lunedì, 15 Agosto, 2022
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    Libero accesso illimitato di tutti alle prigioni con possibilità di soggiorno turistico

    di Angela Adami

    Due anni fa oggi, a poche ore dall’inizio del primo lockdown, si accendeva una protesta che a partire dal carcere di Modena avrebbe attraversato oltre quarantanove istituti penitenziari italiani. Alla tensione e alla paura legittime delle persone detenute, culminate con le proteste, l’unica risposta è stata la violenza. Le proteste si sono concluse con la morte di quattordici persone, nove di queste nel carcere di Modena* (vedi breve cronistoria a fine articolo). Da allora, di carcere si continua a parlare poco e male. Ma la condizione di vita nelle carceri e tutto quello che accade all’interno delle mura carcerarie ci riguarda da vicino, sia per la salute della popolazione detenuta in senso stretto, sia perché ci dà il polso della situazione rispetto alle forme e ai gradi di violenza agiti dallo Stato sui cittadini. Interessarci a come si svolge la vita in carcere è l’unico modo che abbiamo per vigilare sul funzionamento del carcere stesso. Abbiamo intervistato Giulia De Rocco, volontaria che si occupa di un progetto nelle biblioteche del carcere di Verona, per farci raccontare qualcosa in più su come si svolge la vita in carcere.



    Munire i lampioni di tutte le strade di interruttori;
    l’illuminazione sarebbe così a disposizione del pubblico.
    Abolizione dei musei e ripartizione dei capolavori artistici nei bar.
    Libero accesso illimitato di tutti alle prigioni con possibilità di soggiorno turistico.
    Nessuna discriminazione tra visitatori e condannati.
    Guy Debord



    Partirei da qui: la gran parte di noi non sa niente del carcere. Il fatto che non ne sappiamo nulla ha un impatto sul funzionamento del carcere stesso?

    Sì, ce l’ha. Io penso che sia una delle questioni più importanti. Perché il carcere potrebbe essere diverso da se stesso, se le persone ci entrassero di più. Perché il controllo della società civile è una delle poche possibili garanzie per il rispetto dei diritti delle persone detenute. Controllo inteso come il fatto che le persone libere entrino in carcere, vedano cosa succede in carcere, e possano uscire a raccontarlo: questo è uno dei pochi elementi che aiutano le persone detenute ad esprimersi, perché non hanno altri modi.

    In qualità di cosa sei entrata ed entri nel carcere di Verona?

    Sono entrata dieci anni fa, facendo il servizio civile con l’associazione Fraternità, che è una delle poche che lavorano attivamente in carcere a Verona. Ciò pone il solito problema che il volontariato, a Verona, non è mai laico, ma questa sarebbe un’altra partita da esplorare. Sono laureata in Lettere e ho fatto la tesi magistrale sulle biblioteche dei penitenziari, cercando di far incontrare i miei studi con quello che stavo facendo in carcere, provando ad indagare quali sarebbero potuti essere i testi di una biblioteca minima e i titoli che potessero essere adatti per le persone detenute, e questo l’ho fatto attraverso delle interviste e cercando di studiare quali erano le esperienze delle biblioteche in carcere, analizzando un’esperienza degli USA e una dell’Inghilterra. E ora sto portando avanti un progetto come volontaria proprio all’interno della biblioteca del penitenziario di Verona.

    Potresti raccontarci com’è la biblioteca di un carcere, ma ancora prima, come ci si arriva? Che percorso deve seguire una persona esterna per entrarci?

    Provo a ripercorrere i passaggi dall’esterno fino alla biblioteca. Allora, si arriva nel parcheggio fuori a Montorio, che è il luogo in cui si trova ora il carcere di Verona. Il carcere però non è sempre stato lì, una volta si trovava in centro, il Campone, era vicino al tribunale. Nella logica che ha portato poi, dagli anni ‘80 soprattutto, al regime di massima sicurezza, c’è stato proprio un processo di progressivo allontanamento degli istituti di pena dal centro delle città, per cui adesso sono tutti in periferia. Questo è stato simbolicamente molto studiato: il fatto che dagli anni ‘80, dal regime di massima sicurezza in poi, le carceri siano uscite dai centri delle città, ha significato anche che sono uscite dallo sguardo delle amministrazioni e delle comunità che vivono nelle città.

