lunedì, 15 Agosto, 2022
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    L A T T E N E R O
    intervista strana al collettivo BlackMilk

    di Collettivo Annexia

    Incontro Mamo e Spich al bar Pedrotti, in Veronetta. L’idea è quella di sbronzarci e fare due parole a proposito di un loro recente progetto, il collettivo di dj e artisti visivi Black Milk, che di recente ha organizzato un evento dal titolo gasparnoeiano alla galleria Isolo17 in via xx settembre. I due sono amici da quando hanno quindici anni, ma è la loro prima collaborazione artistica.

    Mamo è già dentro, ha un berrettino rosa e una tshirt con l’elefantino della Delirium. Un po’ lo conosco: per anni è stato proprietario di un bar di culto a Lonigo, nella provincia occidentale di Vicenza. Lui prende una birra, io un americano. Cercherò di riportare questa conversazione il più fedelmente possibile, così che se a una certa vi sentite storditi o non capite proprio un cazzo ecco, è quello che ho provato io e credo loro. Ho cercato di riportare fedelmente anche i suoni dell’ambiente circostante, come quello piacevolissimo delle moto che sfrecciavano in via xx settembre alimentando la confusione del dialogo.
    Parlo un po’ con Mamo, mentre Spich si siede accanto a noi, anche lui con un americano. Dj da una decina d’anni, già resident al Veniceberg, ha anche suonato come batterista e spippolatore negli Animali sociali, nei Brown paper bag e, attualmente, nei the Visionaire.
    Mi rivolgo al primo arrivato: «Insomma, com’è nato questo progetto, qual è l’origine del nome e a che esigenza risponde tutto ciò?»
    Mamo mi guarda strano. «Allora, dimmi una cosa: tu vuoi veramente sapere? Lo vuoi veramente sapere com’è nato?»
    Assolutamente no, ma mi hanno costretto a fare questa cosa. «Beh, tutti i supereroi hanno un racconto delle origini fico».
    «Tu hai mai delle visioni, delle anticipazioni di un fatto prima che accada?»
    Penso che sarà divertente sbobinare questa roba. « Potremmo chiamarle delle intuizioni ?»
    «Dunque, nel 1999…»
    Ah, minchia… Ma poi ci ripensa: «Anzi, partiamo dalla fine. Carnevale di Venezia 2018. Mi ci ritrovo per motivi che ancora non conosco. Sono vestito da coniglio, con le orecchie e tutto. Ero dentro un coniglio, sai quei pigiamoni… anche con la maschera… e stavo bevendo un black russian con la mescalina dentro».
    «Tipica situazione veneziana».
    «Vedi, non ero molto sereno perché io ero andato lì per un motivo… però lo capirai dopo. È un po’ difficile gestire quello che è l’arco temporale delle cose. Insomma, vestito da coniglio bianco sto bevendo questa cosa e voglio comprare le sigarette. Così mi ritrovo davanti al distributore automatico con il mio drink e non riesco a trovare la tessera sanitaria che forse è da qualche parte dentro al coniglio assieme a me. Allora dietro mi fanno pressione perché io mi muova, così mi giro, e ti vedo un altro coniglio bianco con un cazzo di codice fiscale in mano e un drink nell’altra. E gli faccio scusa ma mi servirebbe il codice fiscale. Poi lo guardo meglio e gli dico scusa ma tu sei qui? Si! Mi fa lui, chiedendomi a sua volta ma tu sei qui? Si. E allora… siamo qui! Compriamo le sigarette e offro subito da bere al coniglio bianco. Al bancone ci togliamo la maschera per bere e scopro che l’altro coniglio bianco… è lui!» E indica il compare, tra le risate generali. Poi riprende: «Ma io perché sono andato a Venezia quella sera? Perché nel 1999 (io le scrivo tutte ste robe in bigliettini e post-it) ho avuto una visione, quindi quasi vent’anni dopo ho strappato il post-it, quindi è finito, la sua missione era conclusa, mi sono messo un costume da coniglio e ho passato la serata da solo fin quando non ho trovato lui.
    La storia del nome ci è uscita un po’ dopo. Io avevo uno Jagermeister in mano, lui un black russian e mi chiede che cazzo stai bevendo? E gli ho detto niente di pericoloso è latte nero. E insomma dopo la storia è continuata e abbiamo preso la barca ci siamo fatti mettere sopra una piattaforma o una boa e c’era tutto sto cazzo di mare. Tutto nero. Ha cominciato a rallentare ed è diventato tutto denso. Queste cose succedono quando la percezione del tempo rallenta e cazzo era un mare di latte nero».
    «Capisco».
    «E tre anni dopo ci siamo ritrovati.» continua Spich, «Mi era venuta l’idea di creare un collettivo di dj e artisti visuali. Abbiamo visto che dopo il lockdown non succedeva più niente e ho detto vabè facciamole succedere noi. E mi è venuto in mente che lui faceva installazioni. Anzi ci siamo beccati a capodanno se non sbaglio».
    «Mamo, hai una cartina?»
