domenica, 28 Novembre, 2021
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    Base missilistica

    di Collettivo Annexia e Giovanna Fucci

    Allora, ecco una storia. La redazione di Malora è composta per la gran parte da fini accademici che un bel giorno si sono connessi dal nostro laptop dimenticandosi di fare il logout, permettendo a noi intrusi di cogliere al volo l’opportunità di caricare una nuova rubrica segreta nel loro sito e renderlo finalmente meno palloso. Per sopperire a questa esigenza pensiamo inizialmente di pubblicare articoli a puntate, così scegliamo di parlare di musichine, avendo realizzato di essere accomunati da due fatti: entrambi abbiamo ascoltato una canzone almeno una volta nella vita e stanno per chiudere il bar.

    Verona è una città strana in molti modi. Non si capisce bene quale sia il suo panorama musicale ™ o se effettivamente ci sia. Qual è il filo rosso che unisce i rave gabber tra le vigne ai gruppi di vecchietti che suonano musica popolare alla Festa in rosso, i trapper di provincia fenomeni di tiktok ai metallari che sostengono di suonare stoner perché una volta hanno fumato una canna, i collettivi di barbuti che compongono techno nei terrazzini di Porto San Pancrazio agli happening musicali dei senegalesi in via S. Nazaro? Per capire come raccontare questo pasticciaccio decidiamo di partire da un’esperienza precisa, quella di Rocket Radio, che è una web radio gestita da tipi con baffetti e magliette carine, sì, ma è anche altro. Partiamo anche da un festival, il Mura Fest, nel cui contesto si sono svolti diversi eventi quest’estate e dove venivano accolti ogni sabato i ragazzi di Rocket Radio che gentilmente, tra un campari e l’altro, hanno fatto due chiacchiere con noi.