    Quindi, dicevamo, ci troviamo a Montorio, c’è un grande parcheggio all’esterno, poi c’è un primo cancello molto grande, dal quale si passa, lasciando le generalità e il permesso per entrare, perché ovviamente non si può entrare liberamente, devi avere un permesso e devi lasciare la carta d’identità, ti vengono consegnati un cartellino che ti rende riconoscibile rispetto alle persone detenute e una chiave per l’armadietto in cui devi lasciare tutto quello che hai. Da lì si passa attraverso una serie di cancelli, perquisizioni e blindi, fino ad entrare all’interno del carcere. Il carcere è diviso in blocchi, attraverso i quali è necessario passare per arrivare alla biblioteca. L’area dove c’è la biblioteca è una lunga area in cui ci sono anche un laboratorio del cuoio, le aule di scuola, la palestra, e questo è un blocco interamente dedicato agli spazi per le attività didattico-laboratoriali.

    La biblioteca più grande sta nella parte maschile del carcere, che è composta da cinque sezioni. Mentre nel carcere femminile, composto di sole due sezioni, si trova all’interno di una delle due sezioni, cioè allo stesso piano in cui ci sono le celle delle detenute. La biblioteca del carcere femminile è molto, molto più piccola. La biblioteca è una stanza chiusa da una porta blindata: nella sezione maschile c’è una scrivania con un computer, che non funziona al momento, ci sono una stampante e una fotocopiatrice, mentre al femminile non ci sono e non c’è neanche il computer. Poi si trovano degli scaffali con dei libri. La biblioteca al maschile è attrezzata con un proiettore perché da qualche anno ormai sono state organizzate dall’associazione la Fraternità delle proiezioni di film del Festival del Cinema Africano. Viene nominata una giuria all’interno del carcere che si chiama giuria “al di là del muro” del Festival del Cinema, selezionata dagli educatori. Dalle donne invece questo non c’è.

    « il carcere potrebbe essere diverso da se stesso, se le persone ci entrassero di più »

    Chi tiene aperte le biblioteche del carcere?

    Nella biblioteca della sezione femminile è da molto tempo che non c’è una bibliotecaria, se non a intervalli abbastanza irregolari, ci sono delle volontarie o delle suore che la tengono aperta. Invece nel carcere maschile c’è un bibliotecario quasi sempre, persone detenute che tengono aperta la biblioteca. Teoricamente la norma prevederebbe la presenza di un bibliotecario e uno scrivano, che è una figura prevista dall’ordinamento penitenziario che dovrebbe essere stipendiata, come i dipendenti dell’amministrazione penitenziaria, come i cosiddetti “scopini”, “spesini” che sono addetti a portare la spesa, a fare le pulizie, a cui vengono affibbiati questi nomignoli infantilizzanti. Hanno un vero contratto, non con uno stipendio normale, però è comunque una fonte di reddito, per cui sono dei lavori molto ambiti. E lo scrivano sarebbe uno di questi ruoli previsti, però è molto raro che questa norma venga rispettata. Lo scrivano non è quasi mai stipendiato e solitamente sa qualcosa di legge, oppure è preparato sul mondo delle richieste, delle istanze, delle domande, di tutta quella serie di moduli che vanno compilati, tipo le richieste di permessi, che i detenuti devono compilare per poter ricevere dei permessi o dei servizi, sono figure di supporto alla parte burocratica e normalmente si trovano in biblioteca assieme al bibliotecario.

    Chi sceglie i libri che ci sono nelle biblioteche del carcere?

    Questa è un’altra grossa questione. La biblioteca è un esito delle donazioni di cittadini e cittadine, e molto spesso come dicono i detenuti è uno svuota cantine, e ci sono molto libri come saggi di sociologia e di storia vecchissimi, tantissime enciclopedie, che nessuno sfoglia più, tantissimi romanzi, che non vengono selezionati con alcun criterio. Oltretutto anche la norma sarebbe virtuosa in questo senso, l’ordinamento penitenziario prevederebbe che le biblioteche fossero dei luoghi in cui la scelta dei libri possa far sentire rappresentata tutta la popolazione detenuta. Ci sono praticamente solo libri in italiano e per una parte consistente dei detenuti la lingua madre non è l’italiano.