    «Tienile. È importante avere le cartine»
    «Grazie»
    Spich riprende: «Ci siamo detti perché non chiamare il collettivo “Black milk”? Insomma, la mia idea sul piano musicale era prendere 4 personaggi che facessero cose totalmente diverse per adattarci alle varie situazioni».
    «Quindi questo strano agglomerato di gente che suona roba diversissima è un aspetto programmatico?» gli chiedo.
    «Si, certo. Quando abbiamo organizzato la prima serata a Rocket radio, a fine gennaio, ecco, lì si sono conosciuti tutti e quattro. Non si erano mai visti prima. Nel collettivo di dj, a parte me, c’è Polly, già del Cumulonembi collective; Apotek, dei Friendly Disco People, e Tyl, di Paura Padana. E poi ci sono delle ragazze che fanno videomapping. Nella prima serata che abbiamo ortganizzato all’aperto, al Bastian Contrario di Verona, lui ha fatto l’installazione, con qualche nostro input.»
    «Conosco una persona» fa Mamo all’improvviso.
    «Prego?»
    «Scusa, mi sono perso. Conosco una persona. Persona interessante, che lavora con i glitch dei video. Sabato scorso. Mi piace il lavoro che fa. Gli dico ok dammi il numero. Scrivo il numero sul telefono. E ce l’avevo già. Quindi dove andrà Black Milk non lo posso dire. Non lo so perché siamo qua ma sono emozionato. Un giorno ti farò vedere la mia collezione di post-it dove c’è scritto tutto. Ci ho messo tanto a rimanere sobrio con tutta sta roba qua e rimanere con la testa sulle spalle perché mettere insieme tutta la realtà fisica, il lavoro le cose personali e questa cosa qua è un po’ difficile. Ma ce la sto facendo, in teoria».
    Mi intrometto nel disperato tentativo di fare ordine: «Da quel che ho capito mi pare che tu abbia questa percezione della vita e dell’arte come un tutt’uno, come se il flusso temporale della realtà sia qualcosa da scavare che però esiste già e che tu colleghi tramite indizi, che registri nei bigliettini».
    «È molto più semplice ma allo stesso tempo molto più complicato».
    «Mh».
    «Quella percezione in realtà ce l’hanno tutti ma non è facile vivere così. Lui mi ha salvato perché è invece molto concreto e INSOMMA È…» VRRRRROOOOOOOOM «…ECCO».
    «COSA? PUOI RIPETERE?»
    Aspettiamo che la moto si sia allontanata.
    «Lui insomma è la parte che mi manca»
    Spich interviene: «Quando siamo finiti a montare l’installazione nella galleria all’Isolo gli faccio avresti mai pensato che ci saremmo trovati qui a montare sta roba? Lui mi fa si! Perché no? Quando avevamo diciassette, diciottanni, lui registrava della musica e mi chiamava per farmela sentire attraverso il nokia 3310».
    «Vi conoscete da una vita quindi?»
    «Da un botto, cazzo» risponde Mamo.
    Spich: «Lui girava per il paese ad agosto con un impermeabile tipo Matrix e uno zaino pieno di birre calde».
    Cambio argomento, che la bromance story non è più di moda, e tento con una domanda banale: «Tu di dove sei, Mamo?»
    «Vedi a questa domanda è difficile rispondere però ora sono sobrio e metti che ce la faccio. Però cosa vuol dire? Il primo locale l’ho aperto a Vienna, la mia prima morosa era da Vicenza. La strada è uguale in ogni città. Quando sei in una cucina non c’è una regione o uno stato. C’è solo la cucina. Quindi da dove vieni? Se parli con un cuoco che ha lavorato in Tibet e non è mai uscito dalla cucina e gli chiedi da dove vieni? Lui ti risponderà eh dalla cucina! Insomma…vengo dai miei posti, loro mi hanno mandato qua».
    «Proviamo a parlare della tua arte prendendo questa strada. Come mai avevi aperto un bar a Lonigo? Come si inserisce la tua storia nel tuo percorso artistico?»
    «Vuoi veramente sapere questa cosa? Un anno prima di aprire il bar ho avuto una visione. Quindi cosa farebbe una persona che lavora in ufficio con quattro server e tre telefoni? Lascia il lavoro!»
    «Cioè, guidato solo da questa visione?»
    «Si. Si innesca il bar, si crea un cuore in un paese che ha un cuore molto piccolo, poverino. E poi a metà 2019 il piccolo imprenditore vuole aprire un locale un po’ più grande e sta lavorando per farlo. Vince un bando regionale, trova un posto bellissimo, parte con il progetto. Però a un certo punto… ha avuto una visione. Disdice il progetto, annulla il bando regionale e abbandona la squadra formata per il bando. Si prende dello stronzo. Chiude l’azienda alla cieca, guidato da una visione. Ma è tutto propenso in avanti. È difficile spiegarti come funzioni la Visione. Arriva diretta e brutale. Però ho trentott’anni. Quindi ora è gestita in un modo, quando era giovane la gestivo diversamente. Una volta sono andato a casa a piedi da Peschiera. Quando a 16 anni ho lasciato la mia prima ragazza, le ho detto mi spiace ma devo andare. Andare dove? Devo andare! E non capiva. E come fai a spiegare a qualcuno che sei così?»
