La seconda è che non c’è niente di più pericoloso dei giovani, cioè di qualcuno che ancora non è ridotto a regime, che può solo immaginare il proprio futuro, perché non ha altro, e a cui non può piacere l’immaginario che viene proposto. Se non altro perché lì dentro si muore, e non ha neanche senso. Coloro a cui è stato tolto tutto – per Lazzarato, il Sud del mondo – stanno producendo le proprie risposte, le proprie ribellioni, le proprie rivoluzioni. Ma così come il capitalismo è globale anche la risposta delle classi, al plurale, deve essere globale. Coloro a cui resta un qualche straccio di privilegio a cui aggrapparsi dovranno scegliere dove schierarsi: nichilismo o rivoluzione. Per chi ha l’ambizione di reperire un senso all’esistenza propria e altrui, ormai non restano altre risposte.


    Illustrazione di Vittoria Annechini