    Tornerei alla struttura del carcere, parlavamo prima del regime di massima sicurezza che ha comportato un ripensamento degli istituti di pena, in che direzione?

    Oltre al graduale allontanamento degli istituti penitenziari dal centro città, di cui parlavamo, dagli anni ‘80 in avanti il carcere viene strutturato attorno al contesto politico degli anni di piombo, pensato per l’incarcerazione di persone autrici di reati politici. Per cui c’è l’esigenza di strutture che contengano in un certo modo, infatti per esempio il carcere di Verona è stato progettato architettonicamente per contenere una sola persona per cella, anche perché dal punto di vista normativo articoli come il 41 bis prevedevano un’esecuzione della pena in celle singole. Pur essendo stato progettato per una persona per cella, nel carcere di Verona ci sono due letti a castello per cella, quindi possono risiedervi fino a quattro persone. I dati dell’associazione Antigone, che fa un lavoro di osservatorio e di monitoraggio sui numeri molto importante, sono facilmente consultabili qui.

    Carcere di Montorio
    Il sovraffollamento delle carceri a cui accenni è una questione di lunga durata, ma è sicuramente diventato un problema con enormi implicazioni dall’inizio della pandemia. Le carceri sono tornate al centro del dibattito pubblico, per un lasso di tempo brevissimo, proprio in corrispondenza delle proteste all’inizio del lockdown nel marzo 2020. Questo ci porta a un’altra questione fondamentale, chi può intervenire in caso di violenza subita dai detenuti?

    I casi più recenti, direi da Cucchi in poi – che nella mia storia personale è stato uno dei primi casi un po’ più visibili di questi fenomeni – sono delle cose che si conoscono. I volontari non vedono queste violenze, perché loro rappresentano all’interno del carcere l’occhio, il controllo della società civile. Quindi è molto raro che in presenza di volontari che poi tornano fuori e possono parlare avvengano dei gesti di conclamata violenza. Questo non significa che non avvengano delle rappresentazioni chiarissime di denigrazioni, di indifferenze, di aggressività verbale che io ho visto molte volte. Non controlla nessuno se non chi entra e poi ri-esce ed è in una posizione non contrattuale con il potere. Non controlla nessun altro. Perché i parenti hanno degli spazi dedicati di incontro e non entrano in carcere, o meglio entrano all’interno di spazi vigilati in cui gli incontri avvengono sotto il controllo degli agenti.

    Una delle istanze che il volontariato penitenziario porta avanti da anni, sempre con numerosi dibattiti interni, è quello delle telecamere anche negli anfratti e nei luoghi più nascosti del carcere, perché i filmati delle telecamere sono uno dei pochi strumenti che in fase processuale hanno i detenuti che denunciano delle violenze subite: se non ci sono delle riprese, mancano le prove e questo vanifica la possibilità di ricevere degli esiti processuali favorevoli. Molto spesso i medici sono collusi, per cui non refertano, e questa è un’altra cosa molto problematica, perché l’altro strumento sarebbe la refertazione medica che solitamente non viene fatta, perché i medici hanno un contratto. È questo il baratto purtroppo. C’è poi un’altra questione, gli agenti di polizia penitenziaria non hanno l’obbligo di essere riconoscibili, possono indossare indumenti per coprire i connotati, come nel caso del video di Santa Maria Capua Vetere, non si vede chi siano. Il volontariato penitenziario ha richiesto che sia inserito l’obbligo di riconoscimento attraverso un cartellino con un codice o l’obbligo di tenere sempre il viso scoperto, un’integrazione che permetta di dar senso all’utilizzo delle telecamere.

    Com’è la situazione nel carcere di Verona rispetto alla gestione della pandemia?