    «E come si lega ‘sta cosa all’arte?»
    «Quando qualcuno mi cerca e parla di quello che vuole io vado completamente fuori di testa. Da lì creo una matrice, l’idea di un’idea. La matrice cresce e diventa un’idea finita. Da lì alla realizzazione non dormo. Se passa una settimana non dormo per una settimana, se passano due anni non dormo per due anni. E poi, quando realizzo, tutto passa come una doccia dopo una rotolata sulla sabbia. Solo due persone ovviamente sanno com’è vivere con me quando sto realizzado un’idea maturata: è come se dovessi fare la cacca però non hai il bagno e te la tieni per un po’».
    «Interessante. Il processo creativo te lo vivi molto intensamente, insomma».
    «A volte dimentico i periodi. Quando son duri li dimentichi. Un giorno festeggio il mio ventitreesimo compleanno e un mio amico mi fa notare che ne ho compiuti venticinque. Ma non voglio che parliamo più di questa cosa. C’è un macello dietro. E per fortuna che c’è Spich. Lui è quella scintilla che serve per accendere questa montagna di diavolina, legno, carta, pellicola da film degli anni sessanta».
    «Deviamo verso l’aspetto pratico delle opere».
    «Dal momento in cui inizia la realizzazione, è una corsa verso l’orario di apertura. Se non fosse stato per lui non sarei uscito di casa fino alla fine. È mero lavoro, è cura dei dettagli. Una volta finita servono dalle due alle quattro ore perché io possa ritornare normale».
    Mi rivolgo all’amico: «Ma in che modo hai trasmesso a lui l’idea, Spich?»
    «Gli ho detto voglio che le persone entrino in galleria e si dimentichino di essere in via xx settembre a Verona. E lui ha usato le luci per creare percorsi che deformassero la stanza».
    Si reintroduce Mamo: «Comunque è una simbiosi. Lui riesce a creare quel contatto umano che serve per portare la creazione. Che per me è qualcosa di disumano. Lui è il fattore umano… Ed è anche un bel ragazzo!»
    «E il percorso prospettico che hai creato con i neon è legato alla musica che hanno suonato?»
    VRRROOOOMM BIIIP BIIPP VROOOOOOOM
    Non ho capito. «Mi ripeti questa frase?»
    «Udito e olfatto sono quei sensi che ti conducono verso i ricordi. Dentro l’installazione ho fatto spargere un profumo particolare per stimolare alcuni momenti di tempo, per deformare in qualche modo non solo lo spazio ma anche il tempo». Poi, rivolgendosi al barista: «CI FARESTI DUE AMERICANI E UNA BIRRETTA? GRAZIE MILLE!»
    Spich: «ma che poi l’idea era fare rimanere la gente in una stanza e farli ballare, cosa che per un po’ è stata impossibile. Fuori dalla stanza c’era una ragazza che truccava tutti con i colori fluorescenti. Comunque secondo me bisogna non solo fare “la figata” ma mettersi dalla parte di un passante che entra e viene accecato da una situazione assurda che allo stesso tempo ti mette a tuo agio.
    In quel momento passa Erica, che abita lì accanto. Si ferma e ci saluta, con una scatola tra le braccia. All’interno banane e lattuga. Mamo le dà qualche confusa consiglio non richiesto su come combinare i due ingredienti per ottenere una cena esemplare, poi torna a rivolgersi a me: «lui è il fattore umano, capisci?»
    «Ciao, Erica. Insomma, senza di lui che ti pone nelle situazioni concrete rischieresti di esplodere nel tuo castello psichedelico».
    «Ehh, faccio tanti test prima di proporre le opere. Poi le brucio. Ma è inutile che continuo».
    «Ma guarda, è molto metodico» fa Spich, «ha tutto in testa e lavora con estrema precisione».
    «Sentite, per il futuro prossimo avete idee interessanti?»
    Risponde Spich: «Una cosa che vorremmo fare è coinvolgere più gente possibile per utilizzare spazi della città inutilizzati o usati in modi diversi e poi rimescolare tutto e dare nuovi significati».
    «Com’è iniziata la collaborazione con la galleria Isolo 17?» gli chiedo.
    «Vado al Vo, in via xx da solo a bere qualcosa e mi metto a parlare con il barista e mi dice che il tipo gli ha chiesto di organizzare insieme qualche evento ma lui non conosce nessuno e così gli ho proposto la cosa».
    Mamo dice la sua: «Era capodanno e abbiamo festeggiato insieme. Ma alle due e mezza, tre, quattro, non ricordo, io dico devo andare perché è arrivata la visione e non c’è più un programma e non rispettare la visione potrebbe essere devastante per le persone che mi stanno accanto».
    «L’idea è creare connessioni» continua Spich.
    «Infiltrandovi come del latte nero».
    Mamo: «La fluidità è il liquido, latte nero».

    A questo punto, ritengo sia meglio risparmiare al lettore ulteriori deliri e fingere che la conversazione sia qui conclusa.