sabato, 3 Dicembre, 2022
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    Verona usa e getta. Intervista a Giorgio Massignan

    di Carlo Alberto Giacon

    Negli ultimi anni la città di Verona è stata spartita tra interessi privati: supermercati, megastore, speculazioni. La politica li ha spesso facilitati, facendo in modo che si imponessero oltre il bene comune, oltre gli interessi di chi vive il territorio. Ne abbiamo discusso con Giorgio Massignan, urbanista, già presidente dell’Ordine degli Architetti ed ex assessore alla Pianificazione. Oggi è responsabile dell’Osservatorio Verona Polis.


    Al di là delle retoriche elettorali, Verona non si è mai fermata, è una città in cui gli investimenti si muovono e tanto. Tuttavia c’è una netta e palese disparità tra le periferie e il centro storico: l’ultima variante urbanistica guarda principalmente al settore commerciale e degli alberghi.

    Verona ha avuto un suo sviluppo urbanistico come gran parte delle città italiane, negli anni del dopoguerra i centri storici erano distrutti e in particolar modo Verona in cui c’erano le sedi di cinque ministeri della R.S.I.: c’era qui la sede della Gestapo e di una serie di comandi tedeschi e fascisti che hanno provocato bombardamenti terribili sulla città, distruggendola. Per cui nel dopoguerra il centro storico era adibito a centro direzionale, oltre che abitativo: quella era la “città”.

    Negli anni Settanta sono iniziate le prime costruzioni della cosiddetta periferia, eccezione fatta per Borgo Trento che pur essendo fuori dalle mura magistrali rappresenta storicamente il borgo dell’alta borghesia. Se già prima della guerra c’erano dei nuclei al di fuori delle mura, è più tardi che assistiamo alla costruzione di Borgo Venezia, Borgo Trieste, Borgo Nuovo e Borgo Roma. In quel periodo c’era un grosso stimolo dell’intervento pubblico che prevedeva di localizzare nei piani urbanistici piani delle zone di edilizia economica popolare. Cosa fece allora il comune di Verona? Le distribuì a pioggia attorno a tutto l’arco della periferia veronese. Queste zone erano in aperta campagna, in qualche modo vennero portati tutti i servizi che non c’erano e pilotarono l’espansione dei privati in quelle zone: l’intervento pubblico come testa di ponte per urbanizzare le periferie.

    Tra queste operazioni successe anche un altro fenomeno: vennero scacciate, o comunque invitate ad andarsene dai borghi del centro storico, quelle fette di popolazione operaia o più povera: vennero mandate in queste periferie che stavano formandosi e nei quartieri centrali ci fu un cambio di residenza e di classe sociale. Poi la progressiva decentralizzazione dei poli di attrazione, per una questione di funzionalità ed efficienza, iniziò quello che sta tuttora avvenendo: una trasformazione del centro storico in una zona a consumo turistico, con alberghi, b&b e i residenti che sono calati tantissimo, dai 150.000 dall’inizio della guerra agli attuali 8.000, insomma il centro ha perso 142.000 abitanti. Molti spazi sono occupati da attività commerciali rendendolo non più una porzione di città ma una sorta di Venezia: è quello che sta accadendo e bisogna bloccarlo.

    Sembra palese la volontà politica di lasciare le periferie in un declino socio-culturale costante. Infatti anche tutte le piccole attività commerciali nei quartieri periferici non reggono il confronto con la grande distribuzione e i grandi centri commerciali. 

    La periferia è sempre stata un’area dimenticata, tranne per il periodo in cui questa era altra cosa: borghi o paesi con un proprio centro, prima della conurbazione. Non erano quindi dei dormitori che si sono creati con la pseudo-urbanistica contemporanea, ma erano dei nuclei che si sono sviluppati sulla base di elementi molto concreti come la residenza e il lavoro e l’economia stessa allora era basata sull’agricoltura. In quest’ultimo decennio, si è completamente trasformato il modo di sviluppare la città. Nel passato era la pubblica amministrazione che avrebbe dovuto pianificare la città, dico avrebbe perché non è stato sempre così e non c’è nessun passato glorioso da difendere. Partendo da quelli che erano i bisogni della collettività, quindi su dati “oggettivi” e tecnici, progettava il territorio per migliorare la qualità della vita di chi abitava in città.