    A Verona all’inizio del lockdown non ci sono state grosse proteste, a detta dei volontari che io conosco e che me ne hanno parlato, la situazione pare sia stata gestita in modo non traumatico, trauma visibile all’esterno almeno. Conosco meglio la situazione attuale, perché da ottobre ho iniziato un percorso per la formazione di bibliotecari e bibliotecarie che è stato interrotto gli ultimi giorni del 2021, perché ci sono state delle circolari che hanno chiuso il carcere alle attività esterne, di nuovo per la situazione dei contagi. A metà gennaio pare ci fossero 160 casi di persone contagiate, quindi sono state chiuse tutte le attività sia lavorative che di volontariato, la scuola e tutta una serie di attività che venivano portate dentro dall’esterno fino a data da destinarsi, quindi non sappiamo quando potremo riprendere. Prima di questo provvedimento più stringente c’era l’obbligo di green pass per poter accedere e per poter partecipare a tutte le attività del carcere per i detenuti. 

    «gli agenti di polizia penitenziaria non hanno l’obbligo di essere riconoscibili, possono indossare indumenti per coprire i connotati, come nel caso del video di Santa Maria Capua Vetere»

    Che tipo di relazione c’è, per quello che hai potuto vedere, tra agenti e detenuti, e in che modo gli agenti della polizia penitenziaria si relazionano con te? 

    Ci sono due elementi, uno di denigrazione delle persone detenute, questa sottocultura che sono delle persone che non hanno voglia di fare niente e che non sono correggibili, quindi un chiaro e diffuso giudizio aprioristico su tutte le persone detenute in quanto detenute. Un esercizio senza contenuti di potere rispetto al fatto che hanno commesso dei reati e quindi sono delle persone che non meritano niente. Questo è sicuramente un elemento fondante della relazione. Con tutto che è un ruolo difficile da occupare, significa stare in carcere, avere a che fare con persone che stanno male, che possono avere scompensi, possono essere aggressive, avere momenti di grande sofferenza, tantissime persone che agiscono auto-lesionismo, tutte queste situazioni devono essere gestite dagli agenti di polizia penitenziaria, ma questo non giustifica assolutamente il fatto che la soluzione sia un comportamento denigratorio. 

    Questo si lega a un secondo elemento, la relazione con i volontari, che “cosa ci vengono a fare” tanto queste persone non si meritano niente, quindi frasi del tipo “ma non avevi niente di meglio da fare una domenica pomeriggio” “ma non ce l’hai il ragazzo che hai bisogno di venire in galera?”. Oppure un’altra cosa gravissima che mi succede molto spesso è che se trovi un agente ammiccante, se trovi una persona a cui piaci è tutto più facile, i detenuti scendono in dieci minuti, se è comandante ancora meglio, e così via. C’è tutto quest’altro aspetto sessista che è molto presente e che porta anche al fatto che, come mi è successo un mese fa, da una volta all’altra, l’efficacia della macchina è stata molto diversa perché c’era un agente più alto di grado che ci provava con me.


    *Breve cronistoria: le proteste si sono concluse con la morte di quattordici persone, nove di queste nel carcere di Modena. Da allora, per oltre un anno, è ripiombato il silenzio sulle proteste nelle carceri, sulle vittime e sui carnefici: la stampa si è occupata d’altro, mentre il giudice per le indagini preliminari Andrea Salvatore Romito archiviava le indagini sulla morte di otto detenuti nel carcere modenese. Le sole indagini riguardanti il decesso di detenuti ad essere ancora aperte sono quelle di Ascoli Piceno, relative alla morte di Salvatore Piscitelli, unico detenuto italiano morto a Modena. Nel frattempo, la procura di Tunisi ha avviato un’indagine per la morte di tre cittadini tunisini nel carcere modenese. Alla fine di giugno 2021, il quotidiano Domani ha pubblicato in esclusiva dei video che mostravano la spedizione punitiva ai danni dei detenuti avvenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020, circa un mese dopo le proteste, riaprendo brevemente il dibattito pubblico sulla questione. A dicembre 2021 è stato depositato il ricorso alla Corte Europea dei diritti dell’uomo contro l’archiviazione dell’inchiesta sugli otto detenuti morti, su iniziativa della famiglia di Chouchane Hafedh, assistita dall’avvocato Luca Sebastiani. 


    Illustrazione di Edoardo Marconi