    Rocket Radio nasce nel 2014 come costola di Soho Verona, un party di culto che strizzava l’occhio alle piste da ballo europee. In tale contesto i nostri amici contattano una lunga serie di artisti per suonare presso la sede che li ospita mensilmente, il Pika Future Club. In seguito a questa esperienza iniziano a “lavorare” (da domani cominciamo a cambiare termine per legittimare quello che ci piace fare) con realtà europee e si rendono conto che uscire di casa è comunque un bello sforzo e soprattutto che sembrano esserci altri mezzi per fare musica oltre al format del party.
    L’idea di creare una radio nasce soprattutto per essere meno vincolati a un locale (e quindi a un genere) e poter sperimentare un certo eclettismo. Sette anni fa il formato radio e lo streaming online stavano prendendo piede già da un po’ a livello internazionale, anche se voi vecchi di merda non ve ne siete mai accorti. Lo stimolo è arrivato da realtà come Boiler Room, NTS e altri che facevano cose come dirette video o community radio.
    Così anche i ragazzi di Rocket Radio iniziano a provare con dirette video nel loro appartamento, divertendosi a chiamare dj locali o gente che apprezzano musicalmente ma che ai party non potrebbero esprimersi senza essere presi a calci nel culo. Questo perché il party ha un format particolare e richiede una serie di requisiti fastidiosi tipo fare ballare le persone, mentre in radio c’è chiaramente molta più libertà e questi volendo possono mettere due ore di musica ambient giapponese che provate voi a ballarla.
    Anche negli anni Ottanta, nei club techno ad esempio, venivano integrati altri generi nei set e già si intravedeva il limite dato dal locale come luogo di riferimento che impone la propria immagine. La scena elettronica, che resta il punto focale per il team rocket, è molto variegata e a detta loro riuscire a inserire in un set tracce che provengono da altri mondi, dal punk alla disco, è tutto valore aggiunto. Chiaramente in un club l’operazione può non avere i risultati sperati in quanto si rischia di svuotare la pista.
    Insomma, dopo essersi fatti ‘ste teghe e aver improvvisato per un po’ alcuni streaming domestici, i ragazzi decidono di creare un palinsesto, che prevede più puntate settimanali. Alla fine decidono quindi di prendere in affitto un’ex macelleria-paninaro-parrucchiere (in Veronetta è normale trovare posti che siano effettivamente tutte e tre le cose).
    Ampliano la programmazione da uno a quattro giorni settimanali e in men che non si dica si ritrovano a trasmettere da Milano e ad aprire una sede lì, nel corner di un bar, con le stesse modalità veronesi.
    E oltre a questo il pubblico può andare in sede e seguire le varie puntate: un’esperienza ben diversa rispetto a una trasmissione chiusa perché il pubblico interviene, può fare domande, c’è interazione. Cose a cui non siete comunque abituati, lo capiamo, però esistono.
    Le trasmissioni sono strutturate in modi diversi: c’è sempre la libertà di proporre solo una parte musicale o di portare un racconto come commento delle tracce suonate. Chiaro che anche lo stesso artista si sente stimolato dalla presenza di un pubblico. Pubblico che è sempre variabile. A Verona c’è uno zoccolo duro di persone che vanno in sede a prescindere dal tipo di puntata, ma ci sono anche quelli interessati agli artisti specifici. Lo spazio serve anche a creare una community (in inglese suona sempre più fico e si evitano fraintendimenti) che a sua volta accresca la scena. Essendoci persone che arrivano in continuazione ci si può confrontare, si discute in sala e si affrontano diverse tematiche.
    Ovviamente non è una radio convenzionale come quella FM. C’è un palinsesto e quindi una struttura che rimane, ma è diverso il modo di imbastire una puntata perché c’è anche la libertà di mettere solo e unicamente musica, senza ulteriore interventi. La differenza insomma sembra essere quella per cui sono gli artisti stessi, quasi sempre appassionati nerdissimi di un genere specifico, che decidono il programma, arrivando, mettendo le tracce e parlando di quel che interessa a loro. Si sfiorano anche tematiche socioculturali, nonostante sia la musica a rimanere l’output principale. Tipo: hanno una serie di world music. In questo contesto una persona è andata in radio a parlare di una sua esperienza in Iran, collegando il racconto a diverse tematiche. A Verona hanno pure fatto interviste e seguito eventi culturali come il Tocatì, insomma realtà non prettamente musicali ma che vogliono supportare (“la musica la aggiungiamo noi”, ci dicono).
    Di base comunque cercano di valorizzare artisti locali mettendoli in contatto con artisti internazionali che passano in città. Nel senso che ospitano gente dal Canada o dall’Australia, non la zia da Mestre. In ogni cosa questo fatto di confrontare il panorama locale con il resto del mondo è fondamentale per loro.Rocket Radio si lega anche ad altre realtà. Dal momento che sono operativi online hanno la possibilità di trasmettere in maniera agevole da altre location (il progresso!) e poi si divertono a legarsi a partner artistici, festival o altro. Ad esempio in occasione del Lessinia Psych Fest (rip) invece di trasmettere in sede trasmettevano dal luogo dell’evento. Offrono anche servizi a diversi festival in cui “fanno la parte tecnica”, mentre la sezione artistica viene curata da altri. Bisogna pur mangiare, oh. E infatti ciò gli permette di proseguire, perché sono un’organizzazione no profit e devono ricevere finanziamenti da qualche parte, quindi anche attraverso collaborazioni e merchandising. Anche se lo spazio della sede è ridotto, talvolta si sono spinti a trasmettere band dal vivo. Secondo i ragazzi di RR nella scena musicale veronese c’è un problema: si tende a creare realtà in luoghi che poi diventano chiusi e frequentati sempre dalle stesse persone. La radio vuole ovviare anche a questo, legando le varie situazioni. Anche se la nostra è una città piccola, gli appassionati di musica sono tanti ma si è sempre avvertita una certa difficoltà a collegare le associazioni, le realtà, probabilmente perché non era mai stato fatto prima. I punti di riferimento locali sono comunque tanti, come Mother Tongue, Kroen, Veniceberg. Una cosa è certa: rispetto ad un tempo ci sono sempre meno spazi per gli eventi.

    Ma ciò che veramente volete sapere è: come se la sono cavata con la pandemia? Si sono trovati a spingere di più sul discorso internazionale e a fare network a prescindere della sede fisica locale e così è nata la serie Rocket Radio International. Un progetto avviato per farsi mandare contenuti dagli artisti ma che si è sviluppato diventando un chiedere agli artisti locali di chiamare conoscenti all’estero. Durante la pandemia, fino allo scorso luglio, non hanno mai registrato in sede ma solo in smart working. Ci dicono che secondo loro è importante che ricominci tutto, anche gli eventi nei locali, perché con la radio c’è una certa simbiosi e la macchina deve ripartire al completo. Tanti artisti che passano dai locali infatti poi fanno una capatina in radio. Intanto da Settembre i ragazzi di RR hanno messo in movimento uno degli ingranaggi riaprendo al pubblico due giorni a settimana, con i nuovi posti a sedere e la possibilità, finalmente, di tornare a fare trasmissioni live.