    Non è più così. Adesso la pianificazione è dettata dalle trattative che l’investitore privato, che mette i soldi, fa con la pubblica amministrazione. Questi acquistano un’area dismessa, progettano in base a ciò che può rendere di più, trattano con la pubblica amministrazione e in cambio fanno tre rotonde, ovvero la cosiddetta opera di compensazione. Ma analizzando a fondo il tutto, la compensazione non fa altro che dare risposte parziali al danno che il progetto provoca. E allora ci troviamo in una città in cui ci sono centri commerciali per un’utenza di circa due milioni di persone, quando Verona e provincia non arrivano neppure a novecentomila. Le soluzioni sono semplici, qualcuno salta, qualche centro commerciale fallisce, oppure sono altri gli interessi per cui un centro commerciale deve stare in piedi e lì la fantasia può andare.

    Le due amministrazioni Tosi hanno avuto una bulimia di centri commerciali, quella di Sboarina ha fatto lo stesso ma con i centri alberghieri, tra quelli creati e in procinto d’essere ve ne saranno a iosa. Manca un’analisi specifica delle esigenze reali di Verona, gli hotel sono stati fatti perché gli investitori privati hanno chiesto e ottenuto di realizzare quello che per loro era più redditizio. L’urbanistica si fa in un altro modo. Entrambe le amministrazioni Tosi e Sboarina hanno evitato accuratamente un metodo di pianificazione partecipato, evitando la partecipazione da parte della popolazione in quella che è la discussione, il dibattito sulle scelte d’uso del territorio. Però buona prassi insegna che prima di definire bisognerebbe capire attraverso chi abita quei luoghi, i bisogni del quartiere, del rione o della città e poi pianificare.

    Non credo che i residenti di Borgo Roma volessero altri quattro alberghi tra viale Piave e la Fiera, probabilmente chiedevano un po’ più di verde o il parco urbano che è stato progettato dal duo Segala-Sboarina, che altro non è che una compensazione per la nuova stazione TAV, in cui 100.000 mq vengono destinati per strutture, uffici ecc. senza chissà quante piante alberate. Sono scelte che sono completamente astruse da quelli che sono i bisogni delle persone.

    Si costruiscono edifici commerciali e amministrativi, mentre nei quartieri non ci sono spazi di aggregazione, tanto meno spazi culturali. 

    E’ il fallimento della pianificazione, nel senso che anche un ragazzino ci arriverebbe, non c’è bisogno di ingegneri. Castel Vecchio è il museo più importante della città e nei suoi sotterranei vi sono molte opere che non trovano spazio per essere esposte. C’è l’Arsenale al di là del ponte, vuoto e con un solo biglietto si visiterebbero tutte le altre opere e le altre mostre.

    Ma questo è troppo semplice! Han pensato di creare un magazzino della Cultura al Pestrino, di fronte all’Adige, anziché ampliare il suo parco (dell’Adige). Un polo culturale staccato dalla città, con una piccola strada di collegamento e senza mezzi pubblici. E’ l’assurdo della pianificazione e hanno ottenuto i finanziamenti, e lì sono i misteri di queste amministrazioni.

    Passiamo alla posizione di Verona, storicamente incrocio di vie di comunicazione (e commerci): è una città centrale quasi più di Bologna, per la logistica e le infrastrutture.

    Fin dai tempi dei Romani si era capito l’importanza militare strategica e adesso ancora di più. Verona avrebbe avuto delle opportunità che invece una classe politica inadeguata ha perso. Sino agli anni Novanta, e non sono un nostalgico della prima repubblica, aveva colte le opportunità: il quadrante europa, la fiera, tutto il settore dell’ente lirico, l’aeroporto. 

    Poi il seguito fu molto triste, un piano regolatore approvato nel ’72-’75 rifatto nel 2007 perché prima non si voleva pianificare la città nel modo corretto ma semmai costruire su tutte le aree edificabili previste, per una città di 410.000 abitanti. Siamo in 250.000 ma le aree edificabili previste erano per quasi il doppio della popolazione.

    Questo è un punto caldo. C’è il Piano Regolatore Generale (PRG), ora chiamato Piano di Assetto Territoriale (PAT) che è stato realizzato nel 2007 e il Piano degli Interventi (PI). Il primo PAT l’ha fatto la giunta Zanotto, in seguito modificato da Tosi con la variante 22.

    Innanzitutto è stata modificata la zona dei Magazzini Generali, in ZAI. Quella e tutta l’area dove si doveva fare una cittadella della cultura e invece è stato realizzato un centro direzionale (per l’ordine degli architetti e degli ingegneri) e un commerciale dentro la cupola in cui entrerà Eataly.

