venerdì, 23 Luglio, 2021
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    10 film per capire il 2020

    di Ilaria Feole

    Quale forma di espressione meglio del cinema può aiutarci a scavare nella complessità di temi e questioni che hanno caratterizzato l’anno in conclusione? Dopo i suggerimenti musicali, ecco una rassegna di pellicole, non necessariamente uscite nel 2020, selezionate dalla critica cinematografica Ilaria Feole, per guardare indietro a questo annus horribilis, con qualche stimolo in più. Buona visione!



    Antebellum di Gerard Bush, Christopher Renz (Prime Video)


    Un thriller-puzzle, audace ed enigmatico, per mettere in scena il razzismo sistemico degli Stati Uniti: dal sud schiavista della Guerra di secessione a una contemporaneità piagata dai rigurgiti di suprematismo bianco. Un buon punto di partenza per leggere un 2020 segnato dall’urgenza del #BlackLivesMatter e dalle proteste per l’omicidio di George Floyd, ma anche per comprendere meglio la polemica innescatasi intorno a Via col vento e alla sua nuova, controversa contestualizzazione. 


    Borat: Seguito di film cinema di Jason Woliner (Prime Video)


    Sacha Baron Cohen torna nei panni del suo celebre personaggio per solleticare la pancia trumpiana d’America, usando il suo caricaturale sessismo (e razzismo, e antisemitismo, e complottismo…) per mettere alla berlina una nazione sempre più incapace di discernere tra verità e fake news. Girato in parte durante i primi mesi della pandemia, il film espone a (finte) candid camera al vetriolo i redneck in odore di QAnon e perfino Rudy Giuliani, imbarazzante emblema dei repubblicani, diventando nel frattempo anche il primo film mainstream a raccontare il Covid-19.


    Il buco di Galder Gaztelu-Urrutia (Netflix)


    Una struttura verticale, centinaia di piani, una sola piattaforma piena di cibo che li attraversa tutti, dall’alto in basso; se ciascuno mangiasse solo la parte che gli spetta, ce ne sarebbe per tutti. Invece ogni mese i piani alti si abbuffano, e a quelli inferiori si muore. L’opera prima proveniente dai Paesi Baschi è stato uno dei casi di stagione per Netflix: un thriller truculento, scritto con sagacia, il cui meccanismo funge da didascalico, implacabile modellino in scala del capitalismo; per i protagonisti è sempre colpa «di quelli sopra», e la «solidarietà spontanea» resta un miraggio. Il film che incarna (e sventra) il miraggio della pandemia come evento scardinante del sistema: “non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema”. Eppure.


    Contagion di Steven Soderbergh (Infinity)


    Un film del 2011 che racconta, con livelli di dettaglio impressionanti, la pandemia del 2020: un virus (nella finzione cinematografica assai più letale) nato a Hong Kong dal sangue di un pipistrello, che rapidamente si diffonde a livello globale costringendo al distanziamento sociale (non è stata usata la palla di vetro, bensì l’accurata consulenza di epidemiologi e OMS; è farina del sacco degli autori, invece, il complottismo con cui nel film viene accolto il vaccino, in scene del film che ora risuonano grottescamente attuali). Durante il lockdown se ne sono ricordati un po’ tutti, tanto che i protagonisti (tra cui Matt Damon e Kate Winslet), si sono ritrovati a registrare tutorial sulle buone norme da rispettare per fermare il virus.


    Mai raramente a volte sempre di Eliza Hittman (Infinity, Chili, Rakuten Tv)


    Il 2020 è stato anche l’anno in cui la Corte costituzionale polacca ha ristretto sin quasi ad annullare la legalità dell’aborto; l’anno in cui in Umbria e nelle Marche è stata messa in discussione la possibilità di praticare l’aborto farmacologico; l’anno in cui la onlus Pro Vita e Famiglia ha affisso in diverse città italiane degli irricevibili manifesti contro la RU486. Ancora più urgente, allora, il film di Hittman (Gran premio della giuria alla Berlinale 2020), che racconta il percorso (legale e assistito) di una diciassettenne per interrompere una gravidanza indesiderata, ponendo l’accento non sulla sua scelta, ma sulle innumerevoli, quotidiane ingerenze e violazioni che il corpo della donna subisce.

    Mission to Mars di Brian De Palma (Netflix)


    Nel 2000 De Palma, tra i grandi del cinema americano, firmava il suo unico film di fantascienza, ambientato in un futuribile 2020 dove l’esplorazione del pianeta rosso nascondeva insidie e rivelazioni. Vent’anni dopo, il 30 maggio del vero 2020, Elon Musk ha spedito nello spazio la Crew Dragon, la prima navicella di una ditta privata (la SpaceX). Un evento epocale che segna un cruciale step nel progetto del controverso imprenditore sudafricano naturalizzato statunitense, che prevede di iniziare la colonizzazione di Marte nel 2024.



    Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman (Netflix)


    «Pensiamo a noi come punti che si muovono attraverso il tempo, ma credo che sia il contrario: siamo fermi, e il tempo passa attraverso di noi». Difficile mettere meglio in parole, e in cinema, questo anno di stasi, quarantena, lockdown; questo anno di realtà più che mai mediata dagli schermi, di immagini come filtro del mondo. Il film di Charlie Kaufman (tra le sue geniali sceneggiature, Se mi lasci ti cancello, la cui dissezione di un amore fa rima con questo nuovo lavoro) è un proteiforme flusso di coscienza che racconta il teatro mentale di un uomo, le proiezioni che prendono vita, le immagini che diventano unico, asfissiante habitat. 


    Tenet di Christopher Nolan (Chili, Infinity, Timvision)


    Il 2020 è stato il primo anno della storia in cui il maggiore incasso cinematografico non è stato un film di Hollywood: ha vinto The Eight Hundred, dramma storico cinese campione di un box office ripartito in grande forma, dopo che la Cina è uscita pressoché completamente dall’emergenza sanitaria. Tenet, rompicapo dalla struttura circolare, che sfida lo spettatore a decifrare i suoi paradossi spaziotemporali, era l’evento hollywoodiano dell’anno: slittato alla fine di agosto con l’implicita responsabilità di salvare, da solo, le sorti delle sale, ha incassato ovviamente una cifra assai inferiore a quella del mondo pre-Covid. Ma è stato, per milioni di spettatori, il film dell’atteso e fugace ritorno in sala.


    L’uomo invisibile di Leigh Whannell (Infinity, Timvision, Chili)


    Targata Blumhouse (la casa di produzione di Scappa – Get Out), l’ultima delle tante riletture cinematografiche dell’opera di H.G Wells diventa un trattato sulla più che mai attuale paranoia della sorveglianza: l’invisibilità dell’aggressore è data da un complesso sistema di microcamere, e gli consente l’accesso a ogni dato, a ogni anfratto del privato della perseguitata protagonista. Dando dignità, e forma di thriller, alle vittime di crimini contemporanei ancora sfuggenti come il gaslighting. E incontrando, nella costruzione di un nemico pervasivo e invisibile a occhio nudo, capace di infiltrarsi nelle nostre vite e nelle nostre casa, una ovvia coincidenza con la guerra al “nemico invisibile” Covid-19.


    Vivarium di Lorcan Finnegan (Chili, Infinity, Rakuten Tv)


    Una giovane coppia in cerca di casa finisce ingabbiata in un dedalo di villette a schiera identiche, senza via di fuga e senza altri esseri umani, un incubo da Ai confini della realtà. Dove, confinati in casa, si vedono pure assegnare d’ufficio un neonato, costretti da un meccanismo invisibile a ricoprire ruoli di genere stereotipati. All’opera seconda, l’irlandese Finnegan firma un horror dai toni grotteschi, dove inevitabilmente risuonano le esperienze dell’isolamento e della monotonia coatta del lockdown. E dove la negazione di qualsiasi nucleo familiare che non sia eteronormato e/o riproduttivo riecheggia la miopia di tante scelte del governo in tempo di pandemia.

    Illustrazione di Luca Lorenzoni