    La giunta Zanotto aveva definito la famosa linea rossa, ossia una linea di confine per cui oltre quella linea non si poteva più espandere la città, Tosi l’ha tolta per espanderla come voleva. Poi ovviamente ha previsto questo aumento di 25.000 abitanti in più, c’era sì una previsione di aumento di popolazione, ma non in quei termini, attorno alle 10.000 persone. Con tutta una serie di nuovi volumi. L’Adigeo (centro commerciale nei pressi del casello di Verona Sud), poi anche la Cercola (un altro centro commerciale). Poi ha dato la concessione di costruire l’Esselunga di fronte alla Fiera. Ha approvato circa 750.000 metri quadri di edifici ad uso commerciale, terziario e alberghiero.

    Però i metri quadri ci dicono l’estensione dell’area..

    Si parla di 3 milioni di metri cubi di commerciale, 3 milioni di metri cubi, si fa presto a capire cosa sono. Con 750.000 metri quadri di superficie, metti che un centro commerciale sia 20.000-10.000 metri quadri. A spanne sono 75 centri commerciali, in teoria. Non sono pochi. 

    Tosi si è identificato soprattutto con i centri commerciali, ne ha distribuiti dappertutto. Ma poi lui, per esempio, aveva inserito una lottizzazione al Nassar di Parona. In quelle zone agricole, senza soluzione di continuità, arrivavano sino alla città, anche con grossi rischi idrogeologici, oltreché senza nessun motivo di necessità. O una “stecca” di edilizia abitativa a Quinzano, sotto San Rocchetto e poi possiamo anche parlare dell’Adige Docks, in realtà adesso non so come verrà fatto, perché è un po’ tutto fermo.

    Sono opere completamente decontestualizzate, messe lì senza nessuna idea precisa.

    La pianificazione urbanistica dovrebbe essere fatta da un insieme di piani sovrapposti, non si possono pianificare i territori e le loro destinazione d’uso se non si è prima pianificato il sistema della mobilità. E’ stato redatto il PUMS (Piano Urbanistico della Mobilità Sostenibile) e prima ancora di averlo redatto avevano già deciso di fare la filovia, ma a cosa serve il PUMS? O lo fai per far sì che ti dia delle risposte e in base a queste risposte poi fa le tue scelte, oppure fai le tue scelte e punto. Perché le scelte urbanistiche come l’Adige Docks piuttosto che le altre, andrebbero fatte dopo che si sono svolte le analisi per gli interventi per la viabilità pubbliche al fine di sostenerle.

    Tornando al piano per l’assetto territoriale, c’è continuità tra la variante 23 e la 29?

    La variante 29 è totalmente fatta dalla giunta Sboarina e si è capito che i fini e metodo erano gli stessi: richiesta degli operatori privati, trattativa e poi concessione. Sono stati approvati 25.000 mq di residenziale. Solo nel comune di Verona abbiamo oltre 10.000 appartamenti sfitti. Bisognerebbe prima preoccuparsi di recuperare l’esistente non utilizzato e poi, eventualmente, se ce n’è ancora bisogno, aggiungerne. Con questa variante si hanno: 95 mila mq di residenziale, 75 mila mq di commerciale, 62 mila mq di direzionale. Aggiungiamo 42 mila mq di turistico-ricettivo e 25mila mq di produttivo, per un totale di circa 300 mila mq.

    Qual è la finalità di questa speculazione edilizia?

    La speculazione edilizia è ancora la locomotiva per gli investimenti puliti e non. Nel senso che per pulire il denaro sporco e riciclarlo, uno dei sistemi più importanti è quello di investire in edilizia, oltre che case da gioco, ristoranti e bar. Però l’edilizia è sempre stato uno dei settori dove il denaro della malavita è stato ripulito. E questa è la parte meno nobile, diciamo. La speculazione edilizia legale è quella in cui un imprenditore ha del capitale e lo vuole investire e non per migliorare l’assetto del territorio, perché altrimenti le scelte sarebbero diverse. 

    E anche vero che i Comuni non hanno più soldi, per cui devono per forza utilizzare o basarsi sui denari dei privati, però se un Comune è autorevole e ha la forza di imporre le proprie decisioni, prima pianifica il proprio territorio sulla base di quelle che sono le reali necessità e quindi fa delle scelte ben precise. Dopodiché il privato investe però, sulla base di quelle che sono scelte oggettive e nate da analisi tecniche fatte dal Comune. Dovrebbe essere così, ma non lo è. 

    Perché se il Comune ha paura che mettendo dei paletti idonei per l’equilibrio del territorio, il privato che abbia interesse ad investire poi eviti di farlo, io credo che non sia vero, devi dare delle opportunità di avere un buon reddito senza con questo creare dei mostri o delle situazioni che poi sono ingovernabili, come l’ex Tiebergen e l’Adige Docks che poi creeranno dei colli di bottiglia invivibili. Dipende sempre dalla volontà politica e dell’autorevolezza dei comuni.

    Il filo conduttore è il privato, che detta le regole definisce le linee. A ciò si aggiunge lo Sblocca Italia, puoi parlarcene?

    È lo strumento legislativo creato dal Governo Renzi per permettere di facilitare e semplificare la burocrazia delle proporzioni, dei progetti  e dei piani, evitando di fatto il confronto con i cittadini e con i consiglieri comunali. Con un singolo passaggio in consiglio comunale viene approvato il progetto. E’ lo strumento che facilita l’approvazione, supera determinati passaggi, che per alcuni sono definiti burocratici ma in realtà sono democratici; un esempio dell’uso dello Sblocca Italia è l’approvazione del progetto dell’hotel in via Garibaldi della Fondazione Cariverona. Allora che mi dicano la pubblica utilità di un hotel.

    Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito ad un impoverimento del tessuto socio-culturale e lo Stato sembra avere tutto l’interesse a portare avanti questa tendenza. Questi aspetti della vita non sono più contemplati.

    Purtroppo le periferie avrebbero bisogno di una loro propria centralità, avrebbero bisogno di una zona pedonale, avere degli spazi sociali. Le amministrazioni ne hanno parlato in campagna elettorale, però in realtà non hanno mai fatto nulla. 

    Mi sembra che l’Adige sia un confine non solo simbolico tra il centro storico e la periferia..

    Direi che c’è proprio questa differenza tra la Verona dentro le mura e la Verona fuori le mura. Fuori le mura la città è nata solamente sulla base della speculazione edilizia, quindi senza nessun disegno o concezione precisa. E poi di volta in volta si è cercato di rimediare, più che altro gli abitanti hanno cercato di rimediare, ma non sempre ci sono riusciti.

    La popolazione è una cultura. Ricordo che negli anni ‘70 ‘80, avevamo un comitato nel mio rione a San Giovanni in Valle in Veronetta, dove c’era ancora una popolazione povera. Però erano molto attenti e hanno combattuto per rimanere in quel posto, dato che li volevano cacciare. Questo perché lì c’era il cosiddetto spirito del posto, c’erano radici e una cultura, che non era la cultura scolastica, ma era cultura d’appartenenza. E lì per dieci anni hanno tenuto duro ma dopo, pian piano, tutti quanti sono stati sparpagliati. Un cambio totale di classe sociale, che ha cambiato anche lo spirito di quel rione. Quando si andava da quelle parti fino a metà anni Ottanta, si respirava un certo tipo di appartenenza in quel luogo, se ci si va adesso è anonimo, senza spirito.

    E pur non essendoci stati allora spazi di ritrovo, molti si erano battuti per poter mantenere sempre sotto controllo un vecchio convento, dove c’era un grande brolo, uno spazio verde su cui volevano costruire. In quella zona si sono creati degli spazi di aggregazione: c’era un centro sociale, c’erano i doposcuola per bambini. E poi con la speculazione edilizia hanno modificato totalmente le cose e tutto questo è scomparso. È rimasta la zona verde però ognuno chiuso nei propri “scatoloni”.

    Veronetta è l’ultima parte del centro storico che ha mantenuto ancora una propria peculiarità. Il gioco è questo: prima fanno degradare una zona nella raffigurazione di base e poi anche dal punto di vista fisico con gli edifici senza manutenzione. Motivo per cui il metro quadro vale meno e successivamente entra in gioco la speculazione edilizia. In Veronetta stanno cominciando a comprare i palazzi più interessanti. Adesso, nel giro di dieci anni, tutti i poveri cristi che sono lì verranno mandati fuori dalle mura magistrali e da Porta Vescovo. Si farà l’operazione solita di tutti i centri storici. Rinnovo delle case e rinnovo della classe sociale.

    Illustrazione di Edoardo